Paolo Spoltore all’Emiciclo, una mostra tra memoria del sisma, guerra e cosmogonia

All’ex Navata del Palazzo dell’Emiciclo, all’Aquila, si è aperta il 16 marzo la personale dell’artista abruzzese Paolo Spoltore. Il percorso, inserito nel calendario di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, riunisce intorno ai nuclei “Cuori pietrificati”, “Guerra perché?” e “Cosmogonica”, proponendo una riflessione sulla catastrofe naturale, sulla violenza della storia, sull'apocalissi e sulla possibilità di una ricomposizione affidata alla materia e alla forma.

di Angelo Clementi | 17 Marzo 2026 @ 06:00 | L'AQUILA CAPITALE CULTURA

Da lunedì 16 marzo alle 17.30, all’ex Navata del Palazzo dell’Emiciclo, è stata allestita la mostra personale di Paolo Spoltore “Cuori pietrificati e Guerra perché?”, aperta fino al 31 marzo. L’iniziativa è inserita nel calendario di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, con il patrocinio di Regione Abruzzo, Comune dell’Aquila e Comune di Lanciano, ed è organizzata dall’Associazione culturale Ericle D’Antonio di Rocca San Giovanni.

La mostra e il percorso espositivo

Il progetto espositivo mette in relazione tre nuclei focali della ricerca dell’artista: “Cuori pietrificati”, nato all’indomani del terremoto del 2009; “Guerra perché?”, incentrato sulle lacerazioni dei conflitti contemporanei, con riferimenti all’Ucraina e alla Palestina; e “Cosmogonica”, dove il tema della rinascita viene riportato a una dimensione più ampia: sia religiosa, sia legata ai quattro elementi della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco.

L’impianto della mostra consente di leggere il lavoro di Spoltore attraverso un itinerario coerente, fondato su una pratica scultorea che non tenta mai di separare il dato materico dal significato intrinseco che ricade nell’estetica e nel simbolismo. Quest’ultimo è un aspetto centrale che emerge con chiarezza non solo dalla mostra stessa ma anche nel testo critico dedicato all’opera dell’artista realizzato dal critico Antonio Gasbarrini, dove si sottolinea con forza come la scultura di Spoltore non si limiti a occupare lo spazio ma arrivi a “interrogarlo” e a trasformarlo in luogo di esperienza.

La poetica di Spoltore tra materia, memoria e trauma

Il cuore dell’esposizione è affidato al ciclo “Cuori pietrificati”, composto da 20 opere realizzate tra il 2009 e il 2010 come tributo alle oltre trecento vittime del sisma aquilano. In queste opere il cuore diventa metafora centrale del lutto: è scolpito nel marmo, spesso collocato su fondi di ceramica frantumata, talvolta racchiuso in strutture lignee simili a scrigni, talvolta posto su leggii di legno che richiamano il gesto del ricordo e della trasmissione.

La scelta dei materiali è parte essenziale del linguaggio di Spoltore. Nella lettura critica fornita per la mostra, le sue opere vengono descritte come esito di un confronto diretto con la sostanza del mondo, attraverso “legno, ferro, pietra, ceramica, marmo, bronzo, frammenti, materiali di recupero”. Non si tratta di una semplice tecnica di assemblaggio, ma di una costruzione in cui la materia conserva le tracce della frattura, della saldatura, del peso e dell’equilibrio.

I “cuori” non illustrano la tragedia, ma la condensano in forme che tengono insieme memoria e resistenza. Gasbarrini osserva che la loro durezza “non è freddezza, ma sedimentazione del dolore”: una definizione che coglie il senso di un lavoro in cui la ferita non viene cancellata, ma trasformata in permanenza visibile ed estremamente concreta.

Nel nuovo allestimento il nucleo si amplia anche con quattro opere recenti, nelle quali il registro cromatico e simbolico si apre a una tonalità meno lacerante e più prossima all’idea di rinascita. È qui che il dialogo con L’Aquila e con il suo spazio espositivo acquista un significato ulteriore: la memoria del trauma non resta chiusa in una dimensione commemorativa, ma viene riletta come possibilità di continuità e rigenerazione.

Dalla guerra alla cosmogonia, una scultura che interroga il presente

Accanto ai “Cuori pietrificati”, la mostra presenta il ciclo “Guerra perché?”, formato da sette sculture a tutto tondo in ferro, pietra e legno. I titoli richiamati nei materiali di presentazione rimandano a immagini e luoghi della contemporaneità ferita: tra quelli indicati compaiono “Spirale con volto e droni”, “Strage a Gaza e a Bucha”, mentre nel saggio critico ricorrono anche “Esodo”, “Pane quotidiano”, “Carro armato a Bucha” e “Carro armato a Gaza”. In tutta questa seconda metà della mostra resta chiaro il nucleo tematico: la guerra come devastazione storica e morale.

Anche in questo caso Spoltore evita una rappresentazione narrativa o illustrativa. Lavora invece per frammenti, rottami, residui e materiali ricomposti, che diventano segni di violenza e coscienza ferita. Citando nuovamente Gasbarrini: “l’artista non teatralizza il dolore”, ma lo sintetizza in una forma severa, capace di costringere l’osservatore a un confronto più lento con la materia distrutta e la pars destruens.

A chiarire ulteriormente il rapporto tra ricerca formale e presente è la stessa riflessione di Paolo Spoltore, che definisce il compito dell’artista in termini di responsabilità verso il proprio tempo: “Come un giornalista si occupa di cronaca, l’artista attraverso l’estetica si occupa dell’attualità”. Una dichiarazione che aiuta a leggere l’intero impianto della mostra, dove il dato storico e civile non viene trattato in forma illustrativa, ma tradotto in una lingua plastica fatta di materia, simboli e tensione etica.

È una cifra che restituisce alla scultura una funzione pubblica, senza scivolare nella retorica. Il riferimento ai conflitti contemporanei non viene trasformato in slogan, ma in un campo di tensione tra peso della storia e responsabilità dello sguardo. Per questo il passaggio a “Cosmogonica” non appare come una cesura, bensì come un ampliamento del discorso. Il richiamo ai quattro elementi introduce infatti una dimensione originaria, nella quale la natura è letta in chiave metafisica, quasi biblica, e non descrittiva.

Questa fase viene interpretata come ricerca di un ordine profondo, capace di sottrarre una forma possibile al caos. La mostra aquilana tiene così insieme tre direttrici del lavoro di Spoltore: la memoria della ferita, la denuncia della violenza e l’ipotesi di una ricomposizione. Dentro questo equilibrio si misura anche il valore dell’iniziativa nel contesto culturale cittadino: non solo una personale d’artista, ma un’esposizione che mette in relazione opere, luogo e storia collettiva, affidando alla scultura il compito di trasformare il trauma in pensiero visibile.



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