Alik Cavaliere e il soffio della libertà: a L’Aquila una mostra per ricominciare a navigare

di Alessio Ludovici | 23 Aprile 2026 @ 21:50 | L'AQUILA CAPITALE CULTURA

L’AQUILA – Chissà cosa passava per la testa dei giovani che, tra gli anni Sessanta e Settanta, si trovavano davanti alle sculture di Alik Cavaliere. Opere come quelle del ciclo W la Libertà, dove la natura veniva messa in gabbia, imprigionata nel bronzo e nel ferro, costretta a forzare le sbarre per tornare a respirare. Forse allora quel groviglio di rami e metallo sembrava un rompicapo per pochi intellettuali, ma oggi, con il senno di una contemporaneità in cui il tema ecologico è diventato dirompente, quelle “gabbie” ci sembrano terribilmente familiari, simbolo di una natura che è anche la natura dell’uomo.
Oggi quelle opere sono comprensibili a chiunque, a qualunque Mario Ruoppolo come me, che come il postino di Neruda non aveva studiato metrica, ma aveva una fame disperata di parole che spiegassero il suo mare. Accadde qualcosa di simile con la celebre “Capra” di Picasso a Vallauris. Quando l’artista la mise in piazza e chiese ai pastori del villaggio la loro opinione, tutti capirono perfettamente di cosa si trattasse. Ne riconobbero l’essenza, prima ancora del materiale e della forma. Ed è proprio l’essenza ciò che all’Aquila, oggi, cerchiamo con più ostinazione.
In questo senso, la mostra di Cavaliere, inaugurata oggi a Palazzo Benedetti (e visitabile fino al 31 dicembre), ci ricorda che l’artista fu protagonista di un fervente periodo di sperimentazione culturale che vide proprio L’Aquila come centro nevralgico della stagione di “Alternative Attuali” negli anni ’60. Un legame profondo, ripercorso oggi nel convegno di studi dai contributi di Angela Vettese, Marco Brandizzi, Giuseppe di Natale, Flavia Angelini, della famiglia dell’artista e di Pierluigi Mantini.
Proprio l’arte contemporanea sembra aver recepito la sfida della Capitale della Cultura. L’evento si inserisce in un ecosistema fervente che cerca di cambiare pelle alla città. Al lavoro storico del Muspac e di un’Accademia di Belle Arti in costante crescita – che ospiterà anche un workshop e un film dedicato a Cavaliere in ottobre – si sono aggiunti il Maxxi L’Aquila, la Fondazione De Marchis e l’energia di spazi coltivati dagli studenti, come lo Spazio Genesi in via Roma. E miriade di iniziative che raccontano un significante chiaro: se negli anni del post-terremoto L’Aquila ha trovato nella memoria un approdo sicuro, oggi c’è voglia di cambiare marcia.
Abbiamo onorato le pietre e ricostruito le mura con un orgoglio feroce. Ma ora che il porto è sicuro, bisogna avere il coraggio di salpare e di modernizzare la città. L’arte contemporanea, con le sue forme, i suoi materiali, i suoi colori e le sue scomposizioni, è il vento giusto per gonfiare le vele di questa nostra città nuova, lo strumento che, più di ogni altro, può aprirci di nuovo al mondo dopo gli anni angusti del post-sisma.



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