Michela Murgia, quella volta a a Pescasseroli
di Fausto D'Addario | 12 Agosto 2023 @ 05:39 | RACCONTANDO
La scrittrice sarda Michela Murgia è morta a Roma all’età di 51 anni, affetta da carcinoma renale al quarto stadio, come aveva rivelato lo scorso maggio in un’intervista per il Corriere della Sera. È morta scrivendo fino all’ultimo giorno della sua vita, lasciando dietro di sé una scia di bozze, di racconti e pagine inedite e un libro sulla genitorialità pronto a uscire. Tanti i saluti di commiato, da chi la conosceva bene, da chi avrebbe voluto conoscerla meglio e anche da chi l’aveva profondamente contestata. Se n’è andata nella notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti. Ora è un desiderio acceso nel cielo, un punto di riferimento luminoso, una meteora che ha corso velocissimo, in un paese come l’Italia che va sempre troppo a rilento, una cometa che si è consumata troppo presto.
Nell’agosto del 2019 – più precisamente il 24– Michela Murgia era a Pescasseroli per chiudere la rassegna “Pescasseroli legge”, diretta da Dacia Maraini. Proprio Dacia ha ricordato la Murgia in un’intervista all’AGI in questi termini: “Michela era una donna straordinaria per coraggio, determinazione e intelligenza. Mai fanatica, mai dottrinaria. Era sempre sorridente e questo dimostra un buon atteggiamento verso la vita anche quando ci si trova al passaggio con la morte“.
Chi era a Pescasseroli la ricorda come un fiume in piena, inarrestabile. Parlava del suo ultimo libro, una serie di racconti dal titolo Noi siamo tempesta. Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo, con cui vince il premio Morante e la menzione speciale della giuria del premio Andersen. Come una tempesta è fatta di milioni di goccioline d’acqua, così la vita di tutti i giorni è fatta di grandi imprese compiute da persone comuni, che si sono messe insieme fidandosi le une delle altre. Le differenze non sono nemiche, non stanno a minacciare ciò che consideriamo nostro, come certa retorica vorrebbe farci credere; anzi il noi include: “tu decidi che tutto quello che incontri può diventare tuo e tu puoi diventare suo”.
Da dov’è nata l’idea del libro? Michela Murgia era una grande osservatrice. Si guardava intorno e osservava il degrado sociale, la perdita di coesione delle comunità. Che risposta poteva dare una narratrice? Non era il caso di scrivere un libro politico, c’erano già fiori di saggi sul tema. Poteva solo darci storie. E soprattutto usare un linguaggio molto semplice, “perché l’ambizione che avevo con questo libro era di arrivare al pubblico più difficile di tutti e cioè i ragazzi e le ragazze”. Sedici storie per sfatare il mito del salvatore della patria, dell’uomo della provvidenza, storie famose o del tutto sconosciute, raccontate come imprese corali, “perché l’eroismo è la strada di pochi, ma la collaborazione creativa è un superpotere che appartiene a tutti”.
Prima di tutto ricorda la storia di Taty Almeida, una delle madri di Piazza di Maggio, la storia di una donna che è passata dal tentativo di vincere da sola, alla consapevolezza di un percorso collettivo. Michela l’ha incontrata, Taty, una donna di straordinaria energia “aveva ottant’anni ed ero certa che mi avrebbe seppellita”, il giorno prima dell’incontro con papa Francesco. Quella di Taty Almeida è una storia nella storia: non veniva da una famiglia dissidente rispetto al contesto militare, anzi la sua famiglia era vicina al regime; quindi per ritrovare suo figlio Alejandro all’inizio non pensa affatto di unirsi alle altre donne. Forte dell’amicizia con i militari pensa di farcela da sola, ma dopo cinque anni getta la spugna. I militari trattano tutti allo stesso modo. Solo allora decide di rivolgersi al gruppo delle madri. Immaginate la paura a bussare alla loro porta: “sei una spia del regime” oppure “cosa ci fai adesso qui?” o anche “sono cinque anni che vai a cena con i militari”. Invece le domandano solo: “quien te falta?”. Chi ti manca? Questa è la parola d’ordine, perché tutte quelle donne sono lì per la stessa ragione, ciascuna ha un’assenza. Non possono parlare, non possono esporre cartelli e nemmeno i ritratti con i figli scomparsi, niente. Nonostante tutti questi limiti attorno hanno un’intuizione geniale e potente: tutti rispettano la maternità. Decidono di scendere in piazza e di farsi vedere con un fazzoletto bianco in testo. Solo questo. È un pannolino: con gli stessi panni con cui li hanno portati alla vita e fatti crescere, chiedono ora conto della loro sorte dei loro figli. Le madri brillano sotto il sole con le loro teste bianche e nessuno le può più ignorare: se ne accorgono a Buenos Aires, se ne accorgono in Argentina e nel mondo. Dopo quarant’anni le madri di Piazza di Maggio sono riuscite a ottenere almeno parzialmente giustizia.
