Natale in Abruzzo tra famiglia, folklore e delicatezze
di Fausto D'Addario | 24 Dicembre 2023 @ 05:47 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Fuochi e nascite miracolose, diavoli e streghe, la tavola e la cabala. Il Natale in Abruzzo tra famiglia, folklore e delicatezze
È il 24 dicembre la Vigilia di Natale: sulla tovaglia rossa, tra agrifogli e candele, fra sacro e cucina, in Abruzzo ci sappiamo fare. Sono veramente i giorni più belli per gli occhi, il cuore e la pancia. Quando si pensa al Natale in Abruzzo, la mente va proprio al camino scoppiettante, alla nonna col grembiule tra teglie e pentole, ai profumi delle delizie che passano dal forno al palato, al suono vivace e nostalgico degli zampognari. Si è detto che la nostra regione “è mito, opposto alla falsa civiltà, è bisogno di reimmersione nell’arcaico“, ma anche l’Abruzzo è cambiato con il mondo, tra le dinamiche città di mare e i borghi montani spopolati il consumismo ha mutato il senso delle feste e dei riti. Tuttavia il Natale rimane ancora una festa estremamente tradizionale e familiare. “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi“, recita l’adagio. Natale è la festa della famiglia: anche chi è via tutto l’anno per lavoro, non vede l’ora di ritornare e sentire il calore del camino di casa. Popolo povero e umile, operoso e gentile, ma lontano dai grandi centri, l’abruzzese ha conservato genuina la tradizione della famiglia. Il sapore sempre antico e sempre nuovo di questa festa continua a commuovere tanto i più piccoli, quanto chi è più avanti con gli anni, al ricordo di com’era il Natale di una volta e come, forse, più non è.
Riti del fuoco, accendere la magia del Natale
In un sincretismo di sovrapposizioni, persistenze e memorie, il Natale è anche e ancora una festività “precristiana“, la festa del solstizio d’inverno e del sole, celebrata nel momento dell’anno in cui la durata della luce cominciava ad aumentare. La caratteristica di inizio del tempo legata al 25 dicembre tracima così nella cultura folklorica abruzzese. La nascita di Cristo si è andata caricando di significati cosmici e solari: “Ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace“. (Luca I, 78-79). La presenza della luce e del fuoco è pertanto rimasta usanza particolarmente forte in Abruzzo, dove il capostipite della famiglia poneva nel camino il ceppo (tecchie, ciocc, cepp, tizzon e via dicendo), un grosso tronco o una radice di olivo: il fuoco serviva a riscaldare il Bambinello e andava continuamente curato, per farlo durare fino al primo dell’anno. Il ceppo che si consumava lentamente rappresentava la fine del vecchio anno che lasciava il posto al nuovo. Le sue ceneri e i tizzoni non venivano buttati via; in alcuni luoghi, venivano sparsi sulle soglie delle case e nei campi a evitare il malocchio e favorire il raccolto. A inizio Quattrocento l’intransigente san Bernardino da Siena la bollava per arte del diavolo. Battaglia persa!
Tra quello che accade nella magica notte di Natale,ricordiamo i riti di fuoco, che avevano già illuminato le fredde notti abruzzesi d’Avvento. Alla Vigilia ricompaiono nella loro potenza purificatrice e rinnovatrice nelle farchie, fasci di rami e tronchi di varia altezza tenuti insieme da cerchi di ferro, o nelle cataste di legno, dette capanne o tombe. In provincia dell’Aquila a Santo Stefano, piccola frazione del comune di Sante Marie, la vigilia di Natale è caratterizzata dalla tradizione della capanna e delle ‘ntosse. Il Comune ha recentemente firmato ad Agnone il protocollo d’intesa che mette insieme le località italiane accomunate dai riti del fuoco. Sul Monte Faito viene allestita la cosiddetta “capanna”, una catasta di fascine che poggia su quattro grandi tronchi a richiamare la capanna di Betlemme; dopo i vespri, viene bruciata, accompagnata da fuochi d’artificio. Dalla direzione che prende il fumo della capanna si traggono auspici: se volge a levante, cioè verso le vigne, ci sarà molta uva, se volge a ponente, verso i castagneti, ci saranno tante castagne, se va a sud verso i campi ci saranno il raccolto sarà abbondante, ma guai se il fumo piega verso nord, verso la montagna: sarà un anno di carestia e di magra. Ma il paese torna in fermento alla Vigilia per la processione delle “ntosse”, aggettivo che significa accese, incendiate e si riferisce alle fiaccole portate in giro dai giovani per le vie di Santo Stefano. Giunti in piazza, le ‘ntosse sono gettata in un falò comune. Era anche un modo che permetteva a tutti, in assenza di energia elettrica, di andare alla messa di mezzanotte grazie alla luce delle fiaccole.
Sempre nell’aquilano, a Pescasseroli la catasta di legno prende il nome di tomba di Natale: un falò molto alto che brucia tutta la notte davanti all’abbazia dei santi Pietro e Paolo, attorno al quale l’intera comunità si riunisce. Non è Natale, se la catasta non arde per bene!
