L’Aquila, 1473: in un libro mastro compare la vendita di una “schiavetta negra”
Tra pagamenti di lana e gabelle cittadine, un registro mercantile del Quattrocento rivela una transazione inattesa: la vendita di una schiava africana per 25 ducati veneziani.
di Nemo | 16 Marzo 2026 @ 05:26 | RACCONTANDO
Tra le pagine di un registro mercantile del Quattrocento, accanto a pagamenti di lana e gabelle cittadine, compare una voce inattesa. Nel Libro mastro di Pasquale di Santuccio, datato intorno al 1473, un mercante aquilano registra la vendita di una “schiavetta negra” per venticinque ducati veneziani. Una riga contabile, apparentemente identica alle altre, che oggi rivela uno squarcio poco noto della storia economica della città: la presenza della schiavitù anche nell’entroterra appenninico.
Nel Quattrocento L’Aquila era uno dei centri economici più vivaci dell’Italia centrale. La città prosperava grazie a una rete commerciale che collegava l’Appennino ai mercati della penisola e del Regno di Napoli. Lana proveniente dagli altipiani, panni lavorati, bestiame e derrate agricole circolavano tra fiere, fondaci e botteghe cittadine.
Questa vitalità emerge anche nei libri mastri dei mercanti aquilani, registri contabili nei quali venivano annotati pagamenti, debiti e movimenti di merci. Tra cifre e brevi note si conserva una documentazione preziosa della vita economica della città.
Uno di questi registri è il Libro mastro di Pasquale di Santuccio, databile attorno al 1473. Le sue pagine restituiscono il ritmo quotidiano del commercio: acquisti di lana, spese di trasporto dal contado, gabelle versate alle porte urbane, crediti tra mercanti. In mezzo a queste normali registrazioni compare però una voce che sorprende per la sua natura: la vendita di una «schiavetta negra», annotata con la stessa formula utilizzata per qualsiasi altra operazione.
La voce contabile
Nel registro la nota compare senza spiegazioni. È indicata la somma di venticinque ducati veneziani, inserita tra pagamenti e movimenti di merci dello stesso venditore, Piero Isolano da Milano. L’annotazione non fornisce informazioni sull’età, sull’origine della donna o sulle circostanze della vendita.
E de’ dar(e) duc. vintici(n)que v(enezia)nj: son(n)o p(er) la schiava nera abuta; / fo q(ue)lla / avem(m)o da Piero Isolano, ch(e) p(er) q(ue)st(a) ho posto dicto / Piero lj debia aver(e) (con) più / s(umm)a i(n) q(ui)st(o) a c. 23.
Nel linguaggio mercantile del Quattrocento il termine «nera» indicava una categoria etnico-cromatica distinta da «bianca» – usata per schiave provenienti dall’Europa orientale o dal Caucaso – e da «mora», definizione più ambigua tra nordafricano e subsahariano. La storiografia ha mostrato che nei porti di Venezia, Genova, Napoli e Palermo le schiave identificate come «nere» provenivano soprattutto dall’Africa subsahariana, giunte attraverso le rotte transahariane e il commercio intermediato da mercanti nordafricani e levantini.
Nel Quattrocento la schiavitù nell’Italia peninsulare aveva prevalentemente carattere urbano e domestico. Le schiave venivano impiegate come domestiche, nutrici o concubine. La loro presenza nelle città dell’entroterra appenninico – come L’Aquila – è documentariamente più rara rispetto ai centri portuali, il che rende questa registrazione particolarmente significativa.
La presenza di un mercante milanese come intermediario suggerisce che la donna possa essere transitata dalla Lombardia, dove schiavi africani sono attestati presso le corti viscontea e sforzesca.
Il valore economico della transazione
Il prezzo di 25 ducati veneziani si colloca nella fascia medio-bassa dei valori documentati per schiave negli anni Settanta del Quattrocento. Nei registri veneziani coevi i prezzi oscillano tra 18 e 60 ducati; un inventario notarile napoletano intorno al 1470 cita una «schiava negra» valutata 30 ducati.
Una cifra relativamente contenuta potrebbe indicare diversi fattori: un’età non più giovane, condizioni di salute non ottimali oppure – ipotesi suggerita dalla dinamica contabile – una cessione avvenuta nell’ambito di un regolamento di debiti commerciali piuttosto che sul mercato libero.
Per il mercante che teneva il registro contava soltanto l’esattezza della partita contabile. La persona venduta appare nella stessa forma di una merce, registrata accanto a carichi di lana o a pagamenti tra mercanti.

Schiavitù e reti commerciali
La presenza di schiavi nell’Abruzzo quattrocentesco è ancora poco studiata. Le ricerche sulla schiavitù nell’Italia medievale e rinascimentale – dai lavori pionieristici di Iris Origo ai contributi di Steven Epstein, Giulio Prunai e Salvatore Bono – si sono concentrate soprattutto sulle grandi città portuali, dove il fenomeno era più diffuso e documentato.
La registrazione nel libro mastro di Pasquale di Santuccio offre dunque una rara evidenza per l’area aquilana. Indica che la città, pur lontana dal mare, era inserita nelle reti commerciali che veicolavano anche la tratta di esseri umani.
Le persone schiavizzate potevano giungere nell’Italia centrale attraverso i porti di Napoli, Genova o Venezia e da lì essere redistribuite verso l’interno. In questo caso la presenza del mercante milanese Piero Isolano suggerisce un passaggio attraverso i circuiti commerciali lombardi o veneziani prima dell’arrivo a L’Aquila.
Il valore storico dei libri mastri
Il caso emerge proprio perché registrato in un libro mastro, una fonte nata per scopi puramente contabili. Questi registri non raccontano storie: servono a tenere in ordine entrate, uscite e crediti.
Proprio per questo rappresentano una fonte di grande valore per gli storici. La loro struttura seriale conserva dati concreti su prezzi, rotte commerciali, intermediari e scambi economici.
Tra le righe dedicate alla lana, ai trasporti o alle gabelle compare così, quasi per caso, la traccia di una vicenda umana ridotta a cifra contabile.
Quella breve annotazione, rimasta per secoli tra le pagine di un registro mercantile, ricorda quanto anche i documenti più tecnici possano aprire uno squarcio inatteso sul passato della città dell’Aquila.