Una delle storie più importanti e clamorose del libro prende ispirazione da una famosa foto: alle Olimpiadi a Città del Messico, il 16 ottobre 1968, Smith e Carlos si trovano sul podio dei 200 metri con i pugni alzati e i guanti neri simbolo del black power. In mezzo a loro un uomo bianco, che il braccio non lo sollevava “e per un sacco di tempo l’abbiamo interpretato erroneamente”. Se vinciamo, pensavano Smith e Carlos, faremo un gesto politico: “facciamo vedere con il pugno alzato per chi lottiamo, in modo che tutto il mondo prenda coscienza che in America, dietro la facciata, c’è invece una grandissima situazione di emarginazione e di non riconoscimento dei nostri diritti”. Volevano arrivare primo e secondo, ma s쳭e quello che non si aspettavano: l’australiano Peter Norman, un bianco, uno che proprio non c’entra niente, riesce a correre così veloce – ha stabilito il record australiano che non è mai stato battuto a tutt’oggi – e arriva secondo. Nello spogliatoio Carlos e Smith si ritrovano per scambiarsi i guanti neri e la spilla della loro associazione, ma decidono di coinvolgere Peter. Carlos gli chiede: “tu credi in Dio?” e quello risponde “Sì”. “E tu credi che Dio ci ha creati uguali?”. “Sì”. “Allora sappi che noi stiamo per fare questo”. Norman ci pensa e risponde: “io non posso alzare il pugno, perché non è il mio gesto, ma dammi la spilla dell’associazione e la indosserò”. E quando vanno sul podio viene scattata la famosa foto, con Norman che indossa la spilla dell’associazione per i diritti dei neri. Nessuno dei tre correrà mai più per quel gesto e Peter Norman avrebbe fatto per tutta la vita il professore di ginnastica. Alla sua morte, Carlos e Smith sono poi andati in Australia e sono stati loro a portare sulle loro spalle al cimitero la bara del loro compagno bianco.
Michela continua e ricorda un’altra delle storie che racconta nel libro. Questa volta con la voce di un ragazzino di 16 anni: si svolge sotto il regime fascista, regime in cui “tutte le minoranze, tutte le differenze sono state perseguitate; è utile ricordarcelo, perché pare di questi tempi che, invece, siano stati anni d’oro”. È la storia di 45 omosessuali catanesi che a un certo punto vengono presi e portati nell’isola di San Domino alle Tremiti e vengono rinchiusi lì, perché considerati un pericolo per la purezza della razza. Quando arrivano sul posto, però, la situazione si capovolge: mentre a Catania sono loro i diversi, perché la normalità è l’eterosessualità, nell’isola sono tutti uguali. Quindi per la prima volta sperimentano la condizione di non essere diversi da nessuno: sono tutti lì per lo stesso motivo! In quell’esperienza paradossalmente sperimentano la libertà nella condizione della prigionia, mentre quando ritrovano la libertà civile nella loro città, non saranno più liberi come prima.
E poi c’è la storia di Mare Jonio, il primo esperimento di nave umanitaria italiana, nata dalla società civile e “dall’interessamento di persone che avevano una carriera politica alle spalle, ma che non si sono esposti come politici, si sono esposti dando la loro casa in garanzia per avere 500.000 € di prestito”. Un’idea folle, partita come l’armata Brancaleone, ma che è culminata con l’acquisto di un vecchio rimorchiatore, mettendoci la faccia, i soldi e il corpo: “dico vecchio affettuosamente perché immatricolato nel mio anno, il 1972”. È una nave con a bordo volontari, attivisti, giornalisti, “non ultimo Nello Scavo di Avvenire: non pensavo mai nella vita di abbonarmi ad Avvenire! L’ho fatto l’anno scorso perché inutilmente ho atteso che altri giornali la raccontassero giusta”. Non era più pensabile veder morire la gente in mare e sentir raccontare che tutto andava bene e che il problema era stato risolto. “È un modo un po’ stalinista di risolvere il problema. Stalin diceva: via l’uomo, via il problema, la morte risolve ogni problema”. Nel Mediterraneo i problemi si stavano risolvendo così, facendo morire la gente e non dicendolo; perché non si muore solo affogati, prima si muore di silenzio. In meno di un anno Mare Jonio prima e Mediterranea dopo “hanno ottenuto quasi 1 milione di euro di donazioni spontanee italiane per poter stare in acqua, tuttora le raccogliamo perché ovviamente è un costo continuo quello di mantenere una nave in mare, ma per ogni vita salvata non c’è un prezzo”. Mediterranea non è una nave che galleggia, è un’idea che galleggia. È un’idea di paese, “di un’Italia che non lascia morire la gente, che si considera inclusiva e che non ha paura di affrontare anche le difficoltà dell’inclusione, perché convinta che da l’inclusione nasca una maggiore ricchezza”. Tutto questo nonostante si stiano difendendo in tribunale dagli Stati, “dal nostro nello specifico”, ma ormai è una realtà che racconta una storia diversa, perché “l’atto realmente sovversivo di Mediterranea è un atto narrativo: è l’ipotesi che un’altra storia sia possibile, figuriamoci se non andava raccontata”.
Stiamo attenti a utilizzare la lingua, è il monito finale della Murgia a Pescasseroli. “Sono una cattolica e anche praticante: non vi bacerò il rosario per provarlo, però sono convinta che, come dice la Bibbia, Dio ha creato il mondo col verbo, cioè parlando”. Le parole creano mondi: la stoccata al governo di allora (e forse di oggi, col senno di poi) è chiara. “Io giudico una democrazia dalla qualità di vita di chi dissente; in un paese non mi importa quanti ti applaudono, mi importa sapere: cosa s쳭e a chi non ti applaude, a chi ti fischia?”. Non nascondeva i suoi timori, Michela, per aver espresso opinioni contrarie al governo: “ho sempre avuto paura per me per i miei figli, mi svegliavo e pensavo: ho esposto i miei ragazzi? Che cosa mi possono fare?”. Ora, Michela, più nulla. “Siamo a rischio di tenuta democratica. Spero che chi sta prendendo le decisioni in questo momento se ne ricordi e metta da parte i calcoli di partito”.


