Cecchino italiano in Bosnia: “Sparavo sui civili perché odio i musulmani, oggi ho incubi”

di Fabio Iuliano | 28 Marzo 2026 @ 07:02 | ATTUALITA'

“Finché colpisci e vedi uno che non si muove più, che è morto, è una cosa. Ma quando un proiettile di grosso calibro porta via un braccio, o una gamba, la cosa è diversa. La sera ho ancora gli incubi”. È una frase secca, brutale, e basta da sola a dare la misura del racconto pubblicato dal Fatto Quotidiano nell’intervista firmata da Marianna Maiorino, con la confessione di un ex cacciatore piemontese che sostiene di essere partito più volte per la ex Jugoslavia, tra il 1994 e il 1995, per sparare durante la guerra nei Balcani.

Nell’articolo l’uomo si definisce “un mercenario vero” e lega quella scelta a un odio ideologico dichiarato senza filtri: “Andavo nei Balcani perché detesto i musulmani”. Il suo nome entra così dentro la vicenda dei cosiddetti “cecchini del weekend”, quella zona opaca fatta, secondo la ricostruzione proposta nell’inchiesta, di volontari, estremisti, tiratori e combattenti stranieri arrivati nei territori dell’ex Jugoslavia per unirsi al conflitto.

L’intervistato descrive il freddo, gli spostamenti, le armi, ma soprattutto insiste su ciò che resta dopo uno sparo. “Non è come al poligono”, dice ancora, spostando il discorso dal gesto alla conseguenza: feriti, amputazioni, emorragie, immagini che tornano di notte. È lì che il racconto smette di sembrare la vanteria sporca di un reduce e si misura con la materia concreta della guerra, quella che non ha niente di epico e lascia addosso solo macerie, anche mentali.

Nell’intervista compaiono poi passaggi molto delicati sulla presenza di altri europei. L’uomo sostiene che “i serbi usavano molto volentieri persone europee formate al tiro sulla lunga distanza” e aggiunge che tra questi ci sarebbero stati “un sacco di ex della Folgore”, oltre a inglesi, francesi e tedeschi. Sono affermazioni pesanti, che nel testo restano attribuite alla sua testimonianza e che, proprio per questo, vanno trattate come dichiarazioni e non come verità già accertate.

Il racconto si allarga anche ai trasferimenti verso i territori di guerra, con riferimenti a spostamenti organizzati e a collegamenti che aprono uno squarcio ulteriore su quella rete informale di combattenti. Non solo Sarajevo, dunque, ma un sistema più ampio, almeno nella versione fornita dall’intervistato, che prova a dare struttura e contorno a una pagina rimasta per anni ai margini del racconto pubblico.

L’intervista si inserisce in una serie di articoli dedicati al tema dei “cecchini del weekend”. La differenza, stavolta, è che non si resta più nel territorio dei racconti indiretti o delle voci raccolte intorno a quella stagione. Qui parla uno che dice di esserci stato, di avere sparato, di avere visto morire e mutilare. Ed è questa la forza disturbante del pezzo: non offre una verità chiusa, ma mette davanti una confessione nuda, sporca, ideologica, in cui il rimorso convive ancora con il veleno che l’ha prodotta.

Foto di Azur Golic su Unsplash



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