L’Aquila, viaggio tra le più belle Natività del MuNDA

di Fausto D'Addario | 25 Dicembre 2025 @ 05:33 | CULTURA

Al MuNDA il tema della Natività prende forma in modo naturale e immediato, come una storia di famiglia che si rinnova ogni Natale. Tra tavole dipinte, sculture policrome e tele accese di chiarori delicati, le natività raccontano secoli di fede e di umanità, dove il mistero della nascita di Cristo si mostra con accenti sempre diversi, invitandoci a rallentare, a sostare, a lasciarci toccare da capolavori che parlano al cuore prima ancora che agli occhi, come fa il Natale quando torna a casa.

Il Trittico di Beffi, il Natale gotico d’Abruzzo

Tra le opere più iconiche e celebrate dell’arte gotica abruzzese spicca il Trittico di Beffi, capolavoro databile alla fine del XIV secolo e così importante da aver dato il nome al cosiddetto Maestro di Beffi. È un’opera di straordinaria raffinatezza iconografica e di altissima qualità esecutiva e proprio nel pannello laterale sinistro, lo sguardo è catturato da due scene: la Natività e l’Annuncio ai pastori, costruiti secondo un vivace percorso narrativo verticale: in alto, gli angeli annunciatori vibrano di luce e gioia, proclamando ai pastori la nascita del Salvatore: uno di loro ascolta rapito il messaggio divino, mentre l’altro accompagna l’annuncio con il suono dolce della zampogna. Sotto, due pastori si prostrano in adorazione accanto a un fedele cane da pastore, immersi nella sacralità del momento.

Nella grotta, cuore della scena, l’attenzione si concentra sul Bambino: la mangiatoia è vuota, ma dietro la quale trovano posto il bue e l’asinello, silenziosi testimoni della nascita. Maria, con un gesto di tenerissima protezione, stringe a sé il bambino in fasce, mentre Giuseppe, pensieroso, contempla ciò che sta accadendo, guardando con affetto sia Maria sia il piccolo.

Più in basso, un episodio tratto dai racconti apocrifi prende vita: due donne lavano il neonato, un momento di intimità e cura che sottolinea la naturalezza e l’umanità della scena. A destra, inginocchiato in un abito blu dalle ampie maniche, il committente osserva e partecipa con devozione al rito domestico e sacro.

Il Presepe di Tione, la terracotta che si fa preghiera

Un’altra emozione profonda arriva dal cosiddetto Presepe di Santa Maria del Ponte, noto anche come Presepe di Tione, datato al 1512 e proveniente dalla chiesa di Santa Maria del Ponte a Tione degli Abruzzi. Realizzato in terracotta dipinta con tracce di oro e argento, il gruppo scultoreo è attribuito oggi con sempre maggiore convinzione a Giovanni Antonio da Lucoli, dopo alterne attribuzioni che in passato avevano chiamato in causa anche Saturnino Gatti.

I primi presepi di cui abbiamo notizia risalgono al XIV secolo. In origine, si trattava di grandi figure in marmo, legno o terracotta, collocate stabilmente in cappelle e visibili durante tutto l’anno, una caratteristica che rimarrà dominante fino alla fine del XVI secolo. La vera novità era arrivata con il presepe di San Francesco: il primo presepe vivente, un evento così suggestivo da ispirare la diffusione dei presepi animati e non solo in tutta Italia e oltre.

Le dimensioni importanti e la resa a tutto tondo delle figure – la Madonna, San Giuseppe e il Bambino – restituiscono una presenza fisica intensa, resa quasi evanescente dalla doratura che impreziosisce il modellato. Questa tradizione, diffusasi soprattutto in Abruzzo durante il Rinascimento, nasce dall’incontro tra abili intagliatori e maestri doratori, capaci di trasformare la materia in spiritualità.

L’iconografia della Vergine assorta in preghiera interpreta perfettamente il messaggio caro ai frati dell’Osservanza francescana, seguaci di san Bernardino da Siena: un Natale silenzioso, contemplativo, profondamente umano. Non è un caso che la diffusione dei presepi a sculture nelle chiese inizi proprio in ambito francescano già dal XIV secolo.

