Fede, speranza e sobrietà. Il 25 aprile di Papa Francesco

di Fausto D'Addario | 26 Aprile 2025 @ 05:34 | CREDERE OGGI
Papa Francesco 25 aprile

Nel giorno della Liberazione, il silenzioso addio a un Papa che ha fatto della resistenza evangelica la sua missione

Fede, speranza e sobrietà: così potrebbe riassumersi il 25 aprile di Papa Francesco. La fede dei pellegrini venuti a dare l’ultimo saluto all’amato pontefice, la speranza dei cardinali e della Chiesa tutta che si possa eleggere un successore con il cuore di Francesco e la sobrietà con cui la bara del pontefice è stata chiusa alle ore 20.00 di venerdì, senza diretta delle reti tv, con la salma di Bergoglio che indossava le sue famose scarpe nere.

Il 25 aprile è la festa della Liberazione. La fine della guerra, del fascismo, dell’occupazione nazista. È la festa della pace riconquistata e della democrazia ritrovata. Nell’80° anniversario, quella memoria si è intrecciata con un altro addio: la morte di Papa Francesco. E la parola resistenza torna attuale, potente, viva.

Perché se la Resistenza è stata lotta contro la violenza, l’oppressione e la morte, anche Papa Bergoglio ha incarnato un’ostinata resistenza evangelica contro le ingiustizie del presente. “Viviamo una terza guerra mondiale a pezzi”, disse nel 2014. E non ha mai smesso di denunciarla. Fino all’ultimo giorno della sua vita – proprio la Pasqua – nel suo messaggio Urbi et Orbi scriveva: «Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo!».

Resistere per lui non è mai stato un gesto retorico: è stata fedeltà quotidiana al Vangelo, alla cura degli ultimi, alla custodia del creato, al bene comune. In un mondo che alzava le spalle, ha continuato a indicare la via della fraternità, del dono, della responsabilità condivisa. Ha resistito ai poteri forti, all’indifferenza, persino all’irrisione. E ha pagato il prezzo: impopolarità, ostilità, isolamento anche dentro la Chiesa.

Ma come i partigiani di ieri, ha scelto da che parte stare. Con i poveri, i migranti, i carcerati. Con chi soffre. Con chi cerca la pace anche quando sembra impossibile. Le sue encicliche, i suoi gesti, le sue nomine, le sue parole – spesso scomode, sempre chiare – ci hanno richiamato a un cristianesimo non di potere, ma di servizio. Radicato nella concretezza di Cristo.

In un tempo di guerre sanguinose, crisi globali e democrazie fragili, la sua voce è stata una trincea di pace. E oggi, che non c’è più, lascia un’eredità che è anche un compito: continuare la sua Resistenza. Perché la festa del 25 aprile, che non è né una sagra né un valzer, è la festa della libertà, della dignità e della pace. E nessuna pace sarà mai duratura senza quella resistenza ostinata che Papa Francesco ha incarnato fino all’ultimo respiro.

E così, con sobrietà e senza clamore mediatico, il 25 aprile è stato anche il giorno in cui si è svolto il rito di chiusura della bara di Papa Francesco. In un momento carico di simbolismo e raccoglimento, il volto del Pontefice è stato coperto con un velo di seta bianca, a simboleggiare il passaggio alla vita eterna.

All’interno del feretro sono stati riposti oggetti carichi di significato: una borsa contenente le monete ufficiali coniate durante il suo pontificato, alcune medaglie in bronzo e argento che rappresentano gli anni del suo servizio alla Chiesa universale, e infine un cilindro metallico che custodisce il Rogito, un documento scritto in latino dal maestro delle celebrazioni liturgiche, che narra la vita e l’opera del Papa. Nel Rogito per il Pio Transito di Sua Santità Francesco, si legge una frase che sintetizza l’eredità spirituale lasciata dal Pontefice:

 “Francesco ha lasciato a tutti una testimonianza mirabile di umanità, di vita santa e di paternità universale”.

A seguire, è stato posto il coperchio sulla cassa in zinco e il tutto è stato racchiuso nella cassa esterna in legno, decorata con la croce e lo stemma del Pontefice defunto. Il rito si è concluso con la solenne intonazione dei canti previsti dal rito, sigillando nel silenzio e nella preghiera l’ultimo commiato terreno a Papa Francesco.

Come un partigiano della speranza, Bergoglio ha lottato perché il Vangelo rimanesse voce viva tra le crepe del mondo. E oggi, che ci manca, resta il dovere di portarne avanti il sogno. Con la stessa ostinazione gentile con cui lui lo ha vissuto.



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