La “Grande Aquila” del 1927: quando la città cambiò scala
Il ritorno del tema del perimetro al centro del dibattito
di Nemo | 26 Gennaio 2026 @ 05:35 | RACCONTANDO
L’Aquila non è mai cresciuta per accumulo spontaneo. Ogni trasformazione che ne ha modificato l’assetto urbano è nata da una decisione netta, spesso calata dall’alto, quasi sempre legata a una svolta politica o istituzionale. Il 1927 è uno di questi spartiacque. È l’anno in cui prende forma quella che la storiografia locale ha poi definito “Grande Aquila”: non uno slogan, ma una mutazione amministrativa e territoriale che cambia in modo permanente la dimensione della città. Molte delle tensioni che oggi emergono attorno al tema del perimetro urbano, del consumo di suolo e del rapporto tra centro e frazioni affondano le radici proprio lì.
Il 1927 e la fine della città “chiusa”
La nascita della “Grande Aquila” va inquadrata nel riordino delle circoscrizioni provinciali attuato nello stesso anno. L’Aquila aveva subito un drastico ridimensionamento territoriale con la creazione delle nuove province di Pescara e Rieti, perdendo comuni strategicamente ed economicamente rilevanti come Bussi sul Tirino, Popoli e l’intero circondario di Cittaducale. Per compensare questa perdita e riaffermare il primato politico del capoluogo abruzzese, il podestà Adelchi Serena, figura centrale del fascismo locale e nazionale, promosse il progetto della “Grande Aquila”.
L’obiettivo era creare un organismo urbano di circa 50.000 abitanti, una cifra significativa per l’epoca e per il contesto, capace di competere con le realtà in ascesa e di trasformare L’Aquila in una città moderna e monumentale.
Con il Regio Decreto del 29 luglio 1927, n. 1564, il regime fascista sancì la soppressione di otto comuni limitrofi e la loro aggregazione al capoluogo: Arischia, Bagno, Camarda, Lucoli, Paganica, Preturo, Roio Piano, Sassa, oltre alla frazione di San Vittorino, staccata da Pizzoli. Il risultato fu la creazione di uno dei territori comunali più estesi d’Italia, con una superficie di 467 chilometri quadrati.
Questa vastità territoriale generò una struttura urbana atipica: non una città compatta, ma un arcipelago di borghi e frazioni — ben 67 nuclei minori — disseminati in un’area geografica ampia, che dal centro storico si estende fino alle vette del Gran Sasso e ai contrafforti del Sirente-Velino. Nel dopoguerra, nel 1947, Lucoli fu l’unico tra i comuni soppressi a riottenere l’autonomia, mentre tentativi analoghi da parte di Paganica e Arischia non ebbero esito.
La città smette così di coincidere con le mura e i viali ottocenteschi. Diventa un ente territoriale vasto, disomogeneo, complesso. È una trasformazione silenziosa, ma radicale. Il tratto più significativo della “Grande Aquila” risiede proprio in questo scarto: l’ampliamento amministrativo precede la pianificazione urbanistica. Non esiste un disegno unitario capace di ridefinire funzioni, connessioni e centralità. I nuovi territori vengono assorbiti senza essere ripensati.
Il risultato è una città che cresce per giustapposizione. Il centro storico continua a concentrare potere e rappresentanza; le frazioni restano legate a una dimensione agricola e produttiva; le relazioni spaziali tra i diversi nuclei si affidano quasi esclusivamente alla rete stradale. Lo spazio pubblico, inteso come luogo di connessione e riconoscimento collettivo, resta debole. Questa impostazione segna in profondità lo sviluppo successivo. L’Aquila diventa una città estesa senza diventare, davvero, una città unitaria.
Le prime conseguenze fisiche sul territorio
Negli anni immediatamente successivi al 1927, l’effetto dell’allargamento si manifesta soprattutto attraverso le infrastrutture. Si consolidano i collegamenti viari verso ovest e verso est, si rafforzano i rapporti con la piana di Coppito e con l’area di Paganica, si iniziano a leggere Sassa e Preturo come retroterra funzionale della città.
Non è ancora il tempo dell’espansione edilizia massiccia. È una fase preparatoria, in cui il territorio viene reso disponibile, attraversabile, “urbano” nel senso amministrativo del termine. Una trasformazione lenta, ma irreversibile. La città storica resta compatta, mentre attorno cresce un’area che non è più esterna: è formalmente città, ma non lo è ancora nella forma.
L’ampliamento amministrativo si accompagna a una profonda trasformazione fisica del tessuto urbano, guidata dal Piano Regolatore del 1917 dell’ingegner Giulio Tian e dalle sue successive varianti. L’intervento mira a modernizzare la città attraverso sventramenti e nuovi assi. Viene creata una nuova viabilità interna per rendere il centro accessibile alle automobili, con l’apertura di via Sallustio e il prolungamento del Corso Federico II. Sorgono edifici rappresentativi del potere e della modernità, spesso in stile razionalista o monumentale, come la Fontana Luminosa, la Casa del Combattente, il Palazzo dell’INA e la Banca d’Italia. Il tessuto residenziale storico lungo il Corso viene in parte sostituito da edifici destinati a banche, uffici e servizi, trasformando il cuore della città in un centro direzionale.
