L’Aquila: storia di stampa e cartiere
di Nemo | 29 Settembre 2025 @ 05:14 | RACCONTANDO
Il Quattrocento: la rivoluzione della stampa a L’Aquila
Sembra quasi di sentire il battere del torchio in una bottega rinascimentale. Nel 1482 L’Aquila vive una piccola grande rivoluzione: Adam Burkardt, meglio conosciuto come Adamo da Rottweil il, il cui nome intitola una traversa di Via Verdi all’Aquila, allievo di Gutenberg, ottiene la concessione dal magistrato cittadino per iniziare la propria attività, stabilendo la prima tipografia in città, una delle prime tipografie d’Italia. È la terza stamperia della penisola, dopo Venezia (1469) e Foligno (1470), e la prima in assoluto nel Regno di Napoli.
All’apice della sua prosperità, L’Aquila accoglie con entusiasmo questa nuova arte: l’odore dell’inchiostro si mescola all’aria frizzante di montagna, e per le strade circolano i primi libri a caratteri mobili.

Adamo da Rottweil lascia un segno indelebile. L’Aquila diventa all’improvviso un centro di cultura tipografica. I primi due incunaboli stampati nella città sono ancora oggi conservati presso la Biblioteca Provinciale Salvatore Tommasi. Nel settembre 1482 uscì dalle sue presse la traduzione in volgare delle Vite di Plutarco realizzata da Alessandro Battista Jaconello, un incunabolo elegante con iniziali miniate in indaco. Pochi anni dopo, nel 1493, una “società” di stampatori guidata dall’aquilano Eusanio della Stella,
un cittadino aquilano proveniente da una famiglia originaria di Casentino, affiancato dai francesi Jean Picard e Louis de Masson, pubblica un’opera destinata a entrare nella storia: La Storia de Sancto Grisedio”, un poema in ottava rima che narra le vicende di un personaggio inventato resuscitato da Papa Gregorio IX. Quest’opera, finanziata dal farmacista aquilano messer Iacobantonio, testimonia l’alta qualità raggiunta dalle tipografie aquilane a soli undici anni dall’arrivo della stampa in città. Questo libro, arricchito da incisioni su legno, rende L’Aquila celebre tra le piccole città stampatrici del Quattrocento. Oggi ne sopravvivono pochissimi esemplari nel mondo, a testimoniare la qualità e rarità di quella stampa. In meno di vent’anni, dunque, L’Aquila è passata dall’assenza della stampa a produrre capolavori tipografici ricercati in Europa. Eusanio lasciò l’attività al figlio Gregorio, che ereditò la bottega paterna con incisioni e caratteri tipografici.

Carta e inchiostro: le cartiere di Tempera e del Vetojo
All’ombra della neonata tipografia aquilana nasce subito un’altra eccellenza: la produzione della carta. Non c’è stampa senza carta, e L’Aquila ha la fortuna di avere corsi d’acqua ideali per azionare i mulini. Già dalla fine del Quattrocento, sulla scia dell’arrivo di Adamo da Rottweil, si sviluppano cartiere nelle frazioni di Tempera e Vetojo. L’acqua limpida del fiume Vera muove macine e pestelli: stracci di lino e canapa vengono triturati, ridotti in poltiglia e trasformati in fogli candidi. La carta aquilana è così buona che perfino la corte del Regno di Napoli la utilizza per i propri documenti ufficiali. Decreti e lettere del re stampati su carta fatta a mano a L’Aquila: un orgoglio per i mastri cartai locali.
Nel 1512 la sinergia tra stampa e carta si fa evidente. Un certo Messer Piero Lucentini, insieme a Eusanio Stella di Casentino (proprio lui, lo stampatore) e al maestro cartaro Tito di Benedetto da Foligno, fonda una società per produrre carta a Tempera. Nasce così una vera manifattura, un piccolo distretto proto-industriale ante litteram. La carta di Tempera porta impressa una filigrana speciale: una stella entro un cerchio. Quella stella, simbolo impresso in trasparenza, è un richiamo diretto al nome di Eusanio della Stella – quasi a firmare ogni foglio con l’anima dell’artefice.
Le cartiere di Tempera e del Vetojo prosperano nei secoli successivi. Durante il XVI secolo l’attività tipografica aquilana continuò a prosperare. Nel 1525 le stamperie aquilane ufficializzarono i rapporti commerciali con Fabriano per l’acquisto della carta. Nel 1484 si era costituita la società degli Stampatori Aquilani, beneficiata dal conte Giovanni di Montorio. Un’opera di grande importanza storica fu pubblicata nel 1570: gli “Annali della Città dell’Aquila” di Bernardino Cirillo. Quest’opera monumentale, stampata a Roma presso Giulio Accolto, narra la storia dell’Aquila dalla fondazione fino al 1535, rappresentando la prima storia moderna della città. Il disegno di copertina fu affidato al pittore di scuola raffaellesca Pompeo Cesura con incisione a cura di Orazio De Santis.
