Addio Rahmat, giovane ragazzo di Fontesecco

di Alessio Ludovici | 06 Giugno 2025 @ 18:10 | EDITORIALI
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L’AQUILA – A volte la vita ci interroga sul destino di certe persone. Mette a dura prova le nostre convinzioni religiose, per chi ne ha, o più semplicemente la nostra idea della vita, del tempo, della giustizia. Ci coglie spesso impreparati, ci lascia un senso di smarrimento. È accaduto anche stavolta, qui all’Aquila. Rahmat Hussein, un ragazzo di 21 anni, è morto annegato nel lago di Sinizzo. Rahmat viveva e lavorava a Fontesecco. E qui stava costruendo la sua vita, passo dopo passo.

Era arrivato in Italia poco più che adolescente, dopo un lungo viaggio dal Pakistan. A sedici anni in casa famiglia, poi la scuola e il lavoro. Da anni era impiegato in un ristorante del nostro quartiere, dove i titolari lo consideravano parte della famiglia. Lo aiutavano, condividevano con lui anche le feste, lo accompagnavano nei passaggi difficili, come la ricerca della casa. Era uno di quei rapporti che vanno oltre il lavoro: basati sulla fiducia, sull’affetto, sulla stima.

Io lo vedevo spesso, praticamente ogni giorno, camminare a passo svelto su via Buccio di Ranallo, tra il lavoro e casa. Dopo qualche incontro, avevamo iniziato a salutarci. E ogni volta che lo incrociavo, in silenzio facevo il tifo per lui. Pensavo: ce la sta facendo.

Ricordo la prima volta che lo vidi passare in monopattino. Un dettaglio semplice, quasi banale. Pensai che per lui fosse una piccola conquista, sudata con il lavoro. Un mezzo per muoversi più in fretta, certo, ma anche un simbolo. Di autonomia, di fiducia. Di una vita che in qualche modo comincia a prendere forma. E quando ero in macchina e lo vedevo, pensavo che magari dopo il monopattino se ne sarebbe comprata una anche lui.

Rahmat aveva un’aria scanzonata ma mai fuori posto, mi metteva di buonumore. Dicevamo del destino. Al ristorante mi raccontano che Rahmat, proprio in questi giorni, aspettava l’aggiornamento dei documenti. Doveva andare a Roma a ritirarli e aveva chiesto un giorno. Una pratica lenta i documenti, spesso snervante, che per molti rappresenta solo burocrazia, ma per altri è la chiave per poter esistere. 

Maledetto destino. Qualche giorno prima della sua morte – mi permetto di condividere la cosa –Rahmat aveva confidato un desiderio alla sua famiglia italiana: se fosse morto, avrebbe voluto essere seppellito nella sua terra d’origine. Oggi quelle parole, pronunciate da un ventunenne, sembrano irreali. Ma vere. Intense. Ci raccontano che chi sembra aver messo radici, dentro, non dimentica mai da dove è partito.

La sua morte ci lascia attoniti. Non solo per il dolore, ma per ciò che rappresentava: un ragazzo buono, serio, riservato ma allegro, che stava costruendo qualcosa qui, tra noi, nella città che si ricostruisce a sua volta.

Addio, Rahmat. Riposa in pace, giovane ragazzo di Fontesecco. Spero che tornerai a casa, come desideravi. Qui, tra queste strade che ormai conoscevi bene, resterai nei pensieri di chi ti ha incontrato e ha sperato con te.



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