Il terremoto della Marsica e quei danni a L’Aquila
Anche L'Aquila riportò dei danni a seguito del terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915
di Fausto D'Addario | 12 Gennaio 2025 @ 05:39 | RACCONTANDO
Non erano ancora le 8 del mattino del 13 gennaio del 1915, quando un rombo orrendo atterrì le semi-addormentate popolazioni dell’Abruzzo e dell’Italia centrale. Fu una violentissima scossa, seguita da varie altre di assestamento, che per 34 lunghissimi secondi squassò con furibondo moto sussultorio la terra, che parve volesse aprirsi in due, scomparire e inabissarsi. Un terremoto dell’undicesimo grado della scala Mercalli – la scossa principale viene valutata oggi con una magnitudo pari a 7 – sconvolse intere zone della Marsica, distruggendo Avezzano, i paesi nell’area del Fucino, della valle del Liri e della valle Roveto, provocando danni fino a Roma: monumenti, stabili e palazzi pubblici e privati riportarono nella capitale più o meno gravi danni e lesioni. Alla fine furono 52 i centri abitati distrutti o fortemente danneggiati dal terremoto e le regioni maggiormente interessate furono, altre all’Abruzzo, anche Lazio, Campania e Umbria.
I danni a L’Aquila
All’indomani del terremoto nella Marsica, anche a L’Aquila si contarono i danni, come riportato dalla Tribuna del 14 gennaio del 1915. In quello che è oggi il comune dell’Aquila (centro e frazioni) si contarono settanta morti come conseguenza dell’immensa distruzione. L’ospedale civile vide il crollo di tre volte, che provocò otto feriti; anche nel ricovero di mendicità a Collemaggio, dei crolli ferirono otto persone. Colpiti anche i monumenti, come la facciata di Collemaggio, dei cui danni cui si hanno anche riscontri fotografici. Buona parte degli edifici rimase lesionata, molte le case inabitabili e il panico si diffuse presto nella popolazione aquilana, tanto da arrestare del tutto la vita pubblica. Le ripetute scosse fecero fuggire terrorizzati anche gli ultimi rimasti in casa e molti si accamparono all’aperto, come potevano.
Il sindaco dell’Aquila, l’avvocato Vincenzo Speranza, si prodigò per far allestire dei baraccamenti, diede l’incarico di far le dovute verifiche di abitabilità degli edifici e cercava di convincere la popolazione a rientrare in quelle case che non avevano riportato danni. Intanto cominciava a discutersi la possibilità di edificare nuovi fabbricati al di fuori della città storica, come ricordava il compianto professor Colapietra. Venne così nominata una commissione con il compito di studiare il problema delle esigenze abitative e del rinnovamento edilizio. I baraccamenti nella Villa comunale e nelle piazze principali della città – Santa Giusta, Santa Maria Paganica e San Silvestro – diedero la sensazione che la zona della Villa comunale potesse essere suscettibile di uno sviluppo edilizio molto più accentuato. Ma questo sviluppo cominciò ad avvenire negli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra. Invece fu solo alla fine di gennaio che il ministro dell’Interno Salandra inviò a L’Aquila l’ispettore dell’Amministrazione delle Carceri e dei Riformatori, l’ingegnere Primo Comitti, a controllare la stabilità degli edifici che ospitavano le carceri giudiziarie e la casa di reclusione. I controlli si estesero poi a tutti gli edifici di interesse pubblico, alle caserme e alle scuole.
La protesta d’oltretomba
Erminio Sipari, che fin dal 13 gennaio era accorso sui luoghi del disastro, il 19 marzo fece giungere alla Camera “la protesta d’oltretomba” di quelle vittime che si sarebbero potute salvare, se il Governo avesse determinato fin da subito la zona del disastro, tra L’Aquila e Sora. Il 18 gennaio località come Bisegna, Aschi e Sperone erano ancora completamente abbandonate. Le malattie falcidiavano la popolazione superstite e indebolita, mentre l’allestimento dei baraccamenti andava a rilento. “Come potrebbe il Governo prendere provvedimenti contro deficienze passate, o contro terremoti futuri“, fu una delle risposte che ebbe, in una seduta che si fece sempre più tumultuosa. Sipari denunciava i ritardi e le carenze nell’organizzazione dei soccorsi, descriveva con dolore le gravi perdite umane, sollecitava il governo ad accelerare la costruzione di ricoveri stabili, a promuovere la ricostruzione di edifici e infrastrutture e a risvegliare l’economia agricola, industriale e commerciale della regione devastata.
Ma il 1915 era l’anno dell’inizio della Prima guerra mondiale e l’Italia sarebbe entrata in guerra il 24 maggio di quell’anno. Nonostante le difficoltà e i danni di un evento come quello del terremoto della Marsica, gran parte delle truppe furono richiamate per “le supreme esigenze belliche della Patria”. Già agli inizi di febbraio diversi reparti abbandonarono la Marsica e, poche settimane dopo, anche la sanità militare fu mobilitata. I soccorsi rimasero in mano quasi solamente ai privati e agli enti caritatevoli. I giovani sopravvissuti al terremoto furono chiamati alle armi e chi era riuscito a scampare al terremoto, trovò la morte al fronte.
Prima e dopo quel 13 gennaio
La Marsica del 1915 era una graziosa conca circondata da cittadine che, da alcuni anni, erano risorte a fiorente progresso industriale e agricolo. Un incantevole panorama, a cui faceva orribile contrasto la vista degli abitati, stritolati e straziati dalla furia di quel sisma. Avezzano, Le Cese, Cappelle, Paterno, Collarmele, San Benedetto, Massa d’Albe, Pescina, Ortucchio e Gioia furono rase al suolo e ridotte a cimiteri. Avezzano in pochi secondi scomparse dal numero delle città viventi e fu tutto un cumulo immenso di rovine. Restò in piedi solo la casa del cementista Cesare Palazzi, come testimonia anche la targa commemorativa: “Unica casa che ha resistito al terremoto del 13-1-1915. Su un totale di 13.000 abitanti, 10.000 furono i morti, 2.000 i feriti. Le prime informazioni giunsero infatti non da Avezzano, ma da Tagliacozzo e solo nella tarda mattinata del 13.
Ad accrescere gli orrori del disastro, fra i sopravvissuti non mancarono gli sciacalli, che frugavano fra le rovine in cerca di valori. Il freddo intenso e le abbondanti nevicate rallentarono i soccorsi: lo spessore della neve ricoprì tutte le rovine come un funebre sudario, interrompendo linee ferroviarie e telegrafiche. In alcuni centri più periferici, richiamati dall’odore sprigionantesi dalle macerie, fecero la loro sinistra comparsa cani randagi e lupi scesi dalle cime nevose. Dove non si poteva procedere al pronto intervento, centinaia di quintali di calce viva ricopersero cadaveri e rovine per impedire lo scoppio di epidemie.
Numerosi altri abitati furono danneggiati nella vita e negli averi, determinando ferite profonde in un vasto territorio e tante altre se ne produssero nel corso della lunga ricostruzione dei decenni successivi. “Così, se noi superstiti dal terribile flagello“, chiudeva Erminio Sipari il suo accorato intervento, “vedremo presto per opera sua, onorevole Salandra, organizzata una più accurata assistenza dello Stato nelle pubbliche calamità, avremo almeno il conforto che il sacrifìcio delle vite dei nostri cari sarà valso a lenire dolori e tormenti ai nostri fratelli d’Italia“.


