Quando Ignazio Silone osò sfidare Stalin 

di Fausto D'Addario | 01 Maggio 2024 @ 05:00 | ATTUALITA'
Ignazio Silone

Il 1 maggio 1900 nasceva a Pescina Ignazio Silone, cantore della vita disperata dei cafoni di Fontamara e di un cristianesimo pauperistico ne L’avventura di un povero cristiano. La città di Pescina celebra il primo maggio il 124° anniversario della sua nascita con la lettura di brani tratti dalle sue opere da studenti di tutto l’Abruzzo. Da giovane comunista, nel 1927 a Mosca, Silone osò sfidare Stalin da solo sulla condanna di Trotsky

Mosca, Maggio 1927. Un giovane Ignazio Silone entra in una piccola stanza, in compagnia di Palmiro Togliatti, ad un’affollata riunione del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista presieduta da Stalin. Ordine del giorno: la liquidazione di Trotsky e Zinoviev. Entrano in ritardo, si capisce: Togliatti veniva da Parigi e Silone dall’Italia; si erano incontrati a Berlino e da lì avevano proseguito insieme fino a Mosca. Era una riunione piuttosto riservata, ma Togliatti aveva insistito perché Silone, a capo della struttura clandestina del partito comunista, fosse presente in quel delicato momento. Erano passati solo dieci anni da quando il diciassettenne marsicano, allora Secondino Tranquilli, era già segretario regionale della Lega dei contadini, a Pescina, dov’era nato. Organizzava riunioni con i poveri lavoratori della zona e, per spronarli ad una presa di coscienza sociale, leggeva e commentava con loro racconti di Tolstoj, in una sala dov’era appeso un Cristo Redentore vestito di rosso e la scritta “Beati gli assetati di giustizia”. Cafoni, letteratura, Cristo: c’era già tutto Silone. Questo enfant prodige abruzzese già cercava di capire se un’opera letteraria potesse aiutare i derubati, come diceva lui, derubati di tutto, della parola, della dignità, della vita a scrollarsi di dosso lo stato pietoso in cui erano costretti a vivere. Lasciata la scuola, nel 1921 aveva partecipato alla fondazione del Partito Comunista e tra il ’21 e il ’27, quale membro della direzione del partito, compì varie missioni in Russia e in altri paesi europei, subendo tra l’altro il carcere in Spagna e Francia. 

Dunque, Mosca 1927. Ernst Thälmann, segretario generale del Partito comunista di Germania, presiedeva l’incontro e in quel momento stava leggendo una risoluzione circa i provvedimenti da prendere contro Trotsky, che aveva scritto un documento di dura critica al Partito comunista russo. Thälmann chiese se tutti fossero d’accordo; il finlandese Kuusinen si alzò in piedi dicendo che la condanna doveva essere ancora più esplicita. Nessuno osava più parlare. Solo Silone, consultato Togliatti, prese un po’ timidamente la parola, e scusandosi del ritardo, si rammaricò di non aver potuto prendere visione del documento da condannare. “A dire il vero nemmeno noi l’abbiamo visto”, rispose candidamente Thälmann. La risposta lasciò di stucco Silone, che riformulò l’obiezione: “Potrebbe ben darsi che il documento di Trotsky sia da condannare, ma non posso condannarlo prima di averlo visto”. “Nemmeno noi”, ribatté Thälmann in tedesco, “nemmeno la maggior parte dei delegati l’ha letto. Eccetto i russi”. Ora il tedesco veniva tradotto in russo per Stalin e in francese per gli italiani. L’incredulo Silone pensava di trovarsi di fronte a un errore di traduzione e chiese ancora l’intervento del traduttore. A questo punto Stalin decise di intervenire. Fino a quel momento era rimasto in piedi in un angolo della stanza ed era l’unico ad esser rimasto calmo. “L’Ufficio Politico del Partito comunista”, disse Stalin imperturbabile, “ha ritenuto non opportuno tradurre e diffondere il testo di Trotsky agli altri delegati a causa di alcune allusioni riguardo la politica dell’Unione Sovietica”. Il testo in questione sarebbe stato poi pubblicato dallo stesso Trotsky, noto col titolo di I problemi della rivoluzione cinese. Silone non era soddisfatto della risposta data da Stalin in persona. “Non contesto il diritto dell’Ufficio Politico di tenere alcuni documenti riservati”, incalzò, “ma non capisco come si possa chiedere di condannarli”. A quel punto esplose l’indignazione contro i due italiani, visto che Togliatti sembrava sostenerlo. Kuusinen, rosso in viso, riteneva inconcepibile la presenza nel partito di due piccoli borghesi – lo disse con espressione di disgusto e scherno – come loro. Nel parapiglia generale solo Stalin continuava a mantenere la calma: “Se anche un singolo delegato è contro la risoluzione, non può essere presentata”, disse fermo. “Forse i nostri compagni italiani non sono ben a conoscenza della situazione politica internazionale. Propongo la sospensione della seduta fino a domani e incaricherò uno dei presenti di spiegar loro come stanno le cose”. L’ingrato compito fu affidato a Kolarov, che sarebbe poi diventato Primo ministro in Bulgaria. “Miei cari italiani, so che l’Italia è il classico paese delle accademie, ma qui non siamo all’università”, li apostrofò Kolarov quella sera con tatto, ma con franchezza, di fronte a una tazza di tè. “Anche se Trotsky in persona mi portasse il testo, io non lo leggerei. Qui non è questione di documenti, ma siamo nel bel mezzo di una lotta per il potere tra due fazioni del Direttorio. Qualunque cosa venga dalla minoranza, io sto dalla parte della maggioranza. I documenti non mi interessano. Sono stato chiaro?”. “Sì”, rispose Silone. “E ti ho convinto?”. “No”, fu la risposta del giovane abruzzese, che rincarò: “dovrei spiegarti perché sono contro il fascismo”. Togliatti, in modo più moderato, condivideva la posizione del compagno italiano. Kolarov accompagnò i due alla porta: “Siete troppo giovani per capire come funziona la politica”.

