È abruzzese il secondo presepe della cristianità
di Fausto D'Addario | 27 Dicembre 2025 @ 06:04 | RACCONTANDO
L’AQUILA – A 800 anni dal primo presepe di Greccio, il libro di Enrico di Carlo riscopre Penne e l’Abruzzo come culla della tradizione presepiale: storia, fede e devozione popolare nel volume Il Presepe Abruzzese.
È abruzzese il secondo presepe della cristianità
L’Abruzzo è il presepe d’Italia perché nei suoi monti, nei borghi di pietra e nelle tradizioni antiche vive un Natale autentico, fatto di silenzio, umiltà e sacralità. Ed è proprio questo l’Abruzzo raccontato nel volume “Il Presepe Abruzzese” firmato da Enrico Di Carlo con Mario Canci. La tesi che attraversa l’opera è affascinante: dopo Greccio, il secondo presepe della cristianità sarebbe stato realizzato a Penne nel 1225. E dunque nel 2025 siamo nell’ottocentesimo anniversaio dalla prima rappresentazione.
Ma come sono andate le cose? Due anni dopo l’intuizione di san Francesco, un suo discepolo prediletto, il beato Agostino da Assisi, avrebbe voluto ripetere quell’evento straordinario nel cuore delle terre vestine. Un gesto che non fu semplice imitazione, ma radicamento profondo del messaggio francescano in una terra che, per vocazione naturale e spirituale, era già “presepiale”.
Lo ricorda anche la prefazione del cardinale Angelo Comastri, che sottolinea come l’umiltà, la semplicità e la bontà del popolo abruzzese abbiano costituito un terreno molto fertile per la nascita e lo sviluppo di una ricca tradizione presepiale. E in effetti, scorrendo queste pagine, si capisce perché proprio qui il presepe non sia mai stato un oggetto da osservare, ma un’esperienza da vivere.
Un presepe da vivere: paesaggio, popolo e tradizione d’Abruzzo
L’Abruzzo, spiega Di Carlo, non è così diversa dalla Palestina evangelica: terra di pastori, di alture e vallate, terra di silenzi e miracoli. Non è un caso se Petrarca definì la Maiella, la grande montagna madre, la domus Christi, e se nei secoli questa regione ha continuato a generare santi, eremiti, poeti e narratori dell’anima, da Tommaso da Celano a Celestino V fino a Silone e Pomilio. Qui il presepe non è mai rimasto confinato alla capanna, ma ha inglobato il paesaggio e la vita quotidiana, trasformando il Natale in una scenografia sacra e popolare insieme.
È un libro che vale la pena avere tra le mani in questa stagione natalizia, perché prende per mano il lettore verso questo sacro mondo a parte: dai presepi viventi, come quello celebre di Rivisondoli, alle statuine in terracotta, come le “mammuccje” e i “pasquarelli”, esempio unico di artigianato abruzzese, con forme, ornamenti e colori ispirati al folclore locale fino alle grandi committenze barocche, come il Presepe Antinori. Accanto alla storia, trovano spazio la musica e la poesia, con l’oratorio natalizio in dialetto abruzzese di Mario Canci, che restituisce voce e suono a una tradizione nata per essere condivisa.
E poi ci sono loro, i veri protagonisti: i pastori, i veri protagonisti del presepe abruzzese. Poveri, profetici e straordinariamente vicini alla narrazione di Luca, simbolo universale di dignità e fede, mentre accanto a loro prendono vita personaggi quotidiani che intrecciano il sacro con la vita reale. L’Abruzzo li ha donati al presepe, e il presepe ha restituito loro una dignità simbolica universale.
A ottocento anni dalle notti di Greccio e Penne, questo libro arriva come un atto dovuto di memoria e di consapevolezza. Ricorda che il presepe non nasce nei musei, ma nei cuori; che non è solo rappresentazione, ma radice viva di una comunità.
Come recita la frase in quarta di copertina, “il presepe abruzzese non lo si osserva, lo si vive”. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, entrando in un borgo d’Abruzzo a Natale, si ha l’impressione di camminare dentro una Natività senza tempo, dove storia e fede continuano a parlarsi sottovoce.


