La corsa della Resurrezione
di Fausto D'Addario | 20 Aprile 2025 @ 05:39 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Quando la fede corre: la Pasqua d’Abruzzo è una madre che corre verso il Figlio. Un viaggio tra i riti pasquali abruzzesi dove il dolore diventa slancio e la resurrezione prende il passo di una corsa.
È una Pasqua che si muove, che scalpita, che corre. In Abruzzo non si resta fermi. Dalla costa alle montagne, nei borghi dell’entroterra e nei centri più popolosi, si scende in piazza, si percorrono le strade antiche, si rivivono i misteri della fede cristiana con il corpo, con la voce, con il cuore. È la “Madonna che scappa”, ma sarebbe meglio dire: la Madre che si strappa dal lutto per correre incontro alla Vita. A Sulmona, come a Spoltore, Pratola Peligna, Introdacqua, Lanciano e Corropoli, l’umanità di Maria diventa corpo e gesto, esitazione e slancio, dubbio e fiducia.
Queste corse non sono folclore: sono un Vangelo vivente, incarnato nei gesti e nelle rughe di chi nelle confraternite da generazioni si tramanda il senso profondo della Risurrezione. Maria corre, come Pietro e Giovanni. Il cristiano è uno che corre. Non per ambizione o competizione, ma per urgenza spirituale: urge vedere, toccare, credere. Come accade a Chieti, durante la struggente processione del Venerdì Santo, dove i passi lenti e solenni sembrano esplodere di nuovo nella corsa pasquale della Madonna che cerca il Figlio.
Il Vangelo di Giovanni racconta di una corsa: i discepoli non camminano, non meditano in silenzio, non filosofeggiano. Corrono. Corrono al sepolcro con il cuore pieno di dubbi, ma anche di speranza. Perché avere fede significa sbilanciarsi in avanti. Accettare che si possa inciampare, rallentare, persino cadere, rallentare. Ma guai a fermarsi!
La Madonna che scappa a Sulmona
Sulmona, 1752: è la prima data certa di questa rappresentazione, ma la memoria collettiva sa che il rito è più antico, forse medievale, forse radicato nel Seicento barocco, quando la fede aveva bisogno di segni visibili, forti, carnali. Dopo la Messa di Pasqua, è la chiesa di Santa Maria della Tomba a spalancare il sipario sul dramma sacro. Mentre il Cristo risorto prende posto sotto gli archi dell’acquedotto svevo, gli apostoli Pietro e Giovanni corrono da Maria, che attende in lutto nella chiesa di San Filippo Neri. Tre volte bussano alla sua porta, come a quella del cuore: prima Giovanni, poi Pietro, poi ancora Giovanni. Solo alla terza supplica, la Madre cede. Le porte si aprono e lei avanza: lenta, sospesa, trattenuta dal dolore che non ha ancora del tutto lasciato il suo grembo.
Poi, l’improvviso: “Via, via, via!”. I portatori sollevano la statua, il manto nero si strappa via, volano colombe e scoppiano i mortaretti. La Vergine “scappa” e corre verso il Figlio risorto, mentre tutta la piazza, fino a un attimo prima trattenuta nel silenzio, esplode in un boato di lacrime, applausi e fede. È il cuore dell’Abruzzo che si rimette in cammino.
Le altre corse di Maria in Abruzzo
Ma la corsa di Maria non è solo di Sulmona. È la stessa corsa che si fa “volata” a Introdacqua, dove si dice che la tradizione sia persino più antica. Qui la Madonna “véle”, vola: portata a spalla da giovani del paese, si lancia verso il Risorto tra lo scrosciare delle campane, i botti, le note della banda. Il mantello nero lascia spazio al celeste, il lutto si tramuta in tenerezza.
A Pratola Peligna, invece, non è solo la Madre a correre: anche il Cristo si slancia verso di lei. Le due statue prendono strade diverse dal Santuario della Madonna della Libera, per poi incontrarsi in un tripudio di inchini al centro di Piazza Garibaldi. È la “Resuscete”, e in quel gesto coreografico e potente si ricompone il dolore del Venerdì Santo, si sutura la ferita della Croce.
A Spoltore, è la Maddalena che fa da messaggera. Corre per tre volte da Gesù alla Madre, che non vuole credere. Alla terza, finalmente, Maria accoglie l’annuncio e corre a sua volta. Il lutto si strappa via, la veste bianca emerge, e anche qui la piazza intera trattiene il respiro prima dell’esplosione di gioia.
Lanciano affida la mediazione a San Giovanni, affettuosamente soprannominato lu ruffiane, l’intercessore più intimo. Anche qui tre volte il discepolo prediletto fa la spola tra il Risorto e la Vergine, in una danza che ricorda gli inchini dell’amore. Alla fine, le statue si ricongiungono nella cattedrale per il “saluto dei santi”, ultimo gesto d’addio prima del ritorno alla vita ordinaria.
E infine Corropoli, dove tutto avviene il martedì dopo Pasqua: la Madonna del Sabato Santo “scappa” in salita, mentre San Giovanni, “col gallo”, ha già annunciato la resurrezione. Anche qui, il lutto si dissolve, gli inchini segnano il ritmo di un ritorno atteso e struggente. Un ultimo abbraccio prima del rientro in chiesa, come a dire: ci rivedremo, l’anno prossimo, nel mistero che si ripete.
E noi? Correre per credere
La Chiesa – tutti noi – rischia talvolta di rallentare, di preferire la stasi rassicurante a un cammino incerto. Ma la Pasqua ci chiede di ripartire. Di correre come Maria, di correre come i discepoli. Di correre come le confraternite che alzano i simulacri tra le mani e li portano per le vie, quasi a voler dire che il Cristo è vivo, e lo si incontra solo se si esce, se ci si mette in movimento.
In questi riti, così diversi ma così intimamente uguali, pulsa una teologia che non ha bisogno di libri né di cattedre. È la teologia popolare, quella che nasce dalla vita, che abbraccia le stagioni, i ritmi della terra e del cuore umano. È un cristianesimo che si fa danza, corsa, attesa e abbraccio. Una “liturgia cosmica”, direbbe qualcuno: perché tutto geme e soffre in attesa della resurrezione, e quando il velo cade, anche il cosmo tira un sospiro di sollievo.
Ogni Pasqua, ogni anno, ogni volta che ci sentiamo risorgere con Lei. E noi, oggi, ci riconosciamo in quella corsa?


