L’Aquila e le sue fontane

di Fausto D'Addario | 15 Giugno 2025 @ 05:02 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
L'Aquila e le sue fontane

Viaggio nelle fontane della città dell’Aquila, tra storia, identità e rinascita

In una città nata da una moltitudine di castelli, dove la pietra racconta la storia e le piazze custodiscono il tempo, è l’acqua a dare voce all’identità più profonda de L’Aquila. Luca Vespasiano, nel suo affascinante volume sul sistema delle acque nella città storica, restituisce una narrazione che va oltre l’ingegneria e l’architettura: un vero e proprio racconto urbano dove sorgenti, condotti e fontane diventano protagonisti di una storia collettiva, antica e viva.

Un viaggio che ci conduce in un viaggio che comincia alle falde del Gran Sasso, dove l’acqua sgorga dalle polle della Rivera e si incanala, da secoli, verso il cuore della città. Un’acqua “salutifera e buona”, come la definisce Centofanti, orgoglio civico e simbolo di progresso, che scorre lungo condotte sotterranee e si manifesta nelle fontane che ancora oggi punteggiano il tessuto urbano in zampilli, cannelle, vasche.

Una città che nasce dall’acqua

L’Aquila — come il suo nome antico “Accula” suggerisce — nasce dove l’acqua affiora. E continua a vivere ogni volta che l’acqua ritorna, anche solo nei ricordi, anche solo nei progetti di chi vuole restituirle dignità.

Sin dalla fondazione, la città ha saputo organizzare un acquedotto degno di una capitale, capace di portare acqua fino al cuore della città. Acqua incanalata, domata, celebrata. E soprattutto condivisa: ogni piazza, ogni quartiere, aveva la sua fontana. Non un privilegio, ma un diritto collettivo.

Il sistema idrico aquilano era un organismo vivente, pensato con una visione “romanamente moderna” già nel 1308. Le fontane non erano mai casuali: ogni capo-quarto ne aveva una, soprattutto con parapetti colonnati — uno stile ricorrente, simbolo di unità civile e culturale.

Non erano solo punti d’acqua: erano centri comunitari, luoghi dove si socializzava, si pregava, si faceva arte. Ogni fontana era un segno visibile di civiltà, un piccolo atto democratico scolpito nella pietra. Della Fontana delle 99 Cannelle si parla ovunque, quindi ci concentreremo su altri monumenti che attirano meno l’attenzione.

Le quattro sorelle d’acqua

Tra le tante fontane, quattro emergono come testimoni isolati, punte nei nodi vitali della città, un tempo affollate di brocche, risate e racconti.

Santa Maria Paganica è la più originale e la più antica del gruppo. Collocata nella piazza accanto alla chiesa omonima, si distingue per la sua vasca circolare contenuta da un parapetto ottagonale che gioca con pieni e vuoti, curve e rettilinei. Al centro, due grandi pesci scolpiti fanno sgorgare l’acqua da bocche spalancate, un’immagine potente, quasi mitologica. L’elemento figurativo ha oggi un aspetto deteriorato, ma conserva ancora il fascino arcaico di un simbolo dimenticato. È la fontana meno regolare, meno proporzionata, ma anche la più evocativa.

San Marciano è Più sobria, ma straordinariamente elegante. La sua vasca presenta otto settori alternati tra concavità e convessità, con un parapetto finemente decorato e un elemento centrale che si innalza snello fino a quasi tre metri. Due cannelle gettano l’acqua da una piletta decorata, che culmina in una sfera: semplice e armoniosa, questa fontana rappresenta l’equilibrio tra funzione e forma, una vera scultura idraulica.

Fontesecca è sorella gemella di San Marciano nella geometria della vasca e nella struttura complessiva, ma più essenziale nei dettagli. Manca delle specchiature modanate, e il coronamento è lineare. L’acqua sgorga da due cannelle in una piletta priva di ornamenti, ma la purezza delle forme, l’armonia delle proporzioni e la coerenza tipologica ne fanno un esempio raffinato di architettura pubblica.

