Consuntivo post festività, paradossi tra eccessi e sprechi
di Isabella Benedetti | 12 Gennaio 2023 @ 07:01 | PUNTI DI SVISTA
Finite le festività natalizie, si tirano le somme degli “eccessi”, si fa il bilancio consuntivo, ai primi dell’anno, di tutto quello che siamo riusciti a mangiare, a bere e comprare anche in beni di alcuna necessità, da Natale all’Epifania. A fare le spese di ciò è, innanzitutto, il nostro benessere psico-fisico, poi le nostre “tasche”. Chi, anni fa, ha perorato il modello di una società di consumi, fondato sui pilastri del capitalismo industriale, ha giocato sul falso equivoco del binomio consumismo quale sinonimo di ricchezza. Karl Marx, a fine 800, già denunciava gli eccessi di una società votata al profitto e al superfluo, dove il “consumo” è l’oggetto stesso della produzione. L’idea di stato e di compagine sociale teorizzata dal grande filosofo, sarebbe stata pure valida se non fosse stata smentita dalla natura ambigua dell’uomo e dal reale assetto prodotto da qualunque forma di governo che, come insegna la dottrina dello stato, ha sempre in seno una società strumentalizzante e una società strumentalizzata.
Nella povertà del dopoguerra, è stato fisiologico cavalcare l’onda del modello consumistico come simbolo di ripresa, di progresso, di vita. Il passo, però, dalla società dei consumi a quella degli sprechi è stato breve. Falsamente liberi, forti del potere d’acquisto, siamo in realtà vittime di un sistema che crea illusoria ricchezza e un effimero benessere. Siamo schiavi di altri che pensano per noi, che indirizzano i nostri acquisti e obbligano le nostre scelte, burattini senza fili, anzi, legati da fili invisibili manovrati da abili burattinai. Compriamo perché siamo programmati per farlo, buttiamo via tutto ciò che è rotto, vecchio, usurato. La felicità è nel nuovo, nel prossimo acquisto, nelle scarpe griffate, nell’ultimo modello di telefonino, nell’auto (falsamente) green. Con il cibo abbiamo lo stesso approccio esagerato. Benessere è sinonimo di “ melius est abundare quam deficere”, anche se è molto più di quanto abbiamo bisogno. Si attesta che, ogni anno nel mondo 1/3 degli alimenti prodotti sia sprecato. Il dato è fornito dalla FAO che è l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. E’ un risultato preoccupante e, analizzato a chiusura delle festività natalizie, fa riflettere. Il Natale, a pieno titolo, è considerata la festa consumistica per eccellenza. La corsa ai regali, l’approvvigionamento di ogni sorta di alimento hanno la meglio su tutto svilendo il significato religioso della festa, il momento di intima connessione con la famiglia e gli affetti cari. Peccato che gran parte del cibo che ha arricchito le nostre tavole finisca, non consumato, nella pattumiera. Lo dicono le statistiche. Se molti possono permettersi questo spreco alimentare, altri non hanno di che mangiare e questo è un paradosso, la contraddizione della società attuale. Questo avviene non nei paesi poveri dell’Africa, ma qui da noi, nelle pieghe di una società che fabbrica nuovi poveri, persone che a stento riescono a raggiungere la fine del mese e allungano la fila delle mense della Caritas.
Il problema degli sprechi è impellente e globale.
La produzione agricola intensiva, per soddisfare l’enorme domanda di mercato, che ne butterà gran parte al macero, provoca un impoverimento e inquinamento del territorio. Mangiamo un quantitativo maggiore di cibo, ma sempre più povero di nutrienti che una terra ormai sterile non può più fornire e viviamo sommersi dalla nostra stessa immondizia. Lo stato è intervenuto sulla gravità del problema con la legge Gadda del 2016. La legge 166 è volta a disciplinare la distribuzione di prodotti alimentari invenduti e farmaci, a fini di solidarietà sociale. Nasce contestualmente il CREA, un osservatorio sulle eccedenze, sui recuperi e sugli sprechi alimentari. Mentre si moltiplicano le iniziative nazionali ed internazionali finalizzate a risolvere la questione, viene condotta un’opera di sensibilizzazione a tutti i livelli e anche in capo ai singoli cittadini. Certo, tutto suona un po’ falso, visto che siamo chiamati a spendere per agevolare l’economia e contestualmente al risparmio. E’ una contraddizione in termini, un ossimoro. E’ un po’ come dire “mangiate senza ingrassare e spendete con parsimonia”. Ecco qui che, anche sui social, c’è chi insegna a fare la lista della spesa o qualche ricetta del riciclo, tipica della nonna, con gli avanzi nel frigo. Nascono siti internet e applicazioni che immettono sul mercato prodotti invenduti o prossimi alla scadenza. E’ possibile acquistarli a prezzi scontati. L’applicazione “TooGoodToGo” è una di queste e dalla Danimarca, dove è nata, si è presto diffusa in molti paesi europei. In Italia, la Fondazione Banco Alimentare da anni si occupa di dare sostegno alle famiglie in difficoltà e promuove anche soluzioni anti spreco, monitorando costantemente il mercato. Lo chef Barbieri invita gli avventori dei suoi ristoranti a chiedere la “Doggy Bag” con gli avanzi del proprio pasto (ammesso si siano saziati), proprio per dar valore a ciò che si mangia e insegnare che nulla si butta. Persino Carlo d’Inghilterra impartisce lezioni di parsimonia. Pare che non butti mai i suoi vestiti, i noti cappotti di loden così di stile, ma vengono rimodernati e riadattati nel tempo, a volte anche personalmente. Mi strappa un sorriso il pensiero del Re Carlo occupato in un punto asola o ad attaccare un bottone. Mi fa pensare alla marsina seminuova di Paperon de Paperoni che indossava dai tempi del primo fantastiliardo nel Klondike.
Certo, un rammendo sulla giacca di Carlo aggiunge una nota radical chic, ma le toppe ai pantaloni ad un comune mortale fanno dannatamente povero.


