Libellus ad faciendum colores: il ricettario segreto dei miniatori aquilani

di Nemo | 09 Marzo 2026 @ 05:08 | RACCONTANDO
Libellus ad faciendum colores

Un manoscritto medievale conservato all’Archivio di Stato dell’Aquila rivela, capitolo dopo capitolo, le tecniche e i pigmenti con cui i miniatori abruzzesi del Trecento e del Quattrocento coloravano i codici liturgici. La sua riscoperta critica riscrive la storia della miniatura nell’Italia centro-meridionale.

Un documento di eccezionale rarità

Nel panorama della produzione libraria del tardo Medioevo, l’Abruzzo ha occupato un ruolo di primo piano: le sue botteghe di calligrafi e miniatori erano abbastanza reputate da rifornire persino la curia papale a Roma. Eppure, dietro lo splendore dell’oro e la vivacità degli inchiostri si celava un sapere tecnico preciso e trasmesso con cura. A documentare quella conoscenza è il Libellus ad faciendum colores dandos in carta, un trattato tardo-medievale sulla preparazione dei pigmenti e sul loro impiego nella miniatura libraria, oggi conservato nel manoscritto S 57 dell’Archivio di Stato dell’Aquila (fondo ACA).

Si tratta di un testimone finora unico nell’area abruzzese del celebre De arte illuminandi, il testo che nel XIX secolo fu reso noto agli studiosi e a lungo considerato il solo manuale sistematico per l’arte della miniatura in età medievale. Il titolo del Libellus è al tempo stesso una dichiarazione di intenti: un piccolo libro di bottega destinato a chi doveva preparare e applicare i colori sul supporto librario.

La storia materiale del manoscritto: soppressioni, dispersioni e riscoperta

La vicenda conservativa del codice è inseparabile dalle grandi trasformazioni istituzionali dell’Italia postunitaria. Il manoscritto proviene originariamente dal convento di Sant’Angelo d’Ocre, insediamento che nel 1480 passò dalle monache benedettine ai frati francescani osservanti della Provincia di San Bernardino. Nel corso dell’Ottocento le politiche di soppressione degli enti ecclesiastici — avviate nei vari Stati italiani preunitari e proseguite poi nel Regno d’Italia — portarono alla confisca di beni e biblioteche conventuali, con frequenti dispersioni e perdite di patrimonio librario. In molte città, parte di quei fondi confluì in archivi e biblioteche pubbliche, talvolta attraverso passaggi amministrativi complessi.

Nel caso aquilano, nel 1888 il codice fu trasferito all’Archivio Municipale dell’Aquila: all’epoca si presentava come un insieme disordinato di 318 fogli sciolti. Nel 1907 transitò nella Biblioteca Provinciale “S. Tommasi” e, infine, nel 1935 approdò all’Archivio di Stato dell’Aquila, dove è attualmente conservato nel fondo civico aquilano. È verosimile che il manoscritto — passato per le mani del beato Bernardino da Fossa e rimasto in ambiente francescano — sia giunto in archivio proprio attraverso il deposito del fondo civico effettuato in quell’anno, sopravvivendo così alle dispersioni ottocentesche.

La riscoperta critica del Libellus è avvenuta in anni recenti grazie agli studi della ricercatrice Cristiana Pasqualetti, che ne ha condotto l’edizione critica, identificandolo e valorizzandolo come fonte rarissima per la storia tecnica della miniatura medievale. Il manoscritto S 57 risulta essere appartenuto al beato Bernardino da Fossa (1420/22–1503), prominente esponente dell’Osservanza francescana, che trascorse gli ultimi anni proprio a Sant’Angelo d’Ocre, dove fu sepolto; la sua proprietà del codice è attestata dalle ricerche bibliografiche e catalografiche moderne. Il manoscritto è stato inoltre individuato in sede archivistica dallo studioso Francesco Zimei.

Il rapporto con il De arte illuminandi e la tradizione tecnica medievale

Per lungo tempo il De arte illuminandi, conservato nel manoscritto XII E 27 della Biblioteca Nazionale di Napoli, era stato considerato il solo grande trattato medievale sulla miniatura. Il Libellus aquilano dipende dallo stesso modello testuale del codice napoletano, ma — come ha dimostrato Pasqualetti — presenta varianti e ampliamenti tali da configurarlo come una testimonianza più antica e completa della stessa tradizione.

Il confronto tra i due manoscritti mette in luce differenze significative. Il codice aquilano è leggermente posteriore alla copia napoletana (datata al primo quarto del XV secolo) essendo stato trascritto nel 1432, ma sul piano dei contenuti è più ricco e accurato. Scritto in una semigotica corsiva, il testo dell’Aquila fu riletto ed emendato dal suo stesso copista, che inserì correzioni a margine e in interlinea per rimediare a sviste di copiatura. La differenza più rilevante rispetto alla versione napoletana è la presenza di un intero paragrafo conclusivo dedicato alla chrysographia — la scrittura e la decorazione con l’oro in polvere (aurum finum) — sezione assente nel testimone di Napoli e indispensabile per la miniatura di pregio, coerente con l’elenco proemiale dei materiali discussi nel trattato.

Dal punto di vista della storia della letteratura tecnico-artistica, il Libellus si colloca all’incrocio tra la tradizione dei ricettari latini sui colori — come