Il giorno seguente la piccola stanza si riempì di nuovo. Un’atmosfera di nervosismo attraversava gli animi. “Se un solo delegato “, ricordò Stalin, “si mostra contrario alla risoluzione, non passerà. Allora, i nostri compagni italiani sono favorevoli?”. Anche questa volta Silone prese la parola: “Prima di prendere in considerazione la risoluzione, dobbiamo esaminare il documento in oggetto”. Anche il francese Treint e lo svizzero Humbert-Droz furono d’accordo. “La proposta è ritirata”, rispose secco Stalin. La piccola stanza piombò nel caos. Thälmann inveì contro lo scandaloso atteggiamento di Togliatti e Silone e disse che, se l’Italia era così legata al fascismo, la responsabilità era anche dei comunisti piccolo-borghesi italiani e che il Partito comunista italiano doveva essere passato al setaccio. Cosa che poi avvenne. Silone ne uscì fortemente scoraggiato. “Tutti quelli che si trovano in prigione, chi è già morto, hanno sacrificato la loro vita per questo? La vita che stiamo facendo – viviamo da esiliati e quasi da vagabondi – per cosa lo stiamo facendo?”. Poco prima di partire un operaio italiano venne a trovare Silone, lamentando le dure condizioni di lavoro cui gli operai in Russia erano sottoposti. Peggio che nei paesi capitalisti! Quei tanto decantati diritti della classe operaia erano parole al vento. Pochi giorni dopo a Berlino, dove Silone era in attesa dei suoi documenti falsi, dai giornali apprese la notizia della condanna di Trotsky da parte del Comintern. “Non può essere vero”, protestò Silone. Si recò allora da Thälmann: il Presidium del Comintern poteva adottare qualsiasi risoluzione in caso di emergenza. “Ecco cosa significa la disciplina comunista”. Inquietante. Poco dopo Togliatti fece marcia indietro: ragioni storiche imponevano di accettare la linea dei russi, anche se non era la soluzione più soddisfacente. Del resto, cosa avrebbero potuto fare loro per cambiare le cose? Nulla. Silone, invece, lasciò il partito nel 1930 e prese, sofferto, la sua strada. “Vengo da un paese dove l’abito a lutto si porta più a lungo che altrove”.

Silone conosceva personalmente Trotzky dai tempi della sua attività nel Partito comunista italiano. Non appena uscì il suo capolavoro Fontamara, il romanzo fece subito presa sugli ambienti letterari. Trotzky, già in esilio, fu tra i primi a leggere l’opera e ne rimase profondamente colpito. Così l’esiliato russo scriveva il 17 luglio 1933 al trentatreenne Silone: “In Fontamara la passione si eleva a tale altezza da farne un’autentica opera d’arte. Il libro merita d’essere diffuso in milioni d’esemplari”. La profezia si compì, perché Fontamara, tradotto in ventisette lingue, ha venduto oltre un milione e mezzo di copie. Silone non accettò mai l’invito di Trotsky ad un incontro, nonostante il pescinese fosse stato praticamente l’unico a difenderlo a Mosca nel 1927; giudicava il suo dogmatismo ideologico un ostacolo decisivo ad una possibile intesa politica. Il leader russo in esilio ebbe per un po’ un notevole influsso sulla vita politica e culturale in Occidente, suscitando interesse e vivaci dibattiti tra gli intellettuali. Stalin non poteva stare a guardare a lungo. Dopo vari spostamenti Trotsky trovò rifugio in Messico, dove fu ucciso nell’agosto del 1940. “Ciò che mi colpì nei comunisti russi, anche in personalità veramente eccezionali come Lenin e Trotsky”, scrisse Silone nel 1949 in Il Dio che è fallito, “era l’assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un venduto. Un avversario in buona fede sembrava per i comunisti russi inconcepibile”. 

Il travagliato tragitto che Ignazio Silone compì lungo tre quarti del difficile secolo appena trascorso giunse a consumazione il 22 agosto del 1978 a Ginevra, in Svizzera. Una crisi cerebrale lo aveva colpito quattro giorni prima, mentre stava scrivendo Severina, l’ultimo romanzo rimasto incompiuto. Le sue ceneri vennero portate, come sua esplicita volontà, a Pescina, due giorni. La via principale del paese è dedicata a Quinto Poppedio Silone, uno dei capi degli italici ribelli ai tempi della Guerra sociale contro Roma. Silone aveva scelto questo nome di battaglia, cristianizzandolo con l’aggiunta di Ignazio. Il cimitero si riempì presto di corone: vennero a onorarlo da tutto l’Abruzzo e da Roma. In prima fila la corona di Sandro Pertini, compianto Presidente della Repubblica, che descrisse Silone come “un uomo dal cuore puro, un intellettuale onesto. Di Silone vi è una frase che ho sentito di recente: Gli schiamazzi della folla non possono far tacere la voce della coscienza. Ecco, nella frase c’è tutto Silone”. 

Addio Silone. La tua coscienza di eterno ragazzo abruzzese ti aveva abituato a dire pane al pane, vino al vino, sale al sale, ossia la verità. Scrivere divenne per te un bisogno inderogabile di testimoniare il tuo amore per la libertà, la tua passione civile, di affermare il senso e i limiti di una dolorosa, ma definitiva rottura. E forse di una fedeltà più sincera alla tua lotta per la verità.



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