Kavè: “Domenica in piazza anche dall’Aquila, l’Iran non deve restare solo”

di Fabio Iuliano | 13 Gennaio 2026 @ 16:57 | ATTUALITA'

L’AQUILA – Mahmud Matin Kavè vive all’Aquila da quarant’anni ormai, ma in questi giorni l’Iran è di nuovo lì, appiccicato addosso. Di nostalgico c’è poco: qui si tratta più di urgenza. “Domenica ci sarà una manifestazione”, dice, “per sensibilizzare l’opinione pubblica”. Le notizie che si accavallano in questi giorni hanno un filo comune: la regia del potere tra blackout, paura, e una conta delle vittime che cambia con la linea, con la censura, con chi riesce ancora a far uscire una voce.

I numeri fanno spavento: nel momento in cui stiamo scrivendo si arriva a parlare anche di 12mila vittime, come riporta Iran International, in quello che il media di opposizione basato a Londra definisce “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio”. 

Kavè è arrivato in Italia nel 1982, dopo la rivoluzione islamica in Iran e la chiusura di tutte le università. Per lui partire significava molto più di un trasferimento: voleva conoscere una nuova cultura, laurearsi in ingegneria (e ci è riuscito in soli 5 anni a Roio) e costruire il futuro che il suo Paese gli aveva negato.

La mobilitazione

Oggi, da qui, mette a fuoco un punto: dalla comunità all’estero non si ribalta un Paese, però si può evitare che finisca nel buio. “Per ora il contributo è solo l’appoggio morale e sensibilizzare altri Paesi verso la popolazione iraniana”. È anche per questo che domenica 18 gennaio invita a scendere in piazza: per fare pressione pubblica, per tenere acceso il tema quando la rete si spegne e le notizie arrivano a strappi.

Nel suo racconto tornano due spinte che si alimentano a vicenda: repressione e crisi economica. “La gente normale per poter portare avanti una vita normale dovrebbe fare due o tre lavori e non ce la fa ad arrivare alla fine del mese”. Un paradosso, dice, in un Paese “grande cinque volte l’Italia e ricchissimo di risorse petrolifere e altre risorse”.

Il fondamentalismo

Quando il discorso finisce sul fondamentalismo, Kavè non gira intorno alle parole: “Perché quando in questi Paesi si presentano interessi economici, con il nome della religione lo fanno tutto”. E aggiunge: “È una cosa assolutamente superficiale e non ha nessun fondo religioso, solo e esclusivamente interessi”. “È un fondamentalismo che nasconde una contraddizione”, insiste, “dentro ci sono grossi interessi economici da livello internazionale”.

C’è anche una preoccupazione più ampia, geopolitica: “Ci sono due Paesi che aspettano solo un pretesto per fare un’azione militare, cioè gli Stati Uniti e Israele”. E l’auspicio resta quello di un cambiamento che maturi dentro, senza trasformare l’Iran nell’ennesimo campo di gioco per interessi esterni: “Spero che questo movimento vada da solo e riprenda una piega all’interno”.

La manifestazione di domenica nasce da qui: una pressione civile, una frase semplice da ripetere finché serve. “Diamo solo per assicurare che non sono soli”, dice, “ma c’è qualcuno che li appoggia anche dall’estero”.

Foto di Kevin Martin Jose su Unsplash



TAGS