L’Aquila, quando il mercato faceva città
Dalle fiere medievali al declino del Seicento
di Nemo | 15 Dicembre 2025 @ 05:36 | RACCONTANDO
L’Aquila nasce come città di scambio prima ancora che come centro politico o religioso. La sua fondazione, nel XIII secolo, risponde a una visione precisa: concentrare popolazione, traffici e ricchezza in un punto baricentrico della Valle dell’Aterno, protetto dall’Appennino e connesso alle grandi direttrici pastorali. Una scelta che segna il destino urbano ed economico della città per almeno quattro secoli.
Adagiata in una conca naturale, circondata dal Gran Sasso e attraversata dai tratturi che conducono verso il Tavoliere pugliese e l’Adriatico, L’Aquila si afferma fin dall’inizio come luogo d’incontro e di commercio. Non un semplice centro locale, ma un nodo capace di attrarre uomini, merci e capitali da territori lontani.
La ricostruzione voluta da Carlo I d’Angiò nel 1266, seguita alla vittoria di Tagliacozzo, accelera un processo già in atto. I borghi del contado si spopolano, la città cresce, il mercato si struttura. Nasce un sistema urbano che vive di scambi e relazioni, sostenuto da una rete commerciale che attraversa l’Appennino e guarda oltre i confini regionali.
Le fiere, cuore pulsante dell’economia aquilana
Il vero motore della prosperità aquilana sono le fiere. Non eventi occasionali, ma appuntamenti centrali nella vita cittadina, capaci di ridisegnare il volto urbano e di attrarre mercanti italiani e stranieri.
La Fiera della Perdonanza, nel mese di agosto, unisce alla dimensione religiosa una forte ricaduta economica. Le fonti attestano che la sua concessione produce effetti materiali concreti, rafforzando le entrate cittadine e consolidando il ruolo dell’Aquila come centro di riferimento commerciale.
Accanto ad essa si collocano la Fiera di San Matteo, a settembre, e la Fiera di San Massimo, in maggio. Tre grandi appuntamenti che scandiscono l’anno commerciale e garantiscono continuità agli scambi. Durante le fiere, la città cambia volto: le piazze si riempiono di banchi, i fondaci si aprono, i magazzini si svuotano e si riforniscono.
La Piazza Grande l’attuale Piazza del Duomo, diventa il fulcro di questa vita mercantile. Qui si vendono lana e zafferano, borse e scarpe, olio e vino, cera e metalli, fino alla selvaggina e agli animali vivi. Un brulicare continuo che, tra Cinque e Seicento, suscita anche critiche: il cronista Marino Caprucci registra il lamento di chi vede la piazza “troppo trafficata” da mercanti e ufficiali di giustizia, quasi a segnalare una saturazione che intacca il prestigio nobiliare della città.
Lana e zafferano, l’oro dell’Appennino
Alla base della ricchezza aquilana ci sono due prodotti che definiscono l’economia dell’altopiano: la lana e lo zafferano.
Il commercio della lana conosce un’espansione decisiva nel Quattrocento, soprattutto dopo le riforme di Alfonso d’Aragona del 1443. I pastori aquilani vengono spinti verso i pascoli del Tavoliere pugliese e la qualità della produzione migliora grazie all’introduzione di pecore di razza spagnola. L’Aquila conquista un primato nella manifattura dei panni rispetto ad altri centri abruzzesi, come Sulmona.
La centralità di questo settore emerge anche sul piano fiscale. In alcune occasioni, le imposte dovute alla corte regia vengono pagate direttamente con la consegna di panni. Una scelta accettata dalla Corona perché i tessuti risultano facilmente rivendibili e utili per vestire le genti d’arme.
Lo zafferano, spezia preziosa e leggera, rappresenta l’altro pilastro dell’economia aquilana. La sua coltivazione richiede grande lavoro e competenze specifiche, ma garantisce profitti elevati. I mercati cittadini attirano regolarmente compratori fiorentini, veneziani e soprattutto tedeschi, che preferiscono acquistare direttamente all’Aquila, senza intermediari.
