Santo Stefano e il coraggio della verità

L’omelia di don Luigi Maria Epicoco tra Natale, martirio e perdono

di Sabrina Giangrande | 27 Dicembre 2025 @ 12:14 | CREDERE OGGI
don Luigi Maria Epicoco vangelo

L’AQUILA – Ieri 26 dicembre, nella parrocchia San Francesco di Paola si è tenuta la Santa Messa celebrata da don Luigi Maria Epicoco nel giorno di Santo Stefano.

A poche ore dal Natale, la liturgia sorprende e spiazza. Accanto alla gioia per la nascita di Gesù, la Chiesa fa memoria di Santo Stefano, primo martire. Un contrasto solo apparente, come ha spiegato don Luigi Maria Epicoco nella sua omelia, ricordando che il rosso delle vesti liturgiche, colore del sangue dei martiri, sembra stonare accanto al mistero di un bambino che nasce, ma in realtà ne rappresenta una delle chiavi di lettura più profonde.

«Sembra un po’ stonare la memoria di un morto ammazzato, perché in fondo Stefano è stato ammazzato, vicino al mistero di un bambino che nasce», osserva Epicoco. Eppure, è proprio da questo accostamento che emerge il senso autentico del Natale: «Da quando Gesù è entrato nella storia è cambiato il nostro modo di stare al mondo, il nostro modo di vivere, di soffrire, di stare dentro le contraddizioni della vita».

Il punto centrale della riflessione riguarda la solitudine. Quando una persona si sente sola, è costretta ad affrontare tutto da sé: difendersi, reagire, farsi giustizia. Ma la fede cristiana introduce un elemento nuovo e decisivo. «Quando tu sai che la tua vita è abitata da una presenza, che c’è qualcuno dentro la tua vita, allora tu puoi vivere anche una cosa ingiusta e brutta come quella che capita a Stefano in una maniera completamente nuova».

È questo che rende straordinaria la morte di Stefano. Non tanto la violenza subita, quanto il modo in cui la attraversa. «La cosa che colpisce della storia di Stefano è il modo con cui muore: muore alla stessa maniera di Gesù, perdonando le persone che lo stanno uccidendo». Un perdono che non nasce da una forza caratteriale o da una particolare indole, ma da una grazia: «Muore con in bocca il perdono, con il cuore la misericordia. E questa è una grazia di Dio, è un dono che viene da Gesù».

Il Natale, allora, non è solo la celebrazione di una nascita, ma la rivelazione di un modo nuovo di vivere la fede, segnato da delicatezza, fragilità e apparente debolezza. Tutto ciò che il mondo tende a scartare. «Solitamente il mondo ci dice che non è bene essere deboli, non è bene essere fragili, non è bene addossarsi il male senza farsi giustizia da soli», spiega Epicoco. Ma il cristiano vive una logica diversa: «Noi viviamo nel mondo ma non apparteniamo più al mondo».

La domanda decisiva, allora, diventa una sola: che differenza fa la presenza di Gesù nella vita concreta? Don Epicoco la declina attraverso esempi quotidiani: la famiglia, la malattia, l’ingiustizia, la prova, persino la gioia. «Che differenza fa sapere che Gesù è lì?», si chiede. È questa la discriminante della fede cristiana.

Il rischio, infatti, è quello di vivere un “ateismo pratico”: «Vivere come se fossimo soli al mondo, come se tutto dipendesse solo da noi». Ma la fede annuncia altro: «Noi non siamo più soli. Gesù è in mezzo a noi, è dentro la nostra vita. Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi». E la vera sfida è trarre le conseguenze di questa presenza, pur sapendo che non cancella paure, fragilità o carattere, ma offre la possibilità di scegliere, di cambiare, di migliorarsi.

Da qui il legame profondo tra testimonianza e martirio. «Sapete qual è il termine teologico della testimonianza? Martirio», ricorda Epicoco. Non solo quello di sangue, ma anche quello quotidiano, fatto di scelte coerenti, di uno stile di vita che renda visibile agli altri che non si è soli. «Le persone che vivono intorno a me si accorgono che è diverso il mio modo di stare davanti alle cose perché io non sono da solo?». È in questa domanda che si gioca, oggi come ieri, tutto il cristianesimo. E Santo Stefano, accanto al Bambino di Betlemme, continua a ricordarlo.



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