Corfinio, la città abruzzese che inventò l’Italia
di Fausto D'Addario | 21 Luglio 2024 @ 05:44 | CULTURA
Il 21 luglio a Corfinio ha luogo la rievocazione storica degli eventi della Lega Italica che diede filo da torcere ai Romani nella Guerra Sociale (91-89 a.C.). Corfinio, nell’odierno Abruzzo, è la città che per prima inventò l’Italia.
Il 21 luglio a Corfinio ha luogo la rievocazione storica degli eventi della Lega Italica, che diede filo da torcere ai Romani nella Guerra Sociale (91-89 a.C.). Corfinio, nell’odierno Abruzzo, è la città che per prima inventò l’Italia. Riuniti in una lega, i popoli appenninici tentarono di opporsi alla crescente egemonia romana e fecero sorgere la loro capitale proprio a Corfinium, fortificandola e ribattezzandola Italica. Nel cuore dell’odierno Abruzzo venne coniato il nome che sarebbe diventato quello dell’intera nazione. La mano vendicatrice dei Romani non si fece però attendere: la Lega fu sconfitta e la città, rasa al suolo, tornerà a chiamarsi Corfinium, toponimo che, da quei lontani eventi, è giunto fino a noi.
Gli antefatti
L’assassinio del tribuno Livio Druso nell’autunno del 91 a.C. e l’approvazione della lex Varia rappresentarono per gli alleati italici la goccia che fece traboccare il vaso. Già dalla primavera di quell’anno arrivavano segnali inquietanti dalla Marsica e dalla valle dell’Aterno, con centri sulle colonie di Carseoli e Alba Fucens. I Marsi, i Peligni, i Vestini e gli altri popoli appenninici erano in fermento e sull’orlo della ribellione. Le ragioni profonde di queste agitazioni vanno cercate nei mutamenti economico-sociali della storia romana post-annibalica. Spina dorsale dell’esercito romano e fonte importante delle finanze statali, i socii – gli alleati italici – avevano capito che la potenza di Roma non avrebbe incontrato alcun ostacolo, ma era nell’aria un cambiamento di mentalità: queste genti rimanevano ancora escluse dai comizi legislativi ed elettorali di Roma, non ancora completamente inglobate nello Stato romano. Non accettavano più di essere semplici ingranaggi di una macchina su cui non potevano esercitare alcun controllo, ma desideravano l’agognata della concessione della civitas Romana e dei benefici collegati al suo possesso. Ecco che nel 9l a.C. il tribuno Druso presenta una nuova proposta per la concessione dei diritti politici a tutti gli alleati italici, che con il loro tributo di sangue avevano tanto aiutato i romani. La proposta avrebbe comportato un profondo mutamento nella struttura dello stato romano. Druso, abbiamo visto, viene però fatto fuori. Traditi per l’ennesima volta, i socii dell’area centro-meridionale della penisola presero le armi. La rivolta scoppiò ad Asculum (Ascoli Piceno) con il massacro di tutti i cittadini romani presenti in città. Era il punto di non ritorno. Ciò che non avevano potuto né i Sanniti, né Annibale, ossia unire le i popoli dell’Itali centrale in una forza compatta, riuscì invece alle sorde élites della Repubblica romana.
Corfinio capitale d’Italia
Dopo il massacro di Asculum, il fronte di guerra si estese rapidamente a tutta l’area appenninica centro-meridionale. I ribelli si divisero in due tronconi, marsici e sannitici e avviarono una vera e propria guerriglia diretta non solo contro gli eserciti romani, ma anche contro le città rimaste fedeli a Roma. Iniziava così quella che è stata chiamata da alcuni Guerra marsica, dal popolo montanaro il cui valore in guerra aveva generato la leggenda secondo cui non vi erano stati trionfi romani né contro di loro, né senza di loro. Due erano i comandanti supremi, alla testa dei rispettivi settori, Quinto Pompedio Silone per l’area marsica e Papio (o Aponio) Mutilo per quella sannitica, che furono da subito tra le anime della Lega. In realtà tutto il mondo appenninico prendeva le armi quasi al completo e per questo oggi si parla di Guerra sociale, mossa dai socii italici contro Roma. Come racconta lo storico romano Appiano, i popoli che insorsero furono: Marsi (i capi della rivolta) e Peligni, Vestini e Marrucini, Picentini (dal Piceno) e Frentani, Pompeiani e Venusii (leaders degli Apuli), Iapigi e Lucani e infine anche i Sanniti, tra gli ultimi a cedere. Ma praticamente tutti i popoli del meridione furono coinvolti nella sollevazione. È in questa circostanza che il termine “italici” fece la sua prima ed esplicita comparsa ufficiale: stando alla testimonianza dello storico romano