Bernardo Cavallino e la luce che squarcia il buio

Con la Natività di Bernardo Cavallino (Napoli, 1616–1656, morto giovane), il Natale entra in una dimensione intima e luminosa insieme. La tela, olio su tela della metà del XVII secolo, proveniente dalla Collezione Cappelli, è oggi conservata al MuNDA ed è uno dei più raffinati esempi della pittura napoletana del Seicento.

Nel racconto evangelico, l’Adorazione dei pastori segue l’annuncio gioioso della nascita del Messia. Dal punto di vista artistico, la scena si afferma come soggetto autonomo solo a partire dalla fine del XV secolo, diventando uno dei temi più amati dell’arte natalizia. I pastori, rappresentati in tre, in un richiamo ai Magi, si avvicinano al Bambino con umile devozione, offrendo doni semplici e rustici, anche se non sono menzionati nel Vangelo.

Influenzato da Tiziano, Rubens, van Dyck e soprattutto dal Caravaggio e dai caravaggeschi napoletani, Cavallino costruisce la scena con un intenso gioco di luce: il chiaroscuro non è solo un espediente tecnico, ma diventa simbolo potente. La luce che squarcia l’oscurità rappresenta la nascita di Cristo, il centro del mistero del Natale. Tutti i personaggi sono raccolti in uno spazio compatto, emotivamente vicini, quasi sospesi in un dialogo silenzioso e segreto. La composizione, illuminata a lume di candela, richiama l’arte dei caravaggisti nordici, conferendo un’atmosfera calda e penetrante.

Qui la luce che nasce dal Bambino avvolge Maria, piena di grazia, mentre si posa più fioca sui pastori, creando un delicato equilibrio tra divino e umano, tra miracolo e quotidianità. È un’arte, infatti, racconta la quotidianità, più che l’idealizzazione del Trittico, e che trova nel tema dell’Adorazione dei pastori una sintonia perfetta con una terra segnata per secoli dalla transumanza, dal commercio della lana e dai continui scambi culturali lungo le grandi vie d’Europa.

Lo sguardo di San Giuseppe nel Maestro Fiammingo

A chiudere idealmente questo percorso è una Natività di un Maestro fiammingo, databile al primo quarto del XVI secolo (1525-1550), un’opera che cattura lo spettatore con la sua intensità silenziosa. Qui, non è il Bambino a dominare la scena, ma San Giuseppe: il suo sguardo è netto, profondo, carico di un’autorità silenziosa che sfida chiunque lo incontri. Non più figura marginale o distratta, ma uomo maturo, consapevole, che sembra incrociare direttamente i nostri occhi e interrogarci, riportando alla memoria quel timore rispettoso che si provava da bambini davanti alle domande severe del padre.

La composizione riflette l’eleganza e la raffinatezza della Netherlandish School, con chiari influssi della High Renaissance italiana: l’architettura classicheggiante domina la scena, con nicchie contenenti statue di gusto antico, archi separati da lesene decorate con grottesche. Giuseppe si sporge su un altare romano, mentre Maria, seduta su un ricco tappeto orientale, regge il Bambino tra le braccia. I drappeggi, dal tessuto che avvolge l’angelo ai panneggi morbidi delle vesti di Giuseppe e Maria, sottolineano la cura e la raffinatezza del dettaglio, conferendo alla scena un’eleganza senza tempo.

Un piccolo angelo dai delicati riflessi rossi e avvolto in un tessuto blu si intravede in alto a destra, mentre l’intera scena celebra non solo la sacralità della Natività, ma anche la forza silenziosa della famiglia e la dignità degli affetti quotidiani.

Davanti a questo dipinto, lo spettatore non è semplice osservatore: entra in uno scambio quasi vertiginoso con l’opera. Lo sguardo di Giuseppe interroga e ricorda, suggerendo domande segrete che il silenzio custodisce. È una Natività austera, potente, capace ancora oggi di parlare al cuore, di evocare rispetto, introspezione e la misteriosa gravità dell’amore familiare.

Tra gotico, Rinascimento, Seicento e influenze nordiche, le natività del MuNDA non sono solo opere d’arte: sono racconti visivi che parlano dell’Abruzzo, della sua storia, della sua gente e della sua fede. Un patrimonio che, attraverso le immagini, continua a far nascere il Natale ogni anno.



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