Capetiempe, l’Halloween abruzzese

di Fausto D'Addario | 27 Ottobre 2024 @ 05:00 | RACCONTANDO
Halloween

Tra pochi giorni, il 31 ottobre, torna la notte di Halloween. In Abruzzo questo periodo dell’anno era chiamato Capetiempe, un vero e proprio capodanno festeggiato con riti arcaici e singolari

Ritorna la notte di Halloween e rifioriscono puntuali le polemiche. Un’altra americanata, una festa commerciale solo per far bisboccia, una notte di stregonerie non meglio precisate. Eppure i nostri antenati abruzzesi avevano il loro Halloween, che anzi aveva un nome preciso: Capetièmpe. Questo “capo” del tempo, un vero capodanno, si svolgeva nei primi giorni di novembre (per i cristiani il 1 novembre, Ognissanti e il 2 novembre, la commemorazione dei defunti) e comprendeva riti legati al mondo contadino e alle attività agricole. Zucche, crani, candele, falò, questue rituali e a Sulmona e nella Valle Peligna era attestata persino la pratica di banchettare nei cimiteri sulle tombe dei defunti. Tutti elementi che ci riportano indietro ai Celti e alle tradizioni di Samain, il loro capodanno che cadeva all’inizio di novembre. Era la festa dei guerrieri e degli antenati: i Celti la passavano banchettando e a ballando in mezzo alle tombe, per nutrire e rallegrare i morti. Alla fine gli spiriti tornavano soddisfatti alle loro sedi sotterranee, assicurando abbondanza nei raccolti e sostegno in guerra. 

Il tempo è un circolo

Il Capodanno celtico rimase vivo in Europa anche oltre il Medioevo. Nel mondo rurale, agricolo, pastorale e montanaro di non molto tempo fa – per molte aree dell’Italia meridionale e centrale parliamo di alcuni decenni o di alcuni anni fa – la vita dell’uomo conosceva ben altri ritmi e altre feste. Alla fine del XIX secolo, figure, miti e rituali antichissimi erano ancora vivi e molto sentiti. Per la mentalità arcaica la natura è un organismo vivente, mosso da forze misteriose, di cui l’uomo è una componente essenziale: non è un osservatore esterno, è dentro di essa. L’uomo è attraversato egli stesso dalle linee di forza che fanno funzionare il mondo e partecipa in modo costante e attivo a questa pulsione cosmica. Come scriveva Nietzsche: “Tutte le cose diritte mentono. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo“. Tutto va e tutto ritorna. Il Capetièmpe abruzzese è questo: tutto muore e tutto ritornerà a fiorire. Ma se l’anno muore, nulla ci assicura che rinasca, potrebbe terminare anche l’ordine, sia quello cosmico, sia quello sociale. I nostri contadini sentivano di dover fare la loro parte nel rinnovare il ciclo della vita, quel cosmo che ha periodicamente bisogno di esser rifondato. Ecco spiegati i rituali e i festeggiamenti, specialmente nella crisi autunnale, il punto più fragile dell’anno quando la luce viene meno, la natura è stremata, gli animali si preparano al letargo o migrano. Antropologi come Antonio de Nino, Vittorio Monaco e Gennaro Finamore hanno saggiato a fondo questi rituali, che sono rimasti vivi e tenaci al di sotto del credo cristiano che ufficialmente riserva il 1 novembre ai santi e il 2 ai morti. Il Capotempo abruzzese ha la stessa radice dell’Halloween americano: i riti di Capotempo avevano lo scopo di aiutare il sole a superare la crisi, reintegrandone la luce e il calore declinanti con fiaccole e falò (riti solari); di placare i morti e restituire ai vivi la titolarità del mondo di sopra (riti funebri, riti di purificazione); di contribuire a saldare l’anello e a riavviare il tempo (riti di passaggio); di propiziare la sinergia tra il lavoro dell’uomo e le potenze del sacro (riti di fertilità). 

Su le tegole brune riposano enormi zucche gialle

Come presso i celti e in altre culture, anche in Abruzzi su usava intagliare diversi ortaggi con sembianze umane, da cui la tradizione delle zucche ricordata anche da D’Annunzio nella sua Ottobrata: “Su le tegole brune riposano enormi / zucche gialle e verdastre, sembianti a de’ cranii spelati / e sbadiglian da qualche fessura uno stupido riso / a ’l meriggio“. Alla fine del vecchio ciclo e all’inizio del nuovo, il mondo di sotto e il mondo di sopra si incontrano e l’ordinaria distinzione/separazione tra luogo dei morti e luoghi dei vivi si assottiglia. Gli stessi cimiteri cessavano di delimitare il recinto riservato ai defunti. L’aldilà era visto come un luogo oscuro, sotto terra, dove i morti conducevano un’esistenza stentata ed i vivi dovevano alleviarla con offerte alimentari; ma il morto a cui si faceva mancare il pasto funebre, si trasformava in uno spirito errante e malefico pronto alla vendetta. Per questo occorreva tenerli a bada con queste zucche digrignanti.

