La storia di Laura: “Ho dovuto convivere con l’inferno e proteggere i miei figli”
di Giovanni Chilante | 02 Marzo 2026 @ 05:38 | RACCONTANDO
Qualche settimana fa ho avuto la possibilità di incrociare la storia di Laura (ricordo il nome di fantasia) e con il suo assenso raccontai la sua terribile vicenda personale. Violenze di ogni genere subite per anni con la presenza di due figli che hanno vissuto in maniera diretta quella tragica esperienza. Quando si parla di violenza sulle donne si racconta giustamente ed in maniera sacrosanta l’inferno vissuto e spesso purtroppo si parla di donne uccise che non sono riuscite a mettersi in salvo dalla furia del fidanzato, marito o compagno di turno. Nel caso di Laura parliamo di una persona che è sopravvissuta riuscendo a riconquistare la sua dignità di madre e di donna ma c’è un aspetto che va attenzionato e che a mio modo di vedere riveste un’importanza significativa. La presenza dei figli in questa incredibile vicenda assume un ruolo di grande impatto e genera una riflessione che parte dall’esperienza personale di Laura ma che investe in maniera generica tutti quei bambini che diventano adolescenti, poi ragazzi e dunque adulti e hanno assistito il più delle volte a momenti di grande impatto emotivo, osservando la loro madre subire violenze fisiche e psicologiche. Non posso che ringraziare Laura per questa opportunità perché abbiamo l’occasione preziosa per comprendere quali sono state le difficoltà, i momenti bui, le situazioni che inevitabilmente sono state fronteggiate nel delicato momento della crescita dei figli, provando così ad immedesimarsi nella forza di questa donna. Naturalmente questo confronto che appare sempre difficile e delicato per gli argomenti che Laura ha deciso di affrontare, vuole essere come di consueto una occasione di riscatto per tutte le ragazze e le donne che si trovano costrette a vivere un incubo. Un’altra vita è possibile…
Laura, abbiamo avuto modo recentemente di parlare della tua terribile esperienza. Credo sia necessario raccontare come hai vissuto il delicato equilibrio con i tuoi ragazzi (allora bambini), rispetto alle tante difficoltà.
Sì, concordo con il doveroso sguardo al discorso relativo ai figli, perché come lo è stato per me credo sia per tutte un punto dolente di tutte le storie accomunate dalla violenza subita tra le mura domestiche.
In realtà, durante i lunghi anni vissuti accanto al padre dei miei due figli, non ho mai avuto la possibilità di instaurare con loro un rapporto diretto: sempre incapace, ai suoi occhi, di fare la mamma, sempre, quindi, controllata a vista, indirizzata su cosa dire loro, su come comportarmi con loro, mai libera di comperare loro qualcosa di mio gusto.
Insomma, mi sentivo una sorte di automa che agiva a comando, il più delle volte senza nemmeno bisogno di dire, era tutto già scritto in uno sguardo, in una porta sbattuta, in una porta aperta girando la chiave in un certo modo, esplicativo di uno stato d’umore che non lasciava presagire, la maggior parte delle volte, nulla di buono.
Qual è stato il momento più difficile nella crescita dei tuoi ragazzi?
Dal momento in cui ho deciso di lasciare per sempre il loro padre è iniziata una guerra senza quartiere e loro, nonostante avessero da sempre assistito a scene di violenza consumate in casa in cui restavano ogni volta annientati sotto la pesante cappa dell’abitudine, hanno sicuramente risentito moltissimo di quel lungo periodo di insulti, con la mamma apostrofata come una poco di buono per aver distrutto una famiglia felice e, di contro, anche delle mie reazioni che, per un certo periodo, purtroppo li hanno investiti direttamente. Intendo dire che, nonostante la mia attenzione a non coinvolgerli, è stato purtroppo inevitabile, tanto era il dolore e tanta la forza necessaria ad affrontare una decisione che stava cambiando per sempre le nostre vite. Ho iniziato a costruire il mio rapporto vero con loro dal momento in cui, essendomi resa conto di quanto stessero ancora soffrendo, ho deciso di tenerli il più possibile fuori da quella che continuo a definire una guerra consumata a suon di lettere, diffide e tribunali.
Spesso si parla di “sensi di colpa” che accompagnano una donna nel fronteggiare questi momenti. Hai avuto la percezione di rimproverarti qualcosa e di sentirti responsabile nei confronti dei tuoi figli?
Il senso di colpa mi ha divorato per tanti anni e per lunghi anni ho avuto bisogno di aiuto specialistico per superarlo, sentivo che da sola non ce l’avrei mai fatta. E così ci ho lavorato su, settimana dopo settimana, mese dopo mese, specialista dopo specialista, con ognuno a trattare aspetti specifici e necessariamente a scavare, a scavare, alla ricerca dell’origine di tutto.
La responsabilità verso i propri figli, che inizia nel momento stesso in cui vengono al mondo, è stata la molla che ha fatto scattare, da una parte l’ora del mio riscatto, dall’altra la presa di coscienza di quanto abbiano sofferto. Di quali colpe parlo? Mi riferisco all’essermi innamorata dell’uomo sbagliato, di avergli permesso di abusare di me, di non essere riuscita a difenderli come avrei dovuto, di non essere stata in grado di lasciare prima un uomo, se può definirsi tale, un essere che ti tiene sotto ricatto dicendoti che se mai lo lasciassi i tuoi figli ti cancellerebbero per sempre dalle loro vite. Io ho creduto a questo sporco ricatto per anni.
Oggi i tuoi figli sono adulti e consapevoli del tuo vissuto…qual è il rapporto con loro quando si “sfiorano” questi argomenti?
Oggi siamo una famiglia adulta, tutti consapevoli da dove veniamo e ognuno con le proprie risorse e con il proprio carattere affronta ed elabora un vissuto che ci ha segnati per sempre.
So perfettamente che mentre con mia figlia posso parlare apertamente di tutto quanto è successo, con mio figlio certe questioni vanno affrontate con il “contagocce”, non perché non abbia capito anzi, ma perché cerca, nei limiti del possibile, di salvare la figura del padre.
Chiaramente certi argomenti vengono fuori solo se sono loro stessi per primi quando sentono il bisogno di farlo. Con il tempo ho imparato, come dicevo prima, ad elaborare il mio dolore e a prendere forza grazie all’aiuto esterno e non sulla loro pelle.
La forza necessaria per reagire occorre per sé stessi e per i propri figli e, al tempo stesso, sono proprio loro a darti, a loro modo, la forza per reagire e combattere.
Oggi i miei figli sono un giovane uomo e una giovane donna, fieri di come la loro mamma abbia reagito e di come questa donna riesca a dare loro, ogni giorno, l’esempio di accoglienza e di cura, unito alla capacità di o continuare a reagire agli eventi positivi e negativi che la vita ci riserva.