Nel Settecento la famiglia Vicentini, divenuta proprietaria di questi opifici, amplia la produzione costruendo una Cartiera Nuova presso altre sorgenti, tanto è alta la domanda di carta. La carta aquilana, rinomata per robustezza e qualità, viaggia per il Regno.

Tra Risorgimento e Novecento: rinascita dell’editoria aquilana
Dopo i fasti rinascimentali, L’Aquila attraversa periodi difficili – guerre, terremoti, dominazioni straniere – che ne frenano lo slancio. Ma l’arte della stampa non scompare mai del tutto. Nel Settecento la famiglia Grossi porta avanti la fiaccola tipografica come una vera dinastia: generazioni di stampatori si s쳭ono di padre in figlio dal 1700 al 1900. La tipografia aquilana sopravvive nelle botteghe artigiane che stampano testi religiosi, atti pubblici e opere letterarie per una comunità colta ma ristretta. Ma con l’Ottocento arrivano anche i segni del cambiamento: altrove (a Fabriano, ad esempio) si introducono macchine moderne a rulli continui, la cosiddetta “olandese”. Le cartiere aquilane, legate a metodi tradizionali, faticano a competere. Pian piano, la produzione rallenta e infine cessa. Nel tardo Ottocento molte cartiere vengono dismesse; gli antichi edifici sul Vera, privi di attività, cadono in abbandono. Uno di essi, la vecchia cartiera di Tempera, verrà addirittura trasformato in un pastificio dagli ultimi proprietari. È la fine di un’era gloriosa. Eppure, l’eredità resta: l’arte della carta ha dato lavoro a generazioni di famiglie aquilane, ha alimentato una filiera che univa i boschi, l’acqua e la sapienza artigiana, e ha permesso ai pensieri impressi dai tipografi di viaggiare ben oltre le mura cittadine. Ancora oggi, passeggiando nel Parco del Vetoio, si può vedere l’antico edificio quattrocentesco della cartiera, restaurato e riutilizzato, memoria viva di come l’ingegno artigianale aquilano abbia saputo sposare acqua, stracci e cultura.
Con l’Unità d’Italia a L’Aquila si assiste a una nuova fioritura. La città diviene un centro di stampa regionale vivace. Si fondano giornali, come L’Aquila degli Abruzzi nel 1876, che danno voce al dibattito locale tra laici e cattolici. L’Aquila, attorno al 1880, vanta il maggior numero di tipografie di tutta la regione Abruzzo. Nel cuore della città risuonano le macchine tipografiche di diverse stamperie: la Tipografia Rietelli, attiva nella prima metà dell’Ottocento, stampa di tutto (manuali scolastici, poesie, testi giuridici, trattati di medicina e storia locale). La Tipografia Aternina pubblica importanti ricerche storiche e opere teatrali di autori abruzzesi, alimentando la vita culturale cittadina. Pubblicò il bisettimanale “La Guida – Giornale pel Popolo” dal 1860 al 1862, testimoniando le vicende dell’Unità d’Italia attraverso le cronache del periodo. Questa pubblicazione rappresenta un esempio significativo di come la cronaca diventasse storia, documentando la partecipazione aquilana al Risorgimento italiano. Il giornale ebbe un ruolo importante nel diffondere gli ideali liberali tra la popolazione aquilana durante il processo di unificazione nazionale.
L’Aquila pullula di circoli letterari e studiosi che finalmente possono diffondere i propri lavori a stampa senza doversi rivolgere a Napoli o a Roma. In questi decenni si moltiplicano riviste e bollettini locali, attraverso cui la città si racconta e rivendica il suo ruolo culturale, in un periodo in cui l’Italia sta cercando la propria identità.
Sul finire dell’Ottocento e primi del Novecento alcune tipografie aquilane compiono persino il salto verso l’editoria in senso moderno. Emblematica è la storia della Tipografia Vecchioni. Dopo anni di intensa attività (soprattutto nella stampa di libri scolastici e testi educativi, spesso in collaborazione con insegnanti locali), gli eredi del fondatore coronano un sogno: trasformare la tipografia in una vera casa editrice. Nascono così le Officine Grafiche Vecchioni, che nei primi anni ’20 del Novecento pianificano collane editoriali ambiziose, perfino otto collane tematiche sotto la direzione dell’avvocato Mario Speranza. È un progetto a in una città di provincia, e testimonia quanto vivace fosse l’ambiente intellettuale aquilano nel periodo tra le due guerre. Purtroppo l’avventura si infrange contro difficoltà economiche: dopo poco più di un decennio, complici la crisi e forse una gestione non all’altezza, la casa editrice fallisce nel 1937. Resta comunque la testimonianza di un sogno: fare dell’Aquila una piccola capitale dell’editoria. Parallelamente continuano a operare le stamperie tradizionali: i torchi di Grossi, di Rietelli e di altri continuano a sfornare pagine su pagine, tenendo viva la tradizione. In questo periodo si stampa davvero di tutto: giornali politici, riviste d’arte e folklore, raccolte di poesie dialettali, manuali tecnici per le scuole. Ogni stampa è un tassello che arricchisce il mosaico culturale aquilano e abruzzese.
