Giovanni, il santo guerriero di Capestrano

di Fausto D'Addario | 20 Ottobre 2024 @ 05:00 | RACCONTANDO
guerriero di Capestrano

Giovanni, il santo guerriero di Capestrano. Il piccolo centro di Capestrano può vantare ben due famosi guerrieri. Uno col copricapo a larghe tese, l’altro col cappuccio a punta; uno armato di tutto punto e protetto da una corazza, l’altro vestiva di un semplice saio e brandiva un crocifisso; uno era un re che guidava i pagani, l’altro un santo che li combatteva; uno di rude pietra calcarea, l’altro di fede granitica; uno esposto sotto i riflettori e diventato simbolo di una regione, dell’altro non sappiamo dove sia il suo corpo.

Frate e cavaliere, giurista e capitano di popolo, ambasciatore e inquisitore, taumaturgo ed esorcista, riformatore e crociato. Politically incorrect fino al midollo. La turbolenta figura di quell’abruzzese doc che era San Giovanni da Capestrano non finisce di stupire. Fra pochi giorni, il 23 ottobre, ne ricorre la memoria liturgica. Tedesco per parte di padre, abruzzese da parte di madre, Giovanni nacque a Capestrano il 24 giugno 1386, in valle tritana. I suoi conterranei lo chiamavano Giantudesco, per quell’aspetto nordico, tedesco appunto, che aveva ripreso dal padre che, dal nord, era venuto al seguito del re di Napoli Ladislao. Erano anni di intrighi e vendette all’interno del Regno, che arrivarono a toccare persino il piccolo borgo di Capestrano. Non aveva che 7 o 8 anni quando il piccolo Giovanni assistette terrorizzato all’incendio della sua casa e allo sterminio della sua famiglia. Dopo quell’episodio, che gli rimase impresso per tutta la vita, iniziò la sua carriera di studi. Giovanni fu istruito dapprima a casa e poi presso qualche istituzione ecclesiastica della diocesi di Valva o della Marsica. Quindi proseguì gli studi di legge a Perugia presso il Collegio Gregoriano, il più prestigioso studio giuridico dell’Italia centrale dell’epoca, dove si formavano i migliori uomini del tempo.

Sempre a Perugia si ritrovò alla guida della città durante l’assedio di Braccio da Montone. Quando scoppiò la guerra nel 1416 tra Perugia e i Malatesta, Giovanni fu inviato come ambasciatore per proporre la pace, ma venne gettato in prigione. Quando tentò la fuga calandosi dalla torre, cadde e si ruppe anche una gamba. Aveva trent’anni e fu durante questa prigionia che iniziò a pensare più seriamente alla sua anima. In sogno gli apparve San Francesco che gli metteva il saio, ma Giovanni aveva sposato una ricca signora di Perugia poco prima della guerra. Dato che il matrimonio non fu consumato, ottenne una dispensa per entrare in religione, cosa che fece il 4 ottobre 1416. Intanto le infiammate prediche di Bernardino da Siena lo avevano conquistato.

Probabilmente pensava a una tranquilla vita fatta di preghiere di studio, ma non fu così.

Mentre stava ultimando la sua preparazione teologica al Convento di San Giuliano a L’Aquila, Ottone Colonna, eletto papa con il nome di Martino V, lo volle come inquisitore per tutte le eresie. E così divenne il giurista sul pulpito, secondo una felice definizione. La sua missione era predicare e combattere gli eretici. Certi suoi sermoni contro l’usura, il gioco d’azzardo, la legge di Dio, l’uguaglianza fra tutti gli uomini hanno fatto scuola. Ed erano sermoni che potevano durare due o tre ore! La sua vita era condotta nel segno dell’austerità: elemosinava il suo pane, portava quotidianamente il cilicio, digiunava tutti i giorni in eguale misura. Per conto degli altri papi avrebbe svolto missioni diplomatiche nelle maggiori corti d’Europa a trattare alla pari con imperatore e principi. I suoi scritti, che affrontavano questioni giuridiche e morali, forniti di ampia documentazione canonistica e teologica, erano letti, discussi e apprezzati ovunque: in tutta Italia, ma anche in Francia, in Germania e in Spagna e in altre parti d’Europa.

