Paganica e Arischia, il referendum del 1990 e il sogno spezzato dell’autonomia

di Fausto D'Addario | 11 Giugno 2025 @ 05:44 | RACCONTANDO
ricordo referendum

Paganica e Arischia, 10-11 giugno 1990. I giorni del referendum, la sentenza, una ferita ancora aperta

Era il 10 giugno 1990 quando oltre 6.500 cittadini delle frazioni aquilane di Paganica e Arischia si recarono alle urne per rispondere a una domanda carica di storia e identità: volete che il vostro Comune venga ricostituito?

L’affluenza fu altissima, smentendo lo scetticismo di certa stampa e partiti. A Paganica votarono per il sì 3353 cittadini, mentre il no ottenne solo 432 voti, come ricorda una lapide a Piazza Umberto I. Anche Arischia si espresse in maggioranza per la ricostituzione. Un vero plebiscito, che riportava alla luce una ferita mai rimarginata: l’annessione forzata del 1927.

Le ali della Grande Aquila

Nel 1927, con il Regio Decreto n. 1564, il regime fascista attuò il progetto della “Grande Aquila”, cancellando gli otto comuni autonomi del circondario: Arischia, Bagno, Camarda, Paganica, Preturo, Roio, Lucoli, Sassa e San Vittorino, frazione di Pizzoli, per un totale di 28mila abitanti. La decisione, ideologicamente centralista, fu fortemente voluta dal podestà aquilano Adelchi Serena. Ora la città dell’Aquila ai primi del Novecento aveva superato i 12.000 abitanti, subito dopo la guerra la popolazione era arrivata quasi a 20.000 abitanti e con il fascismo aveva superato anche questa cifra dentro le mura. Il problema della Grande Aquila si poneva in rapporto alla costituzione di Pescara: la raccolta indiscriminata degli otto comuni fu pensata per poter pareggiare e superare i 40.000 abitanti che Pescara raggiungeva con la fusione tra Castellammare e Pescara, fusione caldeggiata da Gabriele D’Annunzio, che ne era nativo e forse nella prospettiva di definirla come capoluogo di regione. Il 29 luglio del 1927, dunque, si annettevano all’Aquila quegli otto comuni. Fu una soluzione approssimativa, tanto è vero che lo stesso Serena come podestà della Grande Aquila si occupò della città tralasciando la vita di tutto ciò che la circondava.

Estraneità e resistenza

Eppure Paganica era un comune prospero e ben amministrato, con bilanci attivi e una solida struttura economica e sociale. La popolazione non accettò di buon grado la soppressione: vi furono proteste già nel 1930 e ancora nel 1934. Poi, finita la guerra, la battaglia per l’autonomia riprese, alimentata da un senso di identità civica e storica mai sopito. Sin dal Dopoguerra si avvertiva l’estraneità reciproca dei rappresentanti delle frazioni. Gente che veniva da “un altro mondo”, amministrativamente facevano parte del Comune, ma certamente non della città. “La città era una cosa e le frazioni un’altra”, ricordava il compianto professore Colapietra: “Io stesso ricordo nella mia gioventù i naturali di Arischia ammantellati come che venissero dalla Nuova Guinea, dall’altro mondo, perché Arischia era considerata come un mondo a sé stante, frazione del Comune dell’Aquila, ma espressione di una società incomparabilmente più arretrata”.

I Comitati e la mobilitazione popolare

Nel 1945 Paganica non si arrese e costituì il “Gruppo di agitazione per l’autonomia di Paganica”, che dovette sciogliersi tre anni dopo. Un nuovo Comitato nacque nel 1951, ma anche in quel caso Paganica trovò la forte opposizione dei politici aquilani. Finalmente nel 1987 nacque il “Comitato Civico per la ricostituzione del soppresso Comune di Paganica“, che in pochi anni raccolse consenso e slancio, fino alla conquista di quel referendum del 1990, che rappresentò un atto di democrazia partecipata raro e potente. La consultazione popolare avvenne appena una settimana dopo i referendum nazionali del 3 giugno su caccia e pesticidi, con un tasso di partecipazione significativamente più alto.

Vinse prima il sì, poi il no

Vinse in maniera schiacciante il sì. Forte di questo consenso, il 5 marzo 1992 il Consiglio Regionale dell’Abruzzo approvò la legge per la ricostituzione dei Comuni di Paganica e Arischia, facendo riferimento alla legge n. 71 del 1953, pensata proprio per restituire autonomia ai Comuni soppressi dal fascismo. Ma qualcosa era cambiato.

Pochi giorni prima del referendum del 1990, era entrata in vigore la legge n. 142 sulle autonomie locali, che fissava a 10.000 abitanti il limite minimo per la creazione di nuovi Comuni, salvo eccezioni per fusioni. Paganica e Arischia, da sole, non arrivavano a 7.000 abitanti. Il Governo nazionale, tramite il Presidente del Consiglio, impugnò la legge abruzzese davanti alla Corte Costituzionale, sostenendo che la normativa del 1953 era da considerarsi superata e sostanzialmente abrogata dalla nuova disciplina del 1990.

Il 18 dicembre 1992 arrivò la doccia fredda. La Corte Costituzionale, con la pronuncia n. 1 del 1993, dichiarò l’illegittimità della legge regionale, bloccando così la ricostituzione dei Comuni. La Corte stabilì che la legge 71/1953, pur concepita per rimediare a un’ingiustizia storica, era stata superata e implicitamente abrogata dalla legge n. 142/1990, che conteneva una nuova disciplina organica e unitaria sull’ordinamento comunale. Secondo la Corte, anche la “ricostituzione” doveva essere considerata a tutti gli effetti una “istituzione di nuovi Comuni”, e quindi soggetta al limite dei 10.000 abitanti.

Neanche il carattere storico-riparatorio della normativa del 1953, né l’ampia partecipazione e il risultato referendario, furono ritenuti sufficienti a giustificare una deroga.

Un’ingiustizia doppia

Per Paganica e Arischia fu una seconda ingiustizia: la prima nel 1927, imposta dal fascismo; la seconda nel 1993, avallata dal diritto. Nonostante la piena legittimità democratica della richiesta e il rispetto delle procedure previste dalla legge del 1953, la volontà popolare fu superata nel nome di un principio generale non derogabile. Invece Lucoli, dopo essere stato per 20 anni una frazione dell’Aquila, fu il solo degli otto a riuscire a ritornare comune autonomo nel 1947.

Come hanno sottolineato Walter Cavalieri e Claudio Panone nella pubblicazione “La lotta per il ripristino delle autonomie comunali soppresse dal fascismo – Il caso di Paganica”, la vicenda fu un unicum nazionale, perché nessuna altra comunità si è battuta così a lungo, in modo così compatto e legittimo, per riottenere ciò che le era stato tolto senza motivo. Come ciliegina sulla torta, nel 2014, è nato il comune di Mappano (Torino) che contava poco più di 7mila abitanti.

A memoria di quegli eventi, oggi rimane una lapide commemorativa a Paganica in Piazza Umberto I, che recita:

IN RICORDO DEL REFERENDUM
DEL 10 E 11 GIUGNO 1990 PER LA
RICOSTITUZIONE DEL SOPPRESSO
“COMUNE DI PAGANICA”

ED A TESTIMONIANZA DI
UNA VOLONTÀ POPOLARE
COME NON MAI ESPRESSA

VOTI FAVOREVOLI N° 3353
VOTI CONTRARI    N°   432

PAGANICA 19 OTTOBRE 1991      IL COMITATO PROMOTORE



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