Gli sventramenti urbanistici che interessano il centro storico si concentrano prevalentemente in due fasi: il periodo post-unitario e, in modo molto più incisivo, il progetto della “Grande Aquila”. L’asse del Corso e Piazza Palazzo viene rinnovato con pesanti perdite di tessuto storico. La realizzazione di via Sallustio comporta lo sventramento di un’area densa del centro per collegare la città alla stazione ferroviaria, modificando radicalmente la maglia ortogonale di origine federiciana.
Nel 1933 l’apertura del Viale Duca degli Abruzzi, finalizzata all’urbanizzazione delle aree a nord, determina la demolizione di importanti edifici religiosi medievali. Altri interventi cancellano interi isolati di edilizia storica per monumentalizzare gli snodi principali del centro. Un vasto progetto di demolizione tra Piazza Palazzo e Piazza Duomo, che avrebbe trasformato radicalmente il cuore urbano, rimane fortunatamente sulla carta.
Parallelamente, l’influenza dello stile razionalista si manifesta nella volontà di trasformare L’Aquila in un capoluogo moderno e monumentale. L’architettura diventa strumento politico. La Piscina Comunale e lo Stadio, progettati da Paolo Vietti Violi, rappresentano uno degli esempi più evidenti di Razionalismo in città. La Casa della Giovane Italiana, la Casa del Combattente, il Palazzo INA e il Cinema Massimo introducono una nuova monumentalità, spesso accolta con perplessità da una popolazione abituata ai portici ottocenteschi.
L’adozione del telaio in cemento armato e di materiali industriali come linoleum, cementite e vetrocemento consente soluzioni formali inedite e diventa simbolo di modernità ed efficienza, principi centrali nell’architettura dell’epoca.
Dal secondo dopoguerra alla dispersione urbana
Nel secondo dopoguerra, l’eredità della Grande Aquila mostra tutte le sue implicazioni. L’assetto amministrativo del 1927 diventa il contenitore ideale per una crescita disordinata, guidata dall’emergenza abitativa, dall’edilizia pubblica e dalla progressiva delocalizzazione delle funzioni strategiche.
Nascono quartieri residenziali separati dal centro, poli universitari e sanitari decentrati, zone produttive lungo le principali direttrici viarie. Coppito, Pettino, Roio non sono più borghi autonomi, ma non diventano nemmeno quartieri nel senso pieno del termine. Restano spazi intermedi, legati al centro da necessità funzionali più che da una reale continuità urbana.
La città si espande senza densificarsi. Consuma suolo, ma non costruisce relazioni.
Il sisma del 2009 come acceleratore di un modello già esistente
Il terremoto del 2009 non crea questa struttura urbana, ma la esaspera. La ricostruzione post-sisma si innesta su un impianto già segnato dalla frammentazione. Le soluzioni emergenziali privilegiano ancora una volta l’esterno, la dispersione, la separazione tra luoghi dell’abitare e luoghi della rappresentanza.
Il centro storico, svuotato e ferito, entra in una lunga fase di sospensione. Le frazioni e le nuove aree residenziali assorbono popolazione e funzioni. La “Grande Aquila” del 1927 diventa, paradossalmente, la condizione che rende possibile questa dilatazione post-sismica.
Il 2026 e il ritorno del tema del perimetro
Oggi, a meno di un secolo da quella scelta, il dibattito sulla nuova urbanizzazione dell’Aquila riporta al centro una questione rimasta a lungo sullo sfondo: dove finisce la città. Il concetto di perimetro urbanizzato, riproposto dal Comune negli incontri pubblici e nei documenti di pianificazione, segna una discontinuità culturale prima ancora che tecnica.
Non si tratta più di includere nuovi territori, ma di governare quelli già assorbiti. Il perimetro non è una barriera, ma uno strumento di selezione. Stabilisce dove è possibile intervenire e dove, invece, occorre fermarsi. Introduce un principio di responsabilità nel rapporto con il suolo, in netta controtendenza rispetto alla logica espansiva che ha dominato per decenni.
Nel 1927 la città si allarga per affermare un ruolo politico e amministrativo. Nel 2026 è chiamata a consolidare quel ruolo attraverso la qualità urbana, non attraverso l’estensione. La scala resta ampia, ma cambia la direzione dello sguardo: non più verso l’esterno, bensì verso la ricomposizione interna.
La Grande Aquila non è un errore storico, né un modello da replicare. È una scelta figlia del suo tempo, che ha dato alla città una dimensione territoriale decisiva, ma ha anche aperto una frattura mai del tutto sanata tra centro e margini.


