L’ex Manicomio di Collemaggio: quando L’Aquila segregava i folli
Una "città proibita" alle spalle della basilica celestiniana
di Nemo | 09 Febbraio 2026 @ 05:32 | RACCONTANDO
L’AQUILA – Basta percorrere via di Collemaggio per cogliere il contrasto. Sulla sinistra, la facciata bicroma di Santa Maria, simbolo della Perdonanza. Sulla destra, dietro muri e cancellate arrugginite, i padiglioni deserti dell’ex manicomio provinciale: 19 ettari dove per quasi un secolo L’Aquila ha nascosto i propri “alienati”.
La storia di questo complesso psichiatrico, costruito tra il 1902 e il 1915, racconta molto più di un’istituzione sanitaria dismessa. Racconta il modo in cui una società ha tradotto in cemento e inferriate la propria paura della follia.




La nascita: 1902-1915
Il 14 febbraio 1904 entra in vigore la legge 36 “Disposizioni sui Manicomi e sugli Alienati”. Lo Stato vuole correggere le condizioni disumane dei ricoveri per malati di mente. L’Aquila risponde acquistando 9 ettari di vigne e seminativi della famiglia Castelli-Cito, proprio dietro la basilica.
Una delibera provinciale del dicembre 1902 aveva individuato un’altra zona, abbandonata l’anno dopo su parere di eminenti psichiatri. Il sito definitivo consentiva un impianto capace di ospitare 420 ricoverati da tutta la provincia.
L’ingegnere Guido Rimini firma il progetto, completato da Camillo Tranquilli e Guido Tortora. La pianta è quella di una cittadella a padiglioni simmetrici ‘distanziati’, collegati da strade interne e circondati da giardini, orti, alberature. Al 1° gennaio 1915 la struttura è completa. Ci sono padiglioni per i malati in osservazione, per i “tranquilli”, per gli “agitati” e i “semi-agitati”. Uomini e donne rigorosamente divisi. Accanto ai reparti sorgono l’edificio dei servizi generali – con direzione, alloggi dei medici, sala per i “divertimenti”, oratorio – e un padiglione per gli infermi infettivi.
La “machine à guérir”
Gli studi sulla storia dell’architettura manicomiale italiana leggono questi complessi come “città proibite”, “santuari della follia”, “isole dei folli”: microcosmi chiusi, costruiti a metà tra utopia medica e dispositivo di controllo. Il verde non è ornamento. Passeggiate all’aria aperta, contatto controllato con la natura, lavoro nei campi: sono elementi della terapia, in un’epoca senza psicofarmaci. Il complesso diventa un microcosmo autarchico, con orti, colonia agricola, persino una torre-serbatoio che richiama i modelli prussiani.
Dalla metà dell’Ottocento, nota la ricerca coordinata da Ajroldi, Crippa e altri, il manicomio viene concepito come una cittadella autonoma dove “ragione medica e logica architettonica, stabilita una forte sinergia operativa, definiscono un accurato programma pratico e un modello insediativo caratterizzante la nuova istituzione, sorta di macchina ideale per curare i malati mentali”.

È qui che prende corpo, in termini contemporanei, l’idea di “machine à guérir”: l’architettura stessa diventa strumento di terapia. Il palazzo della Direzione domina la composizione simmetrica. Facciata neorinascimentale, basamento bugnato, triplice fornice d’ingresso che richiama la gravità di Palazzo Farnese o le sedi della Banca d’Italia di fine Ottocento. Dietro l’apparenza storicista si nasconde la modernità: il cantiere sperimenta il cemento armato (béton armé) per i solai, l’holzcement per le coperture piane e materiali innovativi per le pavimentazioni igieniche, oltre a sistemi avanzati di riscaldamento centralizzato e una torre-serbatoio per l’acqua che citava modelli prussiani.
La disposizione traduce in spazio una gerarchia medica e sociale. Le distanze tra i padiglioni, le recinzioni, il rapporto tra vuoti verdi e volumi costruiti: niente è neutro. La separazione tra uomini e donne, tra tranquilli e pericolosi, tra degenti poveri e pensionanti paganti è inscritta nella forma urbana.
Dal colle, la città dei sani guardava senza vedere. Muri, cancellate, alberature schermavano il manicomio dalla vista. Un tacito patto sociale relegava quella “città proibita” allo sfondo del paesaggio.
La frattura: 1967
Nel 1967 qualcosa incrina l’invisibilità. All’interno del complesso sorge la Turris Eburnea, cappella in cemento armato e ferro firmata da Augusto Angelini. È un cilindro interno racchiuso da un poligono esterno, con lanterna sommitale percorsa da aperture a spirale.
La torre dialoga con la sagoma della basilica e con la skyline cittadina. Il lessico è dichiaratamente novecentesco, la struttura resta a vista. In un luogo nato per sottrarre allo sguardo, la Turris fa l’operazione opposta: chiede alla città di vedere, di riconoscere chi vive recluso in collina.
Quando Franco Basaglia inizia a scardinare il manicomio tradizionale a Gorizia e Trieste, la Turris è già lì. La legge 180 del 1978 sancisce la chiusura dei manicomi e la trasformazione della psichiatria in sistema territoriale. Gli effetti arriveranno anni dopo.





