Iran: morti, repressione e blackout mentre il Paese si infiamma
di Redazione | 10 Gennaio 2026 @ 10:12 | ATTUALITA'
Le proteste esplose in Iran il 28 dicembre 2025 come manifestazioni contro il peggioramento delle condizioni economiche hanno assunto, nel giro di pochi giorni, una dimensione nazionale e un carattere apertamente politico. Le richieste iniziali, legate al costo della vita e alla crisi economica, si sono trasformate in slogan contro la Repubblica islamica e in appelli alla caduta del regime.
Secondo quanto riportato da Time, un medico di Teheran che ha chiesto l’anonimato ha dichiarato che almeno 217 manifestanti sarebbero morti in soli sei ospedali della capitale, «la maggior parte a causa di proiettili veri». Un dato che, pur non verificabile in modo indipendente, restituisce la misura della violenza delle operazioni di repressione in corso.
Bilancio delle vittime: cifre divergenti, quadro drammatico
Il conteggio delle vittime varia a seconda delle fonti che monitorano la situazione sul terreno. Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato almeno 28 morti tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 in tredici città iraniane. Le due organizzazioni parlano di uso sistematico della forza letale contro i manifestanti.
L’agenzia per i diritti umani HRANA ha fornito un bilancio più ampio: 65 vittime complessive al 9 gennaio, tra cui 50 manifestanti, 14 membri delle forze di sicurezza e un civile affiliato al governo.
Secondo Iran Human Rights, con sede in Norvegia, i morti tra i manifestanti sarebbero almeno 45, inclusi otto bambini. Le cifre, pur differenti, convergono su un elemento: la repressione ha causato decine di morti in pochi giorni e ha colpito anche minori.
Repressione armata e scontri nelle città
Le proteste si sono estese a tutte le 31 province iraniane, coinvolgendo grandi centri urbani e città di medie dimensioni. A Teheran, Mashhad, Isfahan, Shiraz e in numerosi capoluoghi regionali si sono registrati scontri tra manifestanti e forze di sicurezza.
Testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani parlano di uso di munizioni vere contro la folla. Un episodio particolarmente grave si sarebbe verificato a nord di Teheran, nei pressi di una stazione di polizia, dove diverse persone sarebbero morte «sul colpo» dopo che le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco con mitragliatrici.
Video verificati e diffusi da canali indipendenti mostrerebbero agenti intenti a rimuovere i cadaveri dagli ospedali, nel tentativo di limitare la diffusione di immagini e informazioni. Le autorità iraniane non hanno fornito spiegazioni ufficiali su queste operazioni.
Blackout di Internet e controllo dell’informazione
Parallelamente all’uso della forza, il governo iraniano ha imposto un blackout di Internet a livello nazionale. La misura, già adottata in passato durante fasi di tensione interna, mira a ostacolare il coordinamento delle proteste e a ridurre la circolazione di video e testimonianze all’estero.
Secondo osservatori indipendenti, le interruzioni della rete sono state estese e prolungate, con accessi limitati solo a servizi interni controllati dallo Stato. Il blackout ha colpito comunicazioni private, attività economiche e servizi essenziali, aggravando ulteriormente il clima di tensione.
Il ruolo di Reza Pahlavi e i richiami alla monarchia
Nel corso delle proteste è emersa con forza la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià e principe ereditario in esilio. Pahlavi ha lanciato un appello a manifestazioni coordinate nelle serate dell’8 e 9 gennaio 2026, invitando la popolazione a scendere in piazza in modo simultaneo.
In dichiarazioni pubbliche, Pahlavi ha affermato di essere pronto a tornare in Iran per guidare una transizione verso una democrazia secolare, qualora le condizioni lo permettessero. Durante le manifestazioni a Teheran, alcune folle hanno scandito slogan a suo favore.
In diverse città, i manifestanti hanno anche abbattuto statue di Qasem Soleimani, il generale dei Guardiani della Rivoluzione ucciso nel 2020 in un attacco statunitense e considerato un simbolo del potere militare della Repubblica islamica. Le immagini della distruzione dei monumenti hanno avuto ampia diffusione prima del blackout.
Analisti e osservatori internazionali descrivono le proteste attuali come le più estese dal 2009, quando il movimento dell’Onda Verde contestò i risultati delle elezioni presidenziali. Alcuni ritengono che, per ampiezza geografica e intensità, si tratti delle manifestazioni più grandi dalla rivoluzione del 1979.
Accuse agli Stati Uniti e reazioni internazionali
Sul piano diplomatico, la Repubblica islamica ha accusato gli Stati Uniti di essere coinvolti nell’organizzazione dei disordini. Secondo Teheran, le proteste sarebbero il risultato di interferenze straniere mirate a destabilizzare il Paese.
Washington ha respinto le accuse, definendole «deliranti». Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha condannato duramente le azioni delle forze di sicurezza iraniane, in particolare le irruzioni negli ospedali per sequestrare manifestanti feriti, definendole «un chiaro crimine contro l’umanità».
Le dichiarazioni statunitensi si inseriscono in un contesto di crescente attenzione internazionale sulla situazione dei diritti umani in Iran, mentre diverse capitali occidentali seguono con apprensione l’evolversi degli eventi.
Un Paese bloccato tra piazza e repressione
A più di dieci giorni dall’inizio delle proteste, l’Iran appare attraversato da una frattura profonda. Da un lato, una mobilitazione che ha superato le rivendicazioni economiche per trasformarsi in una sfida diretta al sistema politico; dall’altro, una risposta statale segnata da uso della forza, arresti, blackout informativi e controllo capillare del territorio.
Il bilancio delle vittime continua a crescere, mentre l’assenza di comunicazioni affidabili rende difficile una valutazione precisa della situazione. Le prossime settimane saranno decisive per capire se le proteste riusciranno a mantenere slancio e coordinamento o se la repressione riuscirà a soffocarle, come avvenuto in precedenti ondate di dissenso.