Nemmeno perdeva di vista le cose che accadevano dalle nostre parti, in Abruzzo, tanto che mise fine alla guerra tra Lanciano e Ortona per il controllo del porto di San Vito, nel 1427. A Ortona Santa Maria delle Grazie fu fondata nel 1430 in merito alle clausole del “lodo di Pace” fatto firmare dal frate ai due sindaci delle città e a Lanciano Sant’Antonio di Padova fu la seconda chiesa voluta da Giovanni per dar fede al giuramento di pace. Quando Giovanni ricoprì la carica di vicario per la provincia francescana abruzzese, fondò il convento di San Francesco a Capestrano nel 1447, una volta che il santo ebbe i terreni per concessione dalla contessa Jacovella da Celano. Rimase celebre la predica miracolosa tenuta nel 1426 dinanzi al Duomo dell’Aquila. Ce la racconta Giovanni Amici, suo parente per parte di madre e frate osservante con il nome di Bernardino da Fossa. Tenendo in mano una tavola con il trigramma bernardiniano (IHS), Giovanni comandò ad alta voce che tutti gli indemoniati dovessero rendere onore al nome di Gesù. Allora molte donne cominciarono a gridare e a dimenarsi, una in particolare si torceva e gridava come un ossesso. Tutta la gente fu presa da stupore e timore. Infine, quando comandò che tornasse la pace, tutti tacquero. Attraversò così tutta l’Italia in lunghe missioni e peregrinazioni. A Brescia predicò a una folla di centoventiseimila persone, che erano venute da tutte le province vicine. In un’altra occasione durante una missione, gli furono portati più di duemila malati affinché li segnasse con il segno della croce, tanto grande era la sua fama di guaritore.

A spingerlo a passare ancora una volta le Alpi – era già stato in Francia tra il 1442 e il 1443 – fu l’invito dell’imperatore Federico III d’Asburgo. Nel 1451 andò su quindi in Austria e negli anni seguenti visitò non sono i conventi, d’oltralpe, ma tutte le parti dell’impero absurgico, predicando e combattendo l’eresia degli hussiti. Arrivò fino in Polonia. Ma erano quelli gli anni in cui una formidabile minaccia gettava la sua ombra sulle terre balcaniche: l’Impero Ottomano. Costantinopoli era caduta nel 1453 e nel 1455 papa Callisto III indirizzava una bolla a tutti i sovrani europei invitandoli a fare fronte comune contro l’avanzata ottomana. E quando le armate turche erano ormai alle porte di Belgrado, il nostro frate da Capestrano si mise d’impegno allo scopo di raccogliere volontari da tutta l’Europa. Il 1 luglio del 1456, alla testa di questa truppe, fronteggiò il ben più potente esercito ottomano, mettendolo in fuga. Fu in questa occasione che, a 70 anni, si conquistò il nome di santo soldato. Da autentico condottiero medievale, incitò coraggiosamente le sue schiere lanciandosi nella mischia nel santo nome di Cristo, che campeggiava a grandi lettere sullo stendardo che reggeva alto davanti a sé. La vittoria a Belgrado, cui l’energico Giovanni contribuì, fermò di fatto l’avanzata ottomana verso l’Europa per altri 70 anni.

L’anziano frate morì alcuni mesi dopo la battaglia. Lo sforzo sostenuto gli fu fatale; qualcuno parla di epidemie di peste. Malato, dopo essere stato per qualche tempo a Belgrado, si trasferì al convento di Ilok, in Croazia. Prima di spirare, affidò al frate Giovanni da Tagliacozzo il compito di riportare l’archivio dei suoi documenti e la sua biblioteca privata nella sua Capestrano. Venne sepolto nella chiesa del convento croato, che divenne subito oggetto di pellegrinaggi e guarigioni. Quando vi arrivarono i turchi nel 1526, distrussero pereò ogni cosa e il suo corpo non fu mai recuperato. Se la data della sua canonizzazione è controversa (1690 o 1724), più sicuro è il giorno della sua festa, che fu spostata dal papa San Paolo VI dal 28 marzo al 23 ottobre, giorno della sua morte. Nel 1984 il Papa San Giovanni Paolo II lo ha proclamato patrono dei cappellani militari in tutto il mondo.

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