Antonio Di Cecco in mostra alla Fondazione de Marchis
Il fiume Aterno tra fotografia e cianografia
di Redazione | 06 Marzo 2026 @ 11:55 | EVENTI
Dal 26 febbraio al 27 marzo 2026 la Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre ospita la mostra Ciò che resta – Materiali per un archivio sensibile intorno alla natura del fiume di Antonio Di Cecco, a cura della Fondazione e di RVM Hub.
Il progetto espositivo si sviluppa come un percorso visivo lungo i margini del Fiume Aterno e dei suoi affluenti, un’indagine costruita attraverso fotografie in bianco e nero e cianografie che interrogano ciò che l’acqua trattiene, disegna, cancella o lascia emergere.
La mostra è accompagnata da un volume prodotto dalla Fondazione de Marchis e da RVM Hub, con il coordinamento editoriale di Agnese Porto e Giammaria De Gasperis e con un testo di Antonello Frongia, professore associato di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre.
Un archivio visivo sul paesaggio dell’Aterno
Come spiega Diana Di Berardino, direttrice della Fondazione Giorgio de Marchis, “Antonio Di Cecco, attraverso le sue fotografie e le sue cianografie, indaga il territorio aquilano e il sistema fluviale dell’Aterno come patrimonio naturale e culturale e ne offre una lettura originale: un archivio visivo che restituisce una visione non documentaria, ma in divenire, dell’itinerario fluviale”.
Il percorso espositivo negli spazi della Fondazione conduce il visitatore alla scoperta della ricerca artistica di Di Cecco, che si trasforma in uno sviluppo dell’animo umano narrato attraverso l’occhio dell’artista. Una narrazione che supera il linguaggio documentario per aprirsi a una dimensione più intimistica e sensibile.
Fotografie e cianografie: il fiume tra presenza e traccia
“Antonio Di Cecco non osserva semplicemente un paesaggio: lo lascia affiorare attraverso i suoi processi”, scrive RVM Hub. Il lavoro si configura come un’indagine sul fiume inteso come elemento naturale inserito in un paesaggio più ampio, animato da piante, fiori e architetture naturali generate dal loro intreccio.
Il fiume resta presente anche quando l’acqua sembra scomparire, lasciando spazio ai rovi e agli elementi naturali che abitano i suoi margini. Ne emerge quasi una narrazione del fiume “in assenza”, o attraverso una presenza fugace e in rapido movimento, evidenziata dalle lunghe esposizioni fotografiche.
È una narrazione del tempo, anzi dei tempi che operano sull’acqua e sulla vegetazione: veloce e inafferrabile il primo, lento e quasi impercettibile il secondo. La scelta del bianco e nero riflette la volontà di concentrarsi sull’essenziale, sulle forme e sulle linee create dalle piante fluviali, evocando stati d’animo più che descrivendo il reale.
Alle fotografie si affiancano le cianografie, nelle quali l’immagine appare attraverso un processo chimico che rende la carta fotosensibile. La cianografia diventa così una traccia, emblema di un evento che si è inscritto nella materia, proprio come il fiume lascia segni sulle rive del proprio passaggio. Se le fotografie mostrano ciò che l’acqua alimenta nel mondo, le cianografie rivelano ciò che l’acqua scrive direttamente sulla superficie sensibile.