San Pietro di Coppito, che molti ricordano a lungo ferita e protetta da impalcature, racconta una storia di tenacia. Si distingue per la vasca con dodici settori e per la presenza di tre cannelle disposte a 120°, dettaglio unico tra le fontane analizzate. L’elemento centrale, costruito da più conci sovrapposti, racconta una storia di adattamenti, forse di riparazioni successive. La sua posizione decentrata rispetto alla chiesa lascia intendere una progettazione funzionale più che scenografica.

Insomma, ogni fontana è diversa, ma tutte parlano la stessa lingua: quella dell’acqua che non divide, ma unisce, che si fa architettura per il popolo.

L’anima invisibile dell’Aquila: le fontane scomparse

Molte altre fontane oggi non esistono più, come quella di San Bernardino, distrutta da un fulmine nel Cinquecento, o al loro posto ne sorgono di nuove.

Tra le fontane perdute, una svetta per bellezza e centralità: la fontana originaria di Piazza Palazzo. Prima che la statua di Sallustio ne prendesse il posto, la piazza ospitava una vasca monumentale “tutta di pietra lavorata”, circondata da abbeveratoi, posta lì fin dal Cinquecento. Dopo il terremoto del 1703 venne “rialzata con altro disegno”, fino alla definitiva sostituzione, nel 1840, con la fontana oggi visibile in Piazza Santa Margherita in pietra locale. Il suo lungo ciclo vitale racconta la capacità di resilienza della città e l’evoluzione del gusto urbanistico, ma anche le cicatrici che ogni ricostruzione ha lasciato sul volto originario dell’Aquila.

Anche la grande Piazza del Mercato — oggi Piazza Duomo — fu ornata da due fontane gemelle, una a capo-piazza e una a piedi-piazza. Quella di “capo-piazza”, dalle acque “salutifere e buone”, era isolata, con una vasca scolpita da lacunari figurati e un getto centrale singolare, culminante in una sfera. Simmetrica, ma non meno suggestiva, la Fonte Vecchia (quella di piedi-piazza), cadde con il terremoto del 1703, venne ricostruita nel 1782 ma non resistette oltre l’inizio dell’Ottocento, quando fu rimossa durante la sistemazione selciata del 1827. Tra il 1927 e il 1932 vengono portate alla configurazione attuale e abbellite da due statue gemelle, opera dello scultor Nicola D’Antino, poi autore anche della Fontana Luminosa.

Un sistema organico, un’identità urbana

Attraverso queste quattro fontane — e le molte altre disseminate nel tessuto cittadino — si coglie l’essenza dell’Aquila come città dell’acqua. Vespasiano ci ricorda che L’Aquila, pur essendo una città medievale “giovane” (fondata nel Duecento), ha saputo dotarsi di un acquedotto “romanamente inteso” già nel 1308, quando persino a Roma si trasportava ancora acqua a dorso di mulo.

Non è solo una questione tecnica: è un fatto di civiltà. Le fontane, poste nei quarti e nelle piazze, non erano solo infrastrutture, ma anche simboli di appartenenza, elementi di decoro, luoghi di incontro. Erano — e sono — il volto pubblico dell’acqua, architetture del quotidiano che coniugano estetica e necessità. Nei luoghi dove oggi camminiamo distratti, un tempo scorrevano acque “salutifere e buone”, elementi architettonici che raccontavano la storia civile, religiosa e quotidiana dell’Aquila. Le fontane non erano solo punti d’approvvigionamento, ma centri simbolici di potere, di bellezza e di comunità. Oggi, restituire loro attenzione — anche solo con un’indagine storica — è un atto di giustizia verso il paesaggio urbano e la sua memoria. In un tempo in cui si guarda con nuova sensibilità al valore della storia materiale e del patrimonio disperso, le fontane perdute dell’Aquila meritano di tornare a fluire, almeno nel nostro immaginario



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