In viaggio nell’Abruzzo dei borghi fantasma

di Fausto D'Addario | 03 Novembre 2024 @ 05:29 | AMBIENTE
BORGHI

In queste novembrate un po’ frizzanti, ma ancora soleggiate, vi portiamo in viaggio sentimentale e nostalgico nell’Abruzzo dei borghi fantasma. Se potessimo abbracciare tutto l’Abruzzo in uno sguardo o mettere le ali come un uccello – o come un drone! – per volare più in alto delle montagne, in mezzo al cielo, vedremmo la nostra regione dall’alto e in lungo e in largo come un meraviglioso anfiteatro, protetto dalla quinta delle montagne e aperto sull’azzurro del mare.

È in questo meraviglioso scenario che si annidano innumerevoli centri di piccole dimensioni, aggrappati su aride rocce come nidi d’aquile, disseminati lungo le vallate e le strade come sentinelle sparpagliate, adagiati tra campi di ogni colore che sono paradisi di verde e di frescura.

Sono i borghi abruzzesi, che un tempo erano l’asse portante dell’economia locale, buona parte dei quali da decenni sta perdendo parti sempre consistenti della propria popolazione, in un declino lento ma inarrestabile. Alcuni sono già luoghi fantasma e più o meno in rovina, altri sono sull’orlo della scomparsa; altri ancora continuano a esistere e resistere grazie a una ostinata e ammirevole resistenza dei residenti. Un fenomeno strutturale le cui motivazioni sono tante e altrettanto comprensibili: catastrofi naturali, nuovi assetti territoriali, cambi di mentalità nella società, la ricerca di una vita migliore. Nei borghi abbandonati si leggono ancora le tracce di una lunga storia di sforzi e di lotte, di miserie e di gloria, fra i boschi, nelle botteghe, nei casolari, da parte di una gente forte e gentile mai stanca, che lavora e, se pure soffre, non si lamenta. Pur trascinati da questo vortice di sparizione, sono ancora impregnati di queste storie invisibili e oggi vogliamo parlarvi di cinque casi speciali.

Buonanotte agli artisti

Buonanotte, Malanotte o Montebello sul Sangro? Quale che sia il nome – nel tempo gli sono stati affiancati più toponimi – il borgo in provincia di Chieti a cavallo tra le valli del Sangro e dell’Aventino è oggi la quintessenza del borgo fantasma abruzzese. Di origine medievale, nel XII secolo, il paese vecchio venne abbandonato agli inizi degli anni ’70 a causa di una rovinosa frana che ha eroso il paese. Oggi il nuovo centro – anche per richiesta degli stessi abitanti – si chiama Montebello sul Sangro e conta un’ottantina di abitanti. Chi volesse prendersi la briga di farvi visita, resterebbe colpito dall’entità della frana già arrivando dalla strada. La parte del borgo vecchio messo in sicurezza è visitabile, ma soprattutto è diventato un polo di attrazione turistica e culturale, trasformandosi in Buonanotte contemporanea. Camminando nel silenzio tra le case superstiti si possono ammirare installazioni di arte contemporanea. Un progetto di rigenerazione artistica e urbana che ha visto la collaborazione di artisti e architetti in un coraggioso tentativo di contrasto, più che dello spopolamento, dell’oblio.

