“Congiunzioni”: lo spazio come ostacolo da superare

di Marianna Gianforte | 07 Febbraio 2022 @ 11:19 | CULTURA
congiunzioni

L’AQUILA – Si chiama “Congiunzioni” l’opera realizzata dall’artista aquilano Daniele Giuliani per la fondazione “Giorgio de Marchis Bonanni D’Ocre onlus” e presentata giovedì 3 febbraio. L’opera nasce per arricchire e interpretare, forse anche “allargare” architettonicamente e concettualmente uno degli ambienti più suggestivi di palazzo Cappa-Cappelli, sede da poco della fondazione. Un edificio storico con i suoi limiti funzionali ma anche con le sue particolarità, i suoi spazi spigolosi, separati tra loro: come unirli? Giuliani ha provato a “congiungere” angoli e spigoli, ampliandoli, trasformando un semplice atrio in un’occasione di riflessione intellettuale ed esistenziale.

“Tutto è unito e tutto è in movimento”, spiega Giuliani descrivendo l’opera, intreccio di linee e colori tenui: un invito alla relazione, all’apertura, anche, delle menti e delle proprie visioni.

A descrivere l’opera – donata alla fondazione – è lo storico dell’arte contemporanea Emiliano Dante:

“Congiunzioni, il lavoro di Daniele Giuliani per la fondazione de Marchis, ha apparentemente un che di lontano dal grosso della produzione dell’artista. Questo perché, al momento di doversi confrontare con uno spazio articolato su più pareti e ricco di elementi architettonici che interrompono l’uniformità delle superfici, Giuliani sembra essersi fondamentalmente lasciato guidare dallo spazio a disposizione. Il titolo stesso, Congiunzioni, sembra alludere alla non unitarietà della superficie da dipingere: la pittura intesa come elemento unificante, ma anche lo spazio come elemento di ispirazione primaria: un dipingere sulle pareti che finisce per descrivere tanto un luogo, quanto un tema, un fine. L’atteggiamento, quindi, sembra essere piuttosto distante da quello che tende a dominare il grosso dell’opera di Giuliani, caratterizzato da una fortissima vena iconica, dove il tema tende a trasferirsi di formato in formato – e quindi a godere di una forza simbolica specifica che, anzi, si rafforza nella continuità nel tempo dei nuclei tematici (i ritratti, le macchine che bruciano, le bombe). Vedendo l’opera sulle prime, con uno sguardo rapido, invece, si ha l’impressione che l’ispirazione, più che a un Andy Warhol e a un Gerard Richter, possa essere fatta risalire alla primissima astrazione – in particolare a Giacomo Balla e, in misura minore, al Malevic del primo Suprematismo. In realtà, credo che questa somiglianza nasconda in effetti un pensiero ancora iper-iconico, dettato da una necessità figurativa.

Il nucleo fondante del lavoro, quello da cui Congiunzioni sembra essere originato, non è tanto lo spazio in sé, quanto lo spazio come ostacolo da superare. Di qui i momenti in cui la pittura cerca di lavorare sulla tridimensionalità dei muri in senso illusivo, suggerendo una tridimensionalità differente da quella esistente della stanza. Ma l’ostacolo non è la sola molteplicità delle pareti e delle superfici, ma anche degli elementi architettonici, a cominciare dalla porta sulla parete più lunga. Questa porta, a ben vedere, è uno dei motivi centrali dell’opera – o per lo meno uno degli stimoli più chiari: nella sua semplicità geometrica, diviene un elemento nella composizione tanto astratto quanto concreto, tanto negato quanto in effetti denunciato. Chiaramente, si tratta di un elemento che apre a simbologie complesse, ulteriormente estese dal fatto che la porta, ricondotta alla dimensione astratta della pittura di Giuliani, tende a sembrare un monolite – e, più precisamente, il monolite per eccellenza: quello di Kubrick in 2001 Odissea nello spazio. In questa eco cinematografica lo spazio di nuovo diventa figurazione – anzi, si lega alla sua iconografia novecentesca più importante. E allora ecco che, di nuovo, da Balla si ritorna a Warhol, da una dimensione astratta si ricompone una dimensione iconica, pur nel paradosso per cui un’iconografia dello spazio è sempre necessariamente l’iconografia di un’astrazione”. 

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foto dalla pagina facebook della fondazione De Marchis

LA FONDAZIONE. La fondazione De Marchis è nata nel 2004 con lo scopo di conservare, incrementare e rendere accessibile l’archivio di arte contemporanea e la biblioteca raccolti da Giorgio de Marchis – soprintendente emerito alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma e direttore emerito dell’Istituto italiano di cultura in Giappone – durante la sua carriera di studioso e di critico d’arte. Centinaia di volumi, il cui nucleo originario è vincolato dalla soprintendenza. Il fondo archivistico e bibliografico, come riporta la fondazione sul suo sito, conserva un nucleo omogeneo di corrispondenza intercorsa con vari esponenti della vita culturale dei nostri tempi, circa 200mila pezzi cartacei. Attualmente il fondo è in fase di riordino, attività per la quale la fondazione si avvale della collaborazione dei laureandi e degli specializzandi del dipartimento di Scienze umane e dell’Università degli studi dell’Aquila.

Tante le iniziative che la fondazione porta avanti con il lavoro della presidente Franca Fanti, della direttrice Diana Di Berardino e da Martina Di Massimo, Barbara Olivieri, Alessio Rotellini, Olivia Di Michele e Giulia Sulli, che collaborano con la fondazione, tra cui la recente mostra dedicata al pittore e scultore aquilano Marcello Mariani e il convegno, nell’ottobre scorso, di studio e approfondimento dell’opera di De Marchis. Nel prossimo futuro è in programma un progetto editoriale finalizzato alla realizzazione di Repertori pubblicati in veste di “Quaderni della Fondazione…”. Ne parla Di Berardino:

“La fondazione continua il suo lavoro di apertura alla città. Abbiamo intenzione di presentare sia pubblicazioni di arte contemporanea, sia il nostro materiale documentario, individuando un tema. Continuano anche le collaborazioni con il Maxxi dell’Aquila, con il quale abbiamo in programma un’esposizione di opere di vari artisti sulla stessa linea dell’omaggio a Mariani. Vorrei ricordare che la fondazione ospita in comodato d’uso per cinque anni le opere fotografiche del Liceo artistico dell’Aquila Fulvio Muzi, un nucleo di opere nato da un’idea di due fotgrafi e docenti dell’Artistico, Sergio Maritato e Giampiero Duronio“, i quali hanno dato l’avvio al livello nazionale e internazionale a una raccolta di foto che si è incrementata notevolmente all’indomani del terremoto del 2009. “Ne è nata una raccolta di opere di fotografi di fama e meno noti, oggetto poi di esposizioni. La fondazione si è messa a disposizione per valorizzarla, promuoverla e conservarla. Le foto sono state schedate e ora è in progetto una mostra che metterà al centro una selezione delle circa 300 foto che compongono la raccolta. Il nostro augurio è di riuscire a inaugurarla a primavera inoltrata, Covid-19 permettendo”. 



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