Il dio dell’amore, tra Ovidio e relazioni moderne

di Giovanni Chilante | 30 Marzo 2026 @ 05:08 | RECENSIONI
Il dio dell’amore

Consigli per una buona visione oggi propone un’opera che indaga le relazioni contemporanee attraverso uno sguardo antico e sorprendentemente attuale. Il dio dell’amore, diretto da Francesco Lagi, porta sullo schermo una Roma sospesa, dove le storie si intrecciano e si trasformano sotto l’eco delle parole di Publio Ovidio Nasone. Ne parliamo con Carlo Di Stanislao, analizzando il film come un mosaico emotivo che racconta desideri, fragilità e cambiamenti.

Di Stanislao, il film sembra costruito su un continuo intreccio di relazioni: cosa racconta davvero questa struttura?

La pellicola utilizza un meccanismo narrativo circolare che richiama il “girotondo”, dove ogni personaggio è legato all’altro in una catena di incontri e separazioni. Tutto parte da Ada, che scopre una gravidanza inattesa, e da lì si sviluppa un effetto domino che coinvolge partner, ex e nuove attrazioni. Non si tratta soltanto di intrecci sentimentali: ogni relazione rappresenta una trasformazione. Proprio come nelle Metamorfosi di Ovidio, i personaggi cambiano stato emotivo, attraversano crisi e si ridefiniscono. Il film suggerisce che l’amore non sia mai stabile, ma una forza che modifica continuamente chi lo vive.

Il regista alterna uno stile classico a scelte più moderne: quale effetto produce questa combinazione?

La regia di Lagi è interessante perché unisce eleganza e immediatezza. Da una parte troviamo inquadrature ampie, quasi pittoriche, che valorizzano la bellezza di Roma; dall’altra sequenze più intime, girate con camera a mano, che avvicinano lo spettatore ai personaggi. Questo contrasto crea un doppio livello: la dimensione estetica e quella emotiva. Gli sguardi in macchina, ad esempio, rompono la distanza e chiamano in causa il pubblico, come se cercassero comprensione. È una scelta che rende il racconto più vivo e partecipato, evitando ogni rigidità.

Roma appare quasi vuota e silenziosa: che ruolo ha questa ambientazione nel racconto?

La città diventa un elemento narrativo fondamentale. Non è la Roma affollata che siamo abituati a vedere, ma uno spazio rarefatto, quasi metafisico. Questa assenza di caos permette ai sentimenti di emergere con maggiore intensità. Le piazze, le statue e i luoghi iconici diventano scenografie dell’animo umano. Il vuoto urbano riflette quello interiore dei protagonisti, amplificando le loro inquietudini e i loro desideri. In questo senso, Roma non è solo un contesto, ma un vero personaggio che accompagna e amplifica le storie.



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