Le gemelle Kessler e quella libertà di scelta che in Italia continua a spaventarci
di Nemo | 23 Novembre 2025 @ 05:09 | EDITORIALI
Ci sono storie che ritornano all’improvviso, come quei profumi che aprono inevitabilmente un cassetto della memoria. La vicenda delle gemelle Kessler è una di quelle: un ricordo televisivo che improvvisamente diventa materia politica. Due donne che hanno passato la vita a decidere per sé, mentre oggi ci ritroviamo in un Paese che della decisione individuale sembra avere una paura sorda.
Perché il punto, alla fine, è sempre lo stesso: chi può scegliere davvero?
In Italia parlare di autodeterminazione scatena lo stesso disagio di una porta che sbatte nel cuore della notte. La questione non è morale, né giuridica. È culturale. Nel nostro Paese esiste ancora l’idea che la vita – la propria, figurarsi quella degli altri – sia un affare da amministrare con cautela, come un’eredità litigiosa. Ogni volta che una persona chiede il diritto di scegliere, si attiva un riflesso: impedirlo per “protezione”. Che poi è solo un altro nome per il controllo.
Il dibattito pubblico si infiamma subito: proteggere, tutelare, garantire. È la triade che tutto risolve, persino quando non risolve nulla.
La verità è che in questo Paese si continua a credere che vietare sia un modo di amare. Una forma di affetto paternalistico che si traduce in norme, ricorsi, pareri e contro-pareri. Nel frattempo, chi vive davvero il problema rimane bloccato in un limbo, prigioniero di una burocrazia che congela il dolore e diffida della responsabilità personale.
La storia delle sorelle Kessler diventa così un pretesto per guardare negli occhi una domanda che rinviamo da decenni: possiamo decidere del nostro corpo, della nostra fine, della nostra vita?
Oppure dobbiamo continuare a chiedere permessi come studenti davanti al preside?
Le discussioni si moltiplicano, i talk show impazzano, le opinioni granitiche spuntano come funghi su un terreno bagnato. Tutti pronti a dire cosa sia giusto o sbagliato per qualcun altro.
L’Italia è così: un’enorme assemblea condominiale dove chi grida più forte detta la linea morale.
La libertà di scelta, in fondo, è un concetto semplice. Ma semplice non vuol dire comodo.
Ecco perché si continua a trasformarla in qualcosa di fragile e sospetto, un desiderio da maneggiare con i guanti di lattice. Fa paura perché implica fiducia negli adulti. Implica l’idea che una persona possa sapere meglio dello Stato cosa è meglio per sé.
Una bestemmia civile, qui da noi.
Forse il problema è che siamo abituati a difendere la vita come concetto astratto, un valore che luccica soltanto nelle dichiarazioni.
La vita reale – quella ferita, stanca, complicata – viene invece trattata come un incidente fastidioso. Non sappiamo come parlarne senza scadere nel sentimentalismo o nella propaganda.
Eppure basterebbe ascoltare.
Non giudicare, non interpretare, ascoltare.
Chi chiede di poter scegliere spesso non sta sfuggendo alla vita: sta cercando di farci pace. Sta tentando di mettere ordine nel caos, con dignità. Un gesto che non toglie nulla a nessuno, ma chiede solo di non essere ostacolato.
Ogni scelta complicata ha lati oscuri, rischi, domande irrisolte. Ma non è negandola che diventiamo un Paese più solido.
Finché continueremo a rispondere con un “vediamo”, la libertà di scelta resterà un privilegio di pochi e un tabù per tutti.