Ancora molto sentita è la farchia di Tufillo, in provincia di Chieti. Dalle prime ore del pomeriggio uomini, giovani e bambini cominciano a radunarsi di fronte al piazzale della chiesa di San Vito per preparare la farchia, un lungo tronco centrale – lu pedale – intorno al quale vengono poi inseriti altri tronchi minori, fino a formare un grosso fascio. La farchia così allestita viene trasportata lungo le vie principali del centro storico tra vicoli stretti e in salita fino alla chiesa di Santa Giusta; il prete benedice la farchia e quindi, tra l’entusiasmo dei presenti, si dà fuoco prima della messa della notte. Oggi la farchia viene messa in orizzontale e non innalzata per motivi di sicurezza. Anche a Nerito, frazione di Crognaleto in provincia di Teramo, la sera del 24 dicembre si accende un falò nella Piazza di sopra, il punto più alto del paese, alimentato di continuo fino al giorno dell’Epifania. Un intenso e affascinante momento collettivo, che rimanda a rituali ancestrali, un’arte precisa quella della preparazione del tronco e dell’accatastamento della legna, tramandata da padre in figlio, dove tutti collaborano, anche i bambini.
Diavoli e streghe in fuga
Natale è ricco di credenze e usanze. Il ceppo acceso doveva servire a tenere lontani gli spiriti maligni che avrebbero altrimenti cercato di fermare il ritorno del sole. La messa di Natale era una trappola per le streghe: una volta si pensava che alla messa della Vigilia le streghe dovessero rinnovare le loro formule e chi usciva per ultima dalla chiesa era certamente una strega rimasta fino alla fine per rinnovare i suoi riti. Ma gli insulti e i dileggi finivano sulle povere vecchiette ritardatarie che, a causa dell’età, si avviavano lentamente all’uscita, dove i ragazzi le aspettavano al varco. La messa di mezzanotte era particolarmente rumorosa: i fischi e il baccano erano benvenuti, perché avevano lo scopo di stanare e scacciare via spiriti e demoni che, nei giorni di tenebre del ritorno dei morti, infestavano gli spazi dei viventi. Questo avveniva specialmente dopo il Gloria, accompagnato dal rumoreggiare e da grida di giubilo. E per tenere a bada diavoli e operatori di stregonerie, c’era la preghiera delle cento croci: alla messa di mezzanotte non bisognava dimenticarsi di segnarsi cento volte per scongiurare qualsiasi attacco del Maligno. C’era anche chi faceva croci con la cera delle candele da usare tutto l’anno. Nelle tradizioni condivise di gran parte d’Italia chi nasceva alla mezzanotte fra il 24 e il 25 dicembre era poi destinato a diventare lupo mannaro, se maschio, strega, se femmina. Era la notte in cui nasceva Gesù: impensabile che in quel momento nascessero altri bambini. In realtà, la credenza affonda le radici in un contesto precristiano: il solstizio era il momento di passaggio fra due cicli e chi nasceva a cavallo di questi non apparteneva a nessuno dei due tempi, né alla natura umana, né a quella sacrale, come è il caso delle streghe e dei lupi mannari. Per cui questi bambini, nella vita, avrebbero alternato momenti di normalità a quelli di bestialità.
Il cenone: la tavola e la cabala
Potremmo dilungarci ancora molto. Le tradizioni di Natale sono davvero tante e tra le pieghe delle celebrazioni religiose, non possiamo non riservare un angolo al cenone. In realtà i nostri nonni ricordano – e ancora oggi in molti paesi abruzzesi è così – il 24 era giorno di digiuno. Il pranzo era molto ridotto e valeva per tutti, adulti, bambini e animali di casa. Il digiuno veniva rotto solo con la cena, dove erano servite le sette minestre o comunque sette portate, numero sacro nella Bibbia e numero dei doni dello Spirito Santo. In altri contesti la tradizione voleva nove portate per ricordare i nove mesi della gestazione di Gesù Bambino nel grembo di Maria. In ogni caso nel cenone regnava l’abbondanza sulla penuria, l’affermazione della vita sulla morte. I dolci tipici venivano fatti tradizionalmente in casa: i famosi “cagionetti” fritti, dalla forma di raviolo dal morbido e dolce ripieno, i mostaccioli, i ceci ripieni, frutta secca a volontà, mentre il torrone al cioccolato era considerato il dolce dei più agiati. Tra i protagonisti non poteva e non può mancare il parrozzo – pan rozzo – il dolce per eccellenza del Natale abruzzese, creato a Pescara negli anni Venti. Di forma semisferica, ricoperto di finissimo cioccolato fondente, ha un impasto fatto di farina di granoturco e mandorle. D’Annunzio ne esaltò il sapore dedicandogli persino un sonetto: “È tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a nu gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce…e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce…”.
Le devozioni della messa di mezzanotte non impedivano a uomini, donne e bambini di ritrovarsi attorno alla tavola e accanto al focolare, dove giocavano alla tombola fino a tardi.






