Il Calendario di Amiternum, il tempo inciso nella pietra

di Fausto D'Addario | 01 Gennaio 2026 @ 05:30 | CULTURA
Il Calendario di Amiternum

L’Aquila, dal MuNDA riemerge il calendario romano di Amiternum: un’agenda di duemila anni fa che racconta dèi, mercati, politica e la “rivoluzione del tempo” di Augusto.

L’Aquila – Il 1° gennaio è da sempre il giorno dei buoni propositi, delle agende nuove, dei calendari ancora intonsi. Ma a L’Aquila, al MUNDA, c’è un calendario che l’anno lo faceva iniziare non con la carta, bensì con il marmo. È il Calendario di Amiternum, uno dei documenti epigrafici più affascinanti e completi del mondo romano, capace di raccontare non solo i giorni, ma un’intera visione del tempo.

Non un oggetto neutro, non una semplice tabella: un manifesto inciso nella pietra, pensato per stare in un luogo pubblico, sotto gli occhi dei cittadini dell’antica Amiternum, prefettura romana già dal III secolo a.C. Qui il tempo non scorreva soltanto: veniva governato, celebrato, indirizzato.

Due lastre, un solo anno romano

Nati per essere letti giorno dopo giorno, come una voce di pietra che scandisce il tempo, i Fasti Amiternini si presentano come un racconto inciso nel marmo. Due grandi tabulae custodivano il calendario, mentre un’unica lastra elencava i consoli, componendo un sistema ordinato che regolava la vita civile e religiosa della comunità. È proprio questa struttura, solenne e insieme quotidiana, a rendere i Fasti una delle più alte testimonianze epigrafiche del mondo romano.

Della prima tavola, dedicata ai mesi da gennaio a giugno, oggi resta solo un frammento: poche righe sopravvissute al tempo, che ci accompagnano dal 18 al 28 maggio, come se quel tratto di primavera fosse rimasto sospeso per sempre. Più generosa, seppure spezzata in più parti, è la seconda tavola, che abbraccia i mesi da luglio a dicembre e conserva, per ciascun mese, circa i primi venti giorni: una sequenza incompleta ma ancora capace di restituire il ritmo dell’anno antico.

Ma nel Calendario di Amiternum il tempo non è neutro: è un tempo politico, carico di eventi e di simboli. Tra le date incise emergono nuovi anniversari, feriae publicae legate alla figura di Ottaviano Augusto, che trasformano il calendario in uno strumento di memoria e di potere. Vi si ricorda la vittoria decisiva della Battaglia di Azio (2 settembre 31 a.C.), la posa dell’Ara Pacis in Campo Marzio (4 luglio 13 a.C.), l’innalzamento del Tempio del Divo Giulio (18 agosto 29 a.C.). E infine, con un tono più cupo, compare il Dies Tristissimus, il 19 agosto del 14 d.C., il giorno della morte dell’imperatore: una data che segna non solo la fine di una vita, ma la chiusura di un’epoca.

Il calendario si trasforma così in un potentissimo strumento di comunicazione politica. Come attestano anche i Fasti Praenestini, il tempo stesso diventa propaganda: vivere secondo il calendario significava interiorizzare il nuovo ordine imperiale. Insieme ai Fasti Praenestini e ai Fasti Maffeiani, i Fasti Amiternini sono tra i calendari romani più completi giunti fino a noi, tanto da conservare quasi integralmente l’intero secondo semestre dell’anno. La loro datazione è precisa: 20 d.C., in piena età tiberiana.

Calende, None, Idi: il ritmo sacro del tempo

Il calendario di Amiternum segue lo schema del calendario giuliano: dodici colonne, una per ogni mese, da gennaio a dicembre. Ogni mese è scandito da tre giorni chiave:

  • Calende (K): il primo giorno del mese, da cui il termine calendario;
  • None (NON): il 5 o 7 del mese;
  • Idi (EID): verso la metà del mese, il 13 o  il 15.

Accanto a questo ritmo sacro correva quello della vita quotidiana: le nundinae, cicli di otto giorni indicati dalle lettere A–H. Al nono giorno si teneva il pubblico mercato o fiera per lo scambio delle merci tra la città e la campagna: erano momenti in cui si concentravano gli abitanti delle campagne e delle aree rurali per trattare i loro affari e risolvere le controversie legali. E come se non bastasse, ogni giorno aveva una sua “qualità”, indicata da una lettera:

  • F (fastus): si potevano svolgere attività giuridiche e politiche
  • N (nefastus): giorno sacro, vietato ai magistrati amministrare giustizia
  • C (comitialis): consentite le assemblee popolari
  • NP: probabilmente giorni nefasti riservati a festività pubbliche

Il calendario non diceva solo che giorno fosse, ma cosa fosse lecito fare. Era una bussola morale, giuridica e religiosa. Pur ammettendo che alcune feste non fossero rigidamente osservate o coincidessero con altre festività, rimane il fatto che circa la metà dell’anno era non lavorativa!

Ritrovamenti tra terremoti e macerie

La storia moderna del calendario è altrettanto affascinante.
La lastra con i mesi da luglio a dicembre fu rinvenuta nel 1675 ad Amiternum e trasferita subito a L’Aquila. Un frammento della lastra dei mesi di maggio e giugno emerse invece nel 1703, tra le macerie della porta Barete, crollata durante il devastante terremoto del 2 febbraio.

Un ritrovamento piccolo, ma decisivo: proprio grazie a quel frammento, nella seconda metà del Settecento, fu possibile datare il calendario con precisione all’età tiberiana.

Già dal XVI secolo, come racconta l’arcivescovo e storico Antonio Ludovico Antinori, un’altra lastra era murata nella chiesa di San Vittorino ad Amiternum, segno di una continuità materiale e simbolica che attraversa i secoli.

Dal 1951, i Fasti di Amiternum – calendario e liste consolari – trovano la loro collocazione definitiva nel Museo Nazionale d’Abruzzo, al Castello Cinquecentesco de L’Aquila. Dopo il sisma del 2009, dal 2015, il calendario è esposto temporaneamente nell’ex mattatoio di Borgo Rivera, accanto alla Fontana delle 99 Cannelle.

Poi nel 2022, la mostra “I tempi di Amiternum. Il calendario romano e la scansione del tempo” ha restituito voce a queste pietre apparentemente mute, proponendo una ricostruzione in scala 1:1 e un apparato didattico capace di far comprendere davvero come funzionava il tempo dei Romani.

Oggi, mentre iniziamo il 2026 sfogliando agende nuove e calendari digitali, il Calendario di Amiternum ci ricorda che il tempo non è mai stato neutrale. È sempre stato un campo di battaglia culturale, religioso e politico.



TAGS