Velleio Patercolo, gli alleati elessero a loro capitale Corfinium, centro peligno nell’odierno Abruzzo, che prese il nome di Italica. Anche Diodoro Siculo e Appiano concordano che Italia-Italica divenne il termine che designava la nuova federazione dei popoli in guerra. La nuova capitale cominciò a battere moneta poco dopo il 90 a.C., dove le classi dirigenti italiche misero in rilievo tutto quell’orgoglio “nazionale” mai sopito completamente, mettendo in atto forme di propaganda anti-romane confezionate ad hoc. Documento significativo è una moneta che porta il nome di Q. [Pompaedius] Silo, dove è rappresentato il giuramento di alleanza stipulato da otto guerrieri, simbolo dei popoli che componevano la Lega. Una celebre moneta mostra una testa femminile coronata dell’oro con la scritta Italia, mentre un’altra reca la scritta Viteliu, la più antica tradizione del nome Italia risalente all’osco-umbro. Per non parlare di quelle monete che ostentano con orgoglio il toro italico nell’atto di incornare la lupa capitolina. Ancora oggi a Corfinio è possibile visitare i resti archeologici della città antica: dalle epigrafi rinvenute conosciamo l’esistenza di numerosi edifici di epoca romana e italica, come alcuni templi, il foro, il macellum, le terme nei pressi di San Pelino, un anfiteatro ed il teatro; quest’ultimo è stato localizzato grazie alla particolare disposizione delle case. Inoltre sono state localizzate alcune tombe e sepolcri di vario genere, da quelle a camera ai cosiddetti Morroni, monumenti funebri a torre con camera mortuaria. Tuttavia il nucleo dell’antico centro urbano (individuato in località Piano di Civita) non è più facilmente leggibile, perché ad esso si è sovrapposto l’insediamento medievale di Pentima (nome di Corfinio fino al 1928).
Nonostante ci sia disaccordo quanto alle ipotesi sull’origine e l’etimologa del nome Italia, gli studiosi concordano che con tale nome veniva indicata inizialmente la parte sud dell’antico Bruttium: dallo stretto di Messina al Golfo di Sant’Eufemia. Nel corso dei secoli il nome si estese sempre più a nord, fino a toccare le Alpi.
La fine delle ostilità
Per Roma la situazione apparve subito difficilissima: doveva affrontare un organismo in parte modellato sul suo, soprattutto nell’apparato militare e nelle istituzioni. Le ostilità videro prevalere inizialmente gli insorti: “Ecco Ocricoli, ecco Grumento, ecco Fiesole, ecco Carseoli, Aesernia, Nuceria, Picenzia devastate dalle stragi, dal ferro e dal fuoco”, riporta lo storico Floro. Dopo un solo anno Roma era giunta al limite ed era ormai prossima al collasso, perciò pensò bene di dividere i ribelli: concese la cittadinanza romana a tutti i socii rimasti fedeli e a quelli che avessero deposto le armi immediatamente. Le divisioni, le diserzioni e le sconfitte subite dai ribelli grazie alle manovre di Mario e Silla costrinsero gli insorti ad abbandonare Corfinium-Italica, spostando via via la sede del Consiglio federale prima ad Aesernia, (Isernia), di cui si erano impadroniti da tempo, poi a Bovianum (Boiano). A prendere il comando dei superstiti rimase Pompedio Silone. Oltre a porzioni sempre più numerose della gente dei Marsi, stavano però arrendendosi ormai anche i Marrucini. Pinna (Penne) dei Vestini, tra le poche realtà rimaste fedeli a Roma, era stata liberata da un sanguinoso assedio. Infine una grande battaglia ebbe luogo sul fiume Teanum, nel quale avrebbe trovato la morte lo stesso Pompedio Silone. Era l’anno 89 a.C. e in armi rimasero ostinatamente per qualche tempo ancora Sanniti e Lucani, fino all’87.
“Di tale guerra, come fu terribile la sorte, così fu giustissima la causa: chiedevano, infatti, quella cittadinanza di cui difendevano l’imperium con le armi. Questa guerra portò via più di trecentomila giovani Italici“, annota Velleio Patercolo. L’atroce conflitto si era finalmente concluso e, anche se a rilento, il numero dei cittadini romani aumentò progressivamente, anzi arrivò più che a raddoppiare grazie all’immissione dei socii Latini e Italici: nell’anno 70, rispetto ai 395 mila cittadini romani circa registrati sul finire del secolo precedente, si giunse ad annoverarne ben 900 mila. Corfinium riprese il suo nome, ma perse la sua importanza e, dopo un breve assedio qualche decennio dopo da parte di Giulio Cesare nel contesto del suo confronto con Pompeo, la vita della cittadina rimase stabile durante tutto l’impero.