La forza del ceto mercantile appare evidente già nel Trecento. Nel 1335, il mercante Tommaso del Gaglióffo possiede beni per un valore superiore ai 20.000 ducati, tra oro, argento, derrate alimentari, lana e bestiame. La sua ricchezza era in parte costituita da beni commerciabili come 24 salmedi ceci, lana, grano e olio, oltre a nove pecore. Una ricchezza che testimonia la solidità del sistema commerciale cittadino.
Ricchezza e potere: il prezzo dell’autonomia
La capacità economica dell’Aquila emerge in modo drammatico nel 1529, quando la città versa a Filiberto di Chalon, Principe d’Orange, una somma straordinaria di 120.000 ducati per evitare l’infeudamento e la distruzione del contado a opera delle truppe francesi. Il denaro viene raccolto attingendo ai tesori di chiese e monasteri. Tale ingente somma fu raccolta prelevando denaro e oggetti preziosi dalle chiese e dai monasteri della città.
ll Seicento, la fine di un equilibrio
Dopo secoli di crescita, il XVII secolo segna una frattura profonda. L’economia aquilana entra in una fase di brusco rallentamento, travolta da una combinazione di fattori interni ed esterni.
All’interno del Regno di Napoli, la pressione fiscale diventa sempre più gravosa. I costi dei conflitti, i danni di guerra e le crisi istituzionali, come l’infeudamento del contado e le ribellioni, indeboliscono la città sul piano finanziario. Il contrabbando, soprattutto verso lo Stato Pontificio, si diffonde come risposta alle imposizioni tributarie.
Ma il colpo decisivo arriva dall’esterno. Nel Seicento, il baricentro dell’economia mondiale si sposta dal Mediterraneo all’Atlantico. Le grandi rotte cambiano direzione, l’Adriatico perde centralità, i porti e i mercati che avevano prosperato per secoli vengono progressivamente esclusi.
Le navi del Nord Europa raggiungono il Levante circumnavigando la penisola iberica, evitando la mediazione dei centri adriatici. L’Aquila e Lanciano, legate a quei circuiti, perdono rapidamente importanza. Il declino non procede per gradi: appare rapido, evidente, difficile da contrastare.
Dal mercato globale a quello locale
Le conseguenze risultano vistose. Le fiere si svuotano, i traffici si riducono, le reti commerciali costruite nei secoli precedenti si spezzano.
Le aree montane compresa L’Aquila, mostrano una maggiore capacità di resistenza, orientandosi verso la produzione per l’autoconsumo. Una strategia che attenua l’impatto immediato della crisi, ma non arresta il processo. Anche per l’Appennino si apre una fase di declino destinata a durare.
Le aree costiere, più esposte ai mercati esterni, crollano prima. Lanciano perde il ruolo di emporio, il commercio dello zafferano si ridimensiona, la fiera smarrisce la sua funzione internazionale.
Il commercio non scompare, ma si trasforma. Da sistema aperto e interregionale diventa un mercato localizzato, circoscritto. L’Aquila, che per secoli aveva collegato montagna e pianura, Nord e Sud, Est e Ovest, si ritrova ai margini delle grandi rotte.
L’eredità di una città-mercato
La storia economica dell’Aquila racconta una parabola netta: ascesa, centralità, declino. Le fiere, la lana, lo zafferano restano le tracce di una stagione in cui la città era un grande mercato aperto al mondo.
Passeggiando oggi tra le sue piazze, quel passato sembra lontano. Eppure la struttura urbana, le dimensioni degli spazi pubblici, la centralità della Piazza Grande continuano a parlare di una città costruita per accogliere scambi e relazioni. Comprendere questa vicenda significa leggere L’Aquila non solo come città della memoria, ma come luogo che ha conosciuto, prima di altri, il peso delle grandi trasformazioni economiche globali.
Foto: A. Sperandio 1903-1916