Il vuoto: anni Ottanta-Novanta
Con la progressiva applicazione della legge Basaglia, tra anni Ottanta e fine Novanta, il complesso viene svuotato della sua funzione originaria. Alcuni edifici vengono riutilizzati per fini assistenziali o amministrativi, altri rimangono sospesi, altri ancora iniziano un lento processo di degrado.
Non è un destino isolato. Gli studi sulla riconversione degli ex ospedali psichiatrici dell’Italia centrale descrivono un quadro frammentato: 3,5 milioni di metri quadrati di aree, 240 mila di superficie costruita. La maggior parte cade nell’abbandono o in riusi parziali e contraddittori. Collemaggio rientra pienamente in questo scenario
Il sisma del 2009 aggrava la situazione. Mentre la ricostruzione del centro storico procede, sull’area dell’ex manicomio il tempo si ferma. L’Archeoclub parla di un patrimonio culturale materiale e immateriale “da riscoprire, conservare e valorizzare”. La vicinanza al centro e la presenza di giardini renderebbero il complesso prezioso per la cittadinanza.
Invece, sul colle avanza il degrado antropico. Il Partito Democratico cittadino descrive l’area – 30 padiglioni ed edifici minori su 19 ettari di proprietà della Asl – come “quasi totalmente abbandonata, non illuminata, preda di continue incursioni da parte di disperati che vi trovano rifugio o la usano come base per azioni criminali”.
A pochi passi dalla “cartolina” della basilica restaurata, il quartiere dell’ex ospedale psichiatrico appare come il negativo della città vetrina: buio, insicuro, difficile da attraversare.

Il “Parco della Luna” e lo spezzatino urbanistico
Nel 2017 viene annunciato il progetto “Parco della Luna”, inserito nel Masterplan Abruzzo – Patto per il Sud. Finanziamento: 10 milioni di euro da fondi FSC, poi in parte sospesi per l’emergenza Covid.
Tra il 2024 e il 2025 il Comune approva il progetto esecutivo: 700mila euro dai fondi FSC 2014-2020, 9,3 milioni dai fondi FSC 2021-2027. Destinazione: valorizzazione e rifunzionalizzazione di alcuni fabbricati, con funzioni culturali, sociali, educative e turistico-ricettive.
Il programma prevede la ristrutturazione dei padiglioni B4, B6, B8, B10, B11, B12. Spazi per la formazione e la creatività. Un polo scolastico. Un asilo nido da 45 posti all’interno del parco.
In parallelo, altre porzioni dell’area seguono traiettorie autonome. Nell’ex Accademia dell’Immagine dovrebbe trasferirsi il Conservatorio “Casella”. Nel grande edificio B20, ex distretto sanitario, è previsto lo Space and Earth Innovation Campus (SEIC) guidato dal GSSI, laboratorio per ricerca applicata e sviluppo tecnologico. La palazzina B18 è in via di ristrutturazione per ospitare l’Arta, l’Agenzia regionale per l’ambiente.
Già Lquilablog ha definito la situazione di “spezzatino urbanistico post sisma“: interventi puntuali, spesso slegati da una visione unitaria del luogo. I lavori procedono a strappi. La percezione di insicurezza e abbandono resta forte.
Memoria senza rimozione
La domanda che Collemaggio pone oggi alla città è radicale: è possibile immaginare per l’ex manicomio una nuova centralità urbana senza rimuovere il passato?
Il rischio è doppio. Da un lato, la museificazione anestetizzante: trasformare il luogo in parco tematico della follia addomesticata, dove il dolore diventa cornice per eventi culturali. Dall’altro, la gentrificazione funzionale: cancellare ogni traccia dell’istituzione, sostituire i padiglioni con volumi neutri – uffici, residenze, campus tecnologici – che potrebbero sorgere ovunque.
L’“architettura del dolore” di Collemaggio – padiglioni razionali immersi nel verde, gerarchie spaziali esplicite, presenza di un’icona modernista come la Turris Eburnea – offre però un’occasione diversa. Non si tratta solo di conservare edifici di pregio, ma di riconoscere che quei muri hanno custodito vite, pratiche, violenze, tentativi di cura, fallimenti istituzionali.
Oggi, la sfida è trasformare questo spazio di esclusione in una nuova centralità urbana, un campus aperto che integri funzioni universitarie, sanitarie e culturali, restituendo alla città non solo un’area strategica, ma anche la memoria di un luogo dove l’architettura ha tentato, con le sue rigide geometrie, di dare ordine al disordine della mente.
L’ex Ospedale Psichiatrico di Collemaggio è stato riconosciuto di interesse culturale nel 2011. Nonostante i progetti di rigenerazione, l’area resta in gran parte abbandonata e inaccessibile alla cittadinanza.



