La “guerra del frastuono” e le donne dell’Aquila
di Nemo | 12 Gennaio 2026 @ 05:32 | RACCONTANDO
Quando la città rispose al terrore con una voce collettiva
C’è un momento, nel giugno del 1423, in cui la storia dell’Aquila sembra farsi suono. Da una parte il ruggito delle bombarde di Braccio da Montone, piazzate nel campo di Collemaggio per schiacciare il morale di una città assediata. Dall’altra il bronzo della Campana Grande del Palazzo comunale, suonata a martello come un richiamo che attraversa case, vicoli, mura e coscienze.
Dentro quell’urto acustico, che le fonti ricordano come “guerra del frastuono”, si muove una protagonista spesso relegata ai margini dei racconti bellici: la popolazione femminile. Non come figura ornamentale, non come coro sullo sfondo, ma come presenza visibile, concreta, decisiva. È una storia di resistenza urbana in cui le donne compaiono sulle mura, entrano nel campo, reggono la paura, diventano segno di unità.
L’assedio: tredici mesi e una posta altissima
L’assedio di Braccio da Montone all’Aquila comincia il 12 maggio 1423 e dura tredici mesi, fino alla vittoria del 2 giugno 1424 nella battaglia di Bazzano. Braccio, condottiero perugino a capo di un esercito di 6.000 cavalieri, agisce per conto della regina Giovanna II di Napoli. La città rifiuta di cedere l’autonomia che custodisce dal 1254, anno della fondazione, e si stringe attorno a una guida interna indicata dalle fonti in Antonuccio Camponeschi.
È un assedio lungo, logorante, fatto di fame, tensione, attese. Non è soltanto un conflitto di armi. È una pressione psicologica continua, una prova di nervi. In questo contesto, Braccio sceglie Collemaggio come teatro di un atto simbolico. Porta le bombarde nel campo e punta al terrore sonoro. Vuole far tremare la città prima ancora di sfondarla.
L’11 giugno 1423: il tuono delle bombarde e la risposta della campana
L’11 giugno 1423, Braccio piazza le bombarde a Collemaggio con l’idea di piegare gli aquilani attraverso il frastuono. La città risponde dal suo centro civile: la torre del Palazzo del Comune in Piazza Palazzo. La Campana Grande viene suonata “a martello”. È un segnale, ma anche un gesto politico. Il rumore non serve soltanto a chiamare le armi: serve a dire che la comunità non arretra.
Le fonti tramandano la potenza del Campanone: un suono udibile a grande distanza, legato all’idea di una città-territorio nata dalla federazione dei castelli. È un richiamo che non distingue tra chi combatte e chi assiste, perché in quei giorni la difesa non è un mestiere per pochi. È una scelta collettiva.
“Arme afferra!”: la mobilitazione e il volto delle donne alle mura
Il rintocco scatena una reazione immediata. Il grido che accompagna la mobilitazione è riportato con nettezza: «Arme afferra!». La popolazione si muove “corale”, senza esitazioni. Ed è qui che le cronache inseriscono un dettaglio che vale più di molte ricostruzioni astratte: le donne corrono alle mura.
Non restano chiuse nelle case. Non vengono raccontate come spettatrici passive. Si mostrano al nemico, “mostranno lu visu”, e si collocano in un punto preciso della scena: le mura presso Porta Bazzano. Le fonti sottolineano quella presenza femminile come elemento centrale della resistenza in quel frangente.
Il gesto ha un significato evidente nel linguaggio dell’epoca: mostrarsi, farsi vedere, dichiarare di non cedere al terrore. In una guerra dove il frastuono vuole produrre panico, il volto alle mura diventa una risposta: non c’è solo chi impugna armi, c’è una città intera che si espone.
Collemaggio come frontiera: il campo, le mura, la città sotto assedio
Collemaggio non è un luogo neutro. È spazio aperto, punto di pressione. Le bombarde di Braccio sono lì, visibili, udibili. La campana risponde dal cuore urbano. Tra i due suoni si disegna una geografia emotiva: fuori la minaccia, dentro la coesione. Le mura — in particolare il tratto legato a Porta Bazzano — diventano il luogo in cui la popolazione, donne comprese, trasforma l’allarme in resistenza.