La Passione delle pietre lucenti

Gessopalena è un borgo fantasma di origini medievali, che si trova sulla valle dell’Aventino. Il nome è dovuto al fatto che è interamente scavato nel gesso e si snoda su uno sperone roccioso che si affaccia sulla vallata sottostante. Inoltre, il fatto di essere vicino Palena gli procurò il nome di Gesso prope Palenam, da cui l’attuale toponimo. In questo caso l’abbandono fu graduale, visto che, cessate le necessità strategiche di difesa, il paese cominciò a svilupparsi più a valle. L’abitato sopravvisse a due terremoti, nel 1705 e nel 1933, ma il colpo di grazia arrivò con la seconda guerra mondiale. Gessopalena faceva da zona cuscinetto tra gli altipiani dell’aquilano, dove erano le roccaforti delle truppe tedesche sulla Linea Gustav e la zona costiera dei combattimenti. Il borgo fu minato e fatto saltare in aria completamente tra il 4 e il 5 dicembre del 1943 dalle truppe tedesche. Chi si era attardato a salvare beni e bestiame morì sotto le macerie, come accadde alla madre del Vice Comandante della Brigata Maiella, Domenico Troilo. Grazie ad un’opera di restauro conservativo, il borgo è oggi valorizzato come luogo della memoria, con la sede istituzionale della Fondazione Brigata Maiella istituita nel 1999. Una curiosità: alla sera del Mercoledì Santo l’intero borgo di Gessopalena si trasforma in un magnifico palcoscenico, grazie alla presenza della Maiella e della roccia lucente del gesso e ospita la sacra rappresentazione della Passione di Cristo con tantissimi figuranti che rievocano gli episodi principali della vita e della morte di Gesù.

Un Faraone nel deserto teramano

Colpito da un terremoto nel 1950 e poi definitivamente abbandonato nel 1965, i resti del borgo di Faraone sono ancora placidamente adagiati su un colle, non lontano da Civitella del Tronto. Ma qui gli egiziani non c’entrano nulla: il nome deriverebbe dal longobardo “fara”, che significa famiglia e la prima menzione risale all’anno Mille, grazie a una donazione di beni fatta da Raterio, monaco di Montecassino. Il paese si è spostato nella sua nuova sede, Faraone nuovo, anche perché il movimento franoso della terra rendeva insicura tutta l’area dell’abitato. La visita alla parte vecchia fortificata è libera e molto suggestiva. Ormai assediata da un fitto groviglio di piante e radici d’alberi, si arriva passando attraverso un pregevole arco sormontato da una torre merlata con incastonata un’immagine della Madonna; si procede quindi su sentieri sterrati, arrivando alla piazzetta del paese. È toccante entrare nella chiesa abbandonata di Santa Maria delle Misericordie o esplorare il palazzo dei Baroni Farina, con gli affreschi ancora tutti al loro posto.

Il paese abbandonato anche dai morti

Il terribile terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915 causò la morte di oltre 30.000 persone. I suoi numerosi e popolosi centri abitati vennero rasi al suolo e ad Avezzano furono meno di mille i superstiti, su oltre 11 mila abitanti. Tra neve e macerie, gravi perdite si registrarono anche a Sperone Vecchio, frazione del comune di Gioia dei Marsi. Dopo il sisma, gli abitanti della parte più antica si spostarono verso valle, in quello che fu chiamato Sperone Nuovo. Il trasferimento non durò molto. Anche la parte nuova fu progressivamente abbandonata dai pochi abitanti rimasti: tra il 1963 e il 1971 gli abitanti di Sperone furono trasferiti a Gioia del Marsi, nel Borgo denominato proprio Sperone ad est del centro abitato. In seguito anche il cimitero fu spostato – oggi un campo dove crescono le margherite – riesumando i defunti e trasportandoli al cimitero a valle. La torre cilindrica del XIII secolo di un castello ormai scomparso ancora oggi domina dall’alto il vecchio abitato. Oggi Sperone Vecchio è tutto silenzio e panorama mozzafiato, meta molto amata dagli escursionisti. Ad eccezione della chiesa di San Nicola, che non versa proprio in ottime condizioni, Sperone ha un aspetto spettrale e suggestivo, ricoperto interamente dalla vegetazione.

