Il MuNDA. Settant’anni di storie, ferite e bellezza

di Fausto D'Addario | 18 Dicembre 2025 @ 06:00 | L'AQUILA CAPITALE CULTURA

L’AQUILA – Finalmente il MuNDA torna a casa, nel suo Castello Cinquecentesco dell’Aquila, ed è difficile trattenere un brivido al pensiero: dopo sedici anni dal sisma del 2009 che ci aveva privato di questo luogo così caro, le sue sale riaprono, piene di vita e di storia, pronte a raccontare di nuovo l’arte, la cultura e l’anima dell’Abruzzo. Una riapertura ancora parziale, non si potranno infatti vedere tutti i reperti della sezione archeologica e il tardo ottocento/novecento su cui il museo sta ancora lavorando. Ritorneremo però poco a camminare tra le collezioni, a sentire il passato dialogare con il presente, respirare memoria e bellezza in ogni angolo, e a renderci conto che non si tratta solo di un ritorno fisico, ma di restituire alla città e alla sua gente un pezzo della propria identità. È emozionante pensare che, finalmente, il Castello torni ad accogliere tutti noi, cittadini e turisti, studiosi e appassionati, famiglie e scuole, per riscoprire insieme la storia e la magia di questo museo che da oltre settant’anni ha fatto parte della nostra vita.

L’Aquila è una città che ti parla di secoli di storia, di guerre, di santi, di ferite e di rinascite incredibili. Passeggiando per le sue strade, tra piazze e fontane che sembrano raccontare mille storie di una comunità che non si arrende mai, ti rendi conto che il MuNDA è molto più di un museo: è il custode di tutto questo, delle memorie materiali e immateriali del capoluogo e dell’Abruzzo, e penso che, in vista della prossima inaugurazione, sarà molto utile ripercorrere un po’ di queste vicende storiche che lo hanno portato fino a qui.

Il Museo fu inaugurato il 23 settembre 1951 nel Castello Cinquecentesco dell’Aquila, restaurato dopo i danni dell’occupazione nazista. In esso confluirono, oltre ai depositi della locale Soprintendenza, le collezioni del Museo Civico Aquilano, istituito alla fine dell’Ottocento e smantellato nel 1942 per esigenze di guerra, e successivamente, nel 1966, le opere del Museo Diocesano d’Arte Sacra, trasferite precauzionalmente nei depositi vaticani durante la Seconda Guerra Mondiale per proteggerle dai bombardamenti e dai saccheggi.

La scelta del Castello è stata significativa sotto molteplici aspetti. Costruito tra il 1534 e il 1567 su volere dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, dall’architetto spagnolo Pyrro Luis Escrivá, il Forte Spagnolo rappresentava uno dei principali cardini del sistema difensivo del Regno di Napoli. La sua costruzione fu motivata dal timore dei viceré spagnoli verso la città, appena sottomessa con la forza e privata delle autonomie municipali. Nonostante ciò, il Castello non fu mai teatro di operazioni belliche di rilievo, e nel tempo passò da simbolo di potere militare e detentivo – ospitando anche un carcere – a emblema della cultura cittadina, accogliendo per la prima volta istituzioni dedicate alla vita civile e artistica.

Il Museo nacque grazie a figure fondamentali della cultura e della politica del tempo: Valerio Cianfarani, Soprintendente alle Antichità degli Abruzzi e del Molise, convinto sostenitore di un istituto centrale regionale; Angelo Colagrande, sindaco dell’Aquila; Vincenzo Rivera, docente universitario, già membro dell’Assemblea Costituente e fondatore dell’Università degli Studi dell’Aquila; e studiosi di fama come Gaetano De Sanctis e Margherita Guarducci, che fornirono un supporto scientifico e morale determinante. L’inaugurazione fu un evento di alto profilo, con la partecipazione di personalità quali Giovanni Leone, Vice Presidente, Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, e Antonio Segni, Ministro della Pubblica Istruzione.