Quando a Sulmona si banchettava nei cimiteri

Nel giorno di Tutti i Santi, in quasi tutti i paesi abruzzesi fin dal mattino si accendevano candele e lumi nelle case, sugli altari delle chiese e nei cimiteri a ricordo dei propri estinti; dalle prime ore pomeridiane del primo novembre era poi tutto un suonare di campane a morto. I paesi assumevano l’aspetto fiabesco di una diffusa luminaria che seguiva i vicoli, i sentieri e gli ossari. I lumini indicavano ai morti la strada per il paese: le anime, uscite dal cimitero, facevano visita alle chiese e alle loro antiche dimore e infatti la porta di casa veniva lasciata socchiusa per tutta la notte. Anzi, si lasciavano in tavola gli avanzi della cena, acqua e vino con un lume al centro, per un’altra, magrissima cena: quella dei defunti. Erano le tavole dei morti. A Introdacqua la processione dei morti era chiamata Scurnacchiera (da cornacchia) e per l’occasione si ripeteva la filastrocca: “Teri teri tera, e mo passa la scurnacchiera“. Le cerimonie tra il 1 e il 2 novembre andavano per le lunghe, perché si cantava per intero l’ufficio dei defunti con l’immancabile Dies irae, il De profundis e altri canti. C’era inoltre la credenza, specie nei paesi peligni, che a mezzanotte avesse luogo una messa dove prendevano parte solo i morti: avvolti in lenzuoli bianchi, con i ceri tenuti dalle mani stecchite, seguivano mesti il rito officiato da un prete anch’egli defunto. Il rito funebre più singolare, durato fin quasi alle soglie del Novecento, si svolgeva a Sulmona il 2 novembre: dopo la messa si usava banchettare sulle tombe dei defunti nel cimitero, perché il defunto potesse godere dell’esuberanza vitale celebrata accanto a lui. Proprio come nella festa celtica di Samain o come si faceva nella Roma antica. Già sant’Agostino si lamentava di quei cristiani che bevevano sulle tombe e che offrivano cibo ai cadaveri. Tanto era tenace questa tradizione sulmontina, che solo dopo l’Unità d’Italia le autorità municipali impedirono il ripetersi di questa usanza.

Dolcetto, scherzetto e la rinascita degli antenati

Samain, Capotempo e Halloween hanno in comune il travestimento e la questua dei giovani. Oltre alle tradizioni delle tavole dei morti o dei banchetti presso le tombe, i defunti pootevano ricevere offerte in altri modi. Nell’anniversario di tutti i morti in molti borghi d’Abruzzo c’era l’abitudine di fare l’elemosina ai poveri e ai vagabondi, oppure erano le famiglie ricche a porgere doni a quelle più indigenti. Si facevano offerte anche alla parrocchia in suffragio dei morti. L’uso rimasto ancora oggi è quello di fare regali ai bambini. Cosa c’è dietro il famoso “trick or treat?“, o “dolcetto o scherzetto?”. Perché vestirsi da spiritelli, streghette e diavoletti? Anche in Abruzzo i ragazzi si travestivano da spiriti, si imbiancavano il volto usando la farina o la calce e, andando di casa in casa, con un pennello o una scopa disegnavano sulle porte ossa, teschi e scheletri. Nella mentalità arcaica i ragazzi erano visti come la rinascita degli antenati: quindi fare un’offerta a loro era come farla direttamente ai morti. Stessa cosa per i poveri, altra categoria degli invisibili sociali. Per l’area peligna, a metà dell’Ottocento il De Stephanis attestava che “nel giorno di Ognissanti molte brigatelle di giovani contadini, frullando la loro chitarra, andavano di casa in casa cantando una canzone allusiva del giorno e ne riportavano doni di frutta, uva, ciambelle ecc. che sospendevano a un palo lungo portato da due compagni“. Finamore ha trascritto alcune di queste canzonette rituali, dove i ragazzi sono chiaramente associati alle anime dei defunti: “Uèjje è la festa de Tótte i Sante, facète bene a st’aneme penante. Uèjje è la festa d’i sènte ‘n ciale [santi in cielo], facète bene a st’angele Gabbrieale. Se vù bene de core ce facète, a l’autre mónne le retruvarrète“.

Il vento della vita i giorni sfoglia

Dall’intreccio delle due tradizioni, quella pagana dei morti e quella cristiana della carità evangelica, gli usi celtico-germanici sono rimasti come substrato di diverse tradizioni abruzzesi. Di tutto ciò qualcosa, e forse nemmeno così poco, è sopravvissuto nelle tradizioni o almeno nella memoria degli anziani. Alcune scorze di sacro sono rimaste, che la voga revivalistica ha cercato di riportare in auge sentimentalmente come le care feste dei nonni. Nei tempi andati c’erano, sì, momenti in cui si tirava la cinghia, ma la partecipazione alla festa del santo, ai pellegrinaggi, ai rosari in chiesa e alle processioni nei campi rendevano l’uomo completo e in possesso del mistero della realtà. L’uomo religioso non era né smarrito né alienato. Ormai questa funzione aggregante l’hanno assunta le nuove tecnologie e, quanto a scambi interpersonali e senso di comunità, non è detto che sia un bene, anzi, direi che va malissimo. L’attuale impegno entusiasta di tanti giovani antropologi e operatori culturali sui territori sta cercando di cambiare le cose, ma difficilmente potranno modificare la china presa dall’attuale società. Scriveva Vittorio Monaco in una delle sue ultime poesie non pubblicate: “Il vento della vita i giorni sfoglia, li ammucchia in vane storie, li disperde. Basta un inverno: l’albero si spoglia, né più lo illude a primavera il verde“.



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