Risanando le Fratture

Frattura. Il suo nome è già un simbolo, dato che prende il nome dall’imponente evento franoso che interessò il Monte Genzana, ma è anche segno della cesura che lo separa dalla civiltà. Il devastante sisma del 1915 ha distrutto il piccolo centro in provincia dell’Aquila, a 1260m sul lago di Scanno. Il nuovo abitato fu ricostruito a valle sotto il Fascismo e da quel momento i due paesi, sospesi tra passato e presente, sono conosciuti come Frattura Vecchia e Frattura Nuova. A Frattura Vecchia rimangono 75 fabbricati, di cui 45 apparenti a Sextantio; il cuore è il vecchio fontanile, ora restaurato e gorgogliante di acqua freschissima. Anche se non è più stabilmente abitato, nella bella stagione si rianima grazie a coloro che non hanno mai perso il legame con la loro antica terra. Ma c’è un’altra frattura che viene risanata. Dal 2010 l’antropologa Anna Rizzo, grazie a una missione dell’Università di Bologna, segue la riqualificazione di Frattura, unica frazione di Scanno e raggiungibile attraverso un’unica strada dal borgo dei fotografi. Conoscendo e intervistando le persone del luogo, dedicandosi al lavoro nei campi e con gli animali, ha compreso che solo studiando a fondo la storia dei luoghi e coinvolgendo attivamente le comunità si possono elaborare modelli credibili per il ripopolamento. Da qui il suo interesse per il fagiolo bianco di Frattura, un legume rampicante autoctono, detto anche legume di pane, di altissima qualità sotto il profilo organolettico, che riceva gusto e sapore dall’adattamento alle posizioni difficili. Proprio la sua coltivazione è stato il volano della ripresa di Frattura, la cui coltivazione ha riaggregato i fratturesi. E sulla via per il vecchio centro si possono vedere le mucche al pascolo, che brucano libere l’erba fresca.

I paesi non muoiono mai

Ruderi e strade vuote parlano ancora ai visitatori. Il tempo sembra essersi fermato, la vegetazione avanza. Ma contro ogni apparenza, non sono borghi fantasma. Madre Natura erode, nasconde, confonde, ma non cancella. I luoghi abbandonati non muoiono mai. Visitateli. Non trasmettono sensazione di abbandono, perché continuano ad avere una loro vita, solo dai ritmi molto più rallentati. Sono potenti luoghi di memoria, sono finestre sul passato che continuano a raccontare la storia delle comunità che le hanno abitate. Sì, perché ognuno di questi paesi – e tanti altri che non abbiamo potuto citare – possiede il suo temperamento, il suo umore, il suo fascino, i suoi segreti. E i vecchi abitanti lo trasmettono con determinata intensità, glielo leggi negli occhi: non rimpianti e malinconie fine a se stessi, ma il brillìo di chi continua ancora a sperare, ad avere fiducia, a sognare di poter riconquistare quei luoghi. Certo, rimane il problema di come, quando e con quali finalità recuperarli, visto che scontano decenni di disattenzioni e negligenze. Abbiamo pensato di rendere la vita migliore spostando lavoro e servizi dalla montagna alla città e invece tutto il resto è a poco a poco crollato. Le città sono spaesanti, i borghi si sono svuotati. È un problema che rimane sospeso per i piccoli centri che in Abruzzo e non solo stanno rischiando l’abbandono. Certamente le vie artistica e culturale sono quelle percorribili per iniettare vita nei borghi; ma per riabitare i paesi e per renderli vivibili bisogna garantire servizi ed infrastrutture. E soprattutto diritti. Legati al lavoro, all’infanzia, alla salute e alle donne, così da renderli abili e inclusivi. Antropologi come Anna Rizzo e Vito Teti si sono battuti molto per questo. Alcuni segnali però vengono dai giovani: sono loro che con determinazione – spesso senza trovare sostegno nelle amministrazioni – portano avanti con coraggio iniziative autofinanziate. Cè già una parte della popolazione urbana che sta ripensando e ripenserà ai paesi, almeno come residenza provvisoria. Il paso successivo sarà quello di riorganizzare più paesi insieme, senza sprecare energie con progetti di riattivazione singoli. La fortuna e la grandezza dei paesi dell’entroterra abruzzese, contesti rimasti per lo più sigillati dal tempo, è stata la capacità di creare delle pratiche e delle reti economiche, dove la comunità più forte aiutava la più debole e dove gli scambi dei prodotti garantivano la sussistenza di tutti.

Che cosa significa “fantasma”, “abbandonato”, “isolato”? Posti che custodiscono storie da scoprire, siti meravigliosi e ammantati di fascino che, nel corso dei secoli, hanno rappresentato per i nostri antenati un riparo, un luogo d’ispirazione, un avamposto strategico o un rifugio spirituale. Scacciamo i fantasmi e torniamo a riabitare le nostre radici.



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