Tradizione e innovazione dal secondo Novecento a oggi
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’arte tipografica aquilana affronta l’era della modernizzazione tecnologica. I caratteri di piombo lasciano gradualmente spazio alle linotype, poi alle offset e infine alla stampa digitale. Alcune delle vecchie tipografie chiudono, ma ne nascono di nuove, spesso fondate da artigiani formatisi alla scuola dei maestri precedenti. Tra le realtà di spicco spunta la Tipografia Gran Sasso, destinata a diventare un pilastro dell’editoria locale. Questa tipografia – il cui nome evoca la montagna simbolo d’Abruzzo – si specializza nel pubblicare opere legate all’identità regionale: volumi di storia e tradizioni locali, libri fotografici sul territorio, cataloghi d’arte abruzzese. In una città che nel dopoguerra vede crescere l’Università e le istituzioni culturali, la Tipografia Gran Sasso funge da ponte tra il passato artigianale e le nuove esigenze editoriali. La sua produzione spazia dai saggi accademici agli opuscoli turistici, mantenendo però sempre un legame con la terra d’Abruzzo e la sua gente. Ancora oggi la Tipografia Gran Sasso è ricordata con affetto per aver dato alle stampe innumerevoli testi “di casa nostra”, custodendo la memoria collettiva.

Gli ultimi decenni del Novecento vedono nascere anche laboratori grafici e tipografici innovativi. Nel 1995, in piena epoca di transizione verso il digitale, apre Tipolito 95, un’azienda tipografica che sin dal nome unisce tradizione tipografica (“tipo”) e stampa offset (litografia). Con macchinari moderni, Tipolito 95 e altri stampatori locali hanno traghettato l’arte della stampa nell’era informatica, continuando a servire la comunità aquilana con prodotti di qualità: manifesti, libri, tesi di laurea, biglietti e qualsiasi altro stampato di cui la città avesse bisogno. Ogni tipografia ha la sua storia di passione: dietro le macchine offset ci sono spesso famiglie intere, con genitori e figli che portano avanti il mestiere reinventandolo. Così, mentre i computer e le stampanti digitali diventavano ubiqui, L’Aquila non ha perso la sua anima tipografica: l’ha evoluta, conservando il gusto per le cose fatte bene. Ancora negli anni ’90 e 2000 si organizzavano fiere del libro e dell’editoria indipendente (emblematica la rassegna “Volta la Carta” ospitata proprio negli spazi della Cartiera del Vetoio, segno che la città sentiva vivo l’amore per la carta stampata.
Accanto alle tipografie, un altro settore artigianale resiste e anzi nobilita la tradizione locale: quello della legatoria. Nel cuore del centro storico, a due passi da Piazza San Flaviano, c’è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e l’odore della pelle e della colla rievoca antichi ricordi: la Legatoria Tiberi. Questa bottega, oggi guidata da Pierluigi Tiberi, rappresenta la terza generazione di legatori aquilani della famiglia. Entrarvi significa immergersi in un piccolo tempio della rilegatura artigianale. Qui si restaurano volumi antichi danneggiati dal tempo e si rilegano libri moderni con tecniche di altri secoli. Si vedono presse d’epoca, fili, aghi, caratteri dorati impressi a mano sui dorsi in pelle. La Legatoria Tiberi non è solo un negozio: è un presidio culturale. In un’epoca in cui tutto diventa digitale, vedere giovani studenti portare la propria tesi a rilegare da Tiberi, o famiglie che commissionano la rilegatura di un vecchio libro di ricette di casa, fa capire quanto sia importante questo sapere artigiano. Tipografia e legatoria, del resto, sono arti sorelle: l’una dà vita alle pagine stampandole, l’altra le protegge e le sublima in un oggetto destinato a durare. L’Aquila, con la Legatoria Tiberi e poche altre botteghe storiche, custodisce ancora gelosamente questi mestieri, bilanciando innovazione e tradizione.
La storia della stampa a L’Aquila non è solo tecnica, ma identità. Dalla carta ai caratteri, dalle botteghe ai torchi digitali, la città ha saputo reinventarsi senza dimenticare le proprie radici.
Tipografi, cartai e legatori hanno reso L’Aquila un crocevia di arte, lavoro e cultura. Un’eredità che, anche oggi, continua a parlare con voce chiara attraverso la carta stampata.