Il terremoto del 6 aprile 2009 ha costretto il museo a lasciare il Castello, trasferendosi nell’ex Mattatoio Comunale, edificio costruito tra il 1881 e il 1883 e dismesso nel 1990. Qui sono state riallestite sei grandi sale espositive che ospitano circa 120 opere, tra reperti archeologici, sculture lignee, dipinti, codici miniati e preziosi manufatti provenienti da chiese ancora inagibili. Possiamo solo accennare al febbrile impegno di tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per ridare vita al museo con cura, amore e passione: una fatica che ha permesso di continuare a far vivere la narrazione museale e la fruizione pubblica del patrimonio, a testimonianza della resilienza degli aquilani e dell’intero Abruzzo. 

Ma chi volesse fare un salto al nuovo MuNDA, deve almeno sapere quali sono i pezzi più belli e importanti che andrà a vedere.

Il MuNDA è un itinerario completo nella storia abruzzese, dalla preistoria al Novecento. Già nel 1958, il bastione est del Castello accolse il celebre scheletro fossile di Mammuthus meridionalis, rinvenuto a Scoppito nel marzo 1954. L’esemplare maschio, alto 4 metri e lungo 7, pesava circa 11.500 kg e visse nella conca aquilana oltre 1.300.000 anni fa. La collezione museale si arricchì ulteriormente negli anni Sessanta con le opere del Museo Diocesano, consolidando il MuNDA come epicentro – ci si consenta il termine – della cultura regionale.

La sezione archeologica comprende reperti da Amiternum, Aveia, Peltuinum e dalle necropoli di Fossa e Bazzano, tra cui il Calendario Amiternino, con indicazione dei giorni feriali e festivi da luglio a dicembre, e il Rilievo dei Gladiatori, databile tra I secolo a.C. e I secolo d.C. La sezione medievale offre una raccolta di statue lignee mariane e tre importanti raffigurazioni di Virgo Lactans (Madonna del Latte) tra l’alto Medioevo e il XIII secolo, tra cui la Madonna di Montereale, la Madonna “de Ambro” di Fontecchio e la Madonna di Santa Maria in Pantanis.

Il Rinascimento aquilano trova spazio con il Trittico di Beffi e opere di Andrea Delitio, Paolo Aquilano e Silvestro dell’Aquila; ma come non citare il magnifico polittico di San Giovanni da Capestrano, o i capolavori del Cinquecento come il San Sebastiano di Saturnino Gatti e la Pietà di Francesco da Montereale. Il Seicento è ben rappresentato da Francesco Bedeschini e dal napoletano Bernardo Cavallino, con sculture e dipinti di grande intensità.

L’itinerario museale si compie con la sezione dedicata all’Ottocento e al Primo Novecento. Qui trovano spazio opere di Teofilo Patini, Francesco Paolo Michetti e Pasquale Celommi, tra cui I Morticelli (1880), La Lavandaia (1885-1888) e La Redenzione (1905 circa) e una selezione di opere di Emilio Greco (1913-1995), donate al MuNDA nel 1993. Del resto il bello di un museo non è solo tenere al sicuro quello che ha già, ma anche continuare a crescere, cercare nuovi pezzi, arricchire le collezioni. Insomma, un museo vive davvero quando non si limita a conservare, ma si fa sempre un po’ “curioso” e cerca di sorprendere chi lo visita.

Oggi più che mai viviamo la speranza che questo straordinario tesoro della nostra città, il Castello dell’Aquila, possa tornare a splendere non solo come monumento e museo, ma anche come centro di vita civica e culturale, intensa e vitale, proprio come è stato fatto per molti decenni. Ricostruire il passato, comprendere il presente e immaginare il futuro della comunità: è un sogno che vale la pena condividere e sostenere insieme alle soglie della Capitale della Cultura 2026.



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