Il patrono dimenticato dell’Aquila
Compatrono dell’Aquila, San Filippo Neri unisce alla sua spiritualità popolare anche una singolare tradizione di “competenza antisismica”
di Fausto D'Addario | 19 Aprile 2026 @ 06:00 | CULTURA
A diciassette anni dal sisma, riapre all’Aquila il Teatro San Filippo, prezioso presidio culturale e raro esempio di architettura seicentesca che unisce chiesa e spazio teatrale in una delle più originali sperimentazioni urbane della città.
La sua riapertura riporta anche l’attenzione su San Filippo Neri, anche lui patrono della città dal 1669, figura storicamente centrale nella spiritualità locale, ma oggi un po’ sotto tono nella memoria cittadina, nonostante il suo legame profondo con l’identità culturale e religiosa dell’Aquila.
Dalla mente eclettica e vivissima di “Pippo buono” nacquero infatti i frutti più duraturi della sua opera apostolica: gli oratori, che rapidamente ravvivarono la vita spirituale e culturale dei principali centri italiani ed europei. E toccoò anche a L’Aquila: già nel 1607, a pochi anni dalla morte del santo, il nobile aquilano Baldassarre de’ Nardis porta in città la Congregazione dell’Oratorio, ispirata direttamente all’esperienza romana di Filippo.
Non era il primo arrivo dei padri in terra d’Abruzzi: già nel 1585 papa Sisto V aveva affidato alla neonata Congregazione la decadente, ma bellissima abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia.
È un passaggio decisivo: gli oratoriani portano una spiritualità nuova, più vicina al popolo rispetto a quella aristocratica dei gesuiti, fatta di preghiera condivisa, musica, catechesi e relazione diretta con la società urbana.
Il primo centro è la chiesa di San Girolamo, nei pressi del Duomo, poi distrutta dal terremoto del 1703. Successivamente, la comunità si trasferisce nel Quarto di San Pietro, dove nasce la chiesa dedicata allo stesso Filippo Neri, consacrata nel 1661. Attorno all’Oratorio si sviluppa ben presto una rete viva e dinamica: nobili, borghesi, laici impegnati. Figure come Giambattista Magnante, definito dai contemporanei un “Filippo Neri vivente”, contribuiscono a radicare una presenza spirituale capillare, soprattutto tra i ceti medi e popolari.
E quando nel 1622 Papa Gregorio XV canonizza Filippo Neri, insieme a giganti della spiritualità come Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Teresa d’Avila, L’Aquila esplode in una celebrazione straordinaria. La città si veste a festa: archi trionfali, arazzi, luminarie, processioni. La statua del “nuovo santo” attraversa le strade tra canti e musiche. È un momento di entusiasmo collettivo ed è l’ingresso ufficiale di Filippo nel pantheon civico.
A testimonianza di questa incisività, si diffuse la credenza popolare secondo cui la famiglia Neri fosse ascritta dal 1391 alla cittadinanza dell’Aquila e i suoi antenati vi avessero abitato a lungo; insomma Filippo Neri era ormai diventato un santo aquilano. E questa vicinanza gli valse, il 25 aprile 1669, l’inserimento tra i compatroni della città, insieme a San Massimo, Sant’Equizio, San Pietro Celestino, San Bernardino da Siena e, tra gli altri, Sant’Antonio di Padova e San Francesco Saverio.
Eppure, a differenza dei quattro santi del Gonfalone, Filippo rappresenta qualcosa di diverso: non il fondatore, il taumaturgo civico o il difensore nei momenti bellici, ma il tessitore quotidiano della vita spirituale. Il suo è un patronato meno solenne, ma più diffuso, più domestico, più umano.
Curiosamente San Filippo Neri ha sviluppato anche una competenza particolare, quella di protettore dai terremoti. Dopo il sisma del 1688 nel Beneventano, il cardinale Pier Francesco Orsini, miracolosamente sopravvissuto al crollo del proprio palazzo, attribuisce la salvezza proprio alla sua grande devozione a Filippo Neri. La notizia si diffonde rapidamente e, quando nel 1703 un devastante terremoto colpisce L’Aquila e l’Italia centrale, episodi simili rafforzano questa fama: a Norcia, gli oratoriani vengono estratti vivi dalle macerie del loro convento. Per molti fedeli non ci sono dubbi: è ancora lui, Filippo, a proteggere.
In una città segnata dai terremoti e dalla resilienza, questo patrono messo un po’ da parte andrebbe forse riscoperto, insieme a quella vivacissima stagione culturale che i padri dell’Oratorio portarono a L’Aquila.