Il racconto delle fonti, pur nella sua sintesi, restituisce un quadro preciso: giovani armati che escono “senza paura”, una battaglia “dura”, una comunità che si muove come un corpo unico. Dentro quel corpo, le donne non sono un dettaglio laterale. Sono parte del gesto pubblico.
La violenza su Barisciano e il peso delle donne nella guerra psicologica
La storia dell’assedio non è fatta soltanto di slanci. Porta anche un capitolo feroce. In seguito alla ribellione di Barisciano, Braccio espugna il borgo il 23 aprile 1424. Le misure adottate contro le donne, riportano le fonti, risultano “ancora più feroci” rispetto ad altri centri. Viene descritta una violenza estrema: abusi, scacciamento, donne mandate nude verso l’Aquila insieme ai bambini come segno di massimo spregio.
Il passaggio è cruciale perché mostra, senza filtri, un meccanismo di guerra psicologica: colpire le donne per colpire la comunità, umiliare i corpi per umiliare l’identità. La scena — donne e fanciulli nudi che arrivano verso la città assediata — viene descritta come capace di provocare dolore e sdegno tra i cittadini, fino a rafforzare, paradossalmente, la determinazione alla difesa.
In questo snodo, il ruolo delle donne emerge doppio e tragico. Sono bersaglio di una strategia di terrore. E, nello stesso tempo, diventano detonatore morale: ciò che accade loro non passa come fatto privato, ma come ferita pubblica.
2 giugno 1424: le donne nella battaglia finale
Arriva il 2 giugno 1424, la battaglia di Bazzano che chiude l’assedio. Le fonti non si limitano a ricordare la presenza femminile: la definiscono “attiva, temeraria e determinante”. La scena si sposta dalle mura al campo. Mentre gli uomini escono in armi da Porta Bazzano per la resa dei conti, più di mille donne escono verso il campo di Collemaggio, puntando contro le tende dei bracceschi.
Il testo riporta anche la lettura del gesto: il “tirare alle tende” viene interpretato come un avvicinarsi al campo nemico, con l’ipotesi — indicata come accreditata — di lanci di sassi, forse con fionde, sfruttando il dislivello del terreno. È una partecipazione che si colloca sul crinale tra azione diretta e diversione. Non è soltanto assistenza. È iniziativa nel momento decisivo.
La fonte aggiunge un elemento di guerra psicologica rovesciata: da lontano, quella moltitudine appare come un esercito. Braccio stesso, stupito, chiede: «Donde ve’ tanta genia?». E le donne vengono descritte come “terribile moltitudine”, armata di aste e asce. Che fossero davvero così armate o che l’effetto visivo amplificasse la percezione, il dato storico che resta è l’impatto: l’apparizione produce panico tra le truppe nemiche.
“Bone novelle!”: la tradizione della notizia e la corsa verso Piazza Duomo
Accanto al racconto del campo, le fonti riportano una tradizione parallela: durante lo scontro un gruppo di donne si riunisce in preghiera nella chiesetta di Sant’Apollonia. Sarebbero state le prime a ricevere notizia della rotta di Braccio, correndo verso Piazza Duomo con il grido «Bone novelle!». Da quel grido prende nome la confraternita cittadina delle “Buone Novelle”.
Qui il ruolo femminile assume un altro profilo: custodia spirituale, annuncio pubblico, trasformazione della notizia in rito civico. È una funzione che non sta ai margini della guerra, perché la guerra medievale è anche narrazione, è anche segno, è anche voce che corre e orienta la città.
La liberazione e la fine di Braccio
Dopo tredici mesi, la città viene liberata anche grazie all’intervento di una coalizione internazionale che le fonti indicano composta da papa Martino V, Ducato di Milano, Repubblica di Firenze e Regno di Napoli. Nella battaglia del 2 giugno 1424 le truppe guidate da Francesco Sforza e Muzio Attendolo Sforza, unite alle forze aquilane di Antonuccio Camponeschi, sconfiggono Braccio, che viene mortalmente ferito e muore tre giorni dopo.
La Campana Grande resta simbolo della resistenza civica. Ma dentro quel simbolo, guardando alle cronache, il suono non appartiene a una categoria sola. Appartiene a una città intera, e le donne — sulle mura, nel campo, nella preghiera, nel grido della notizia — sono parte di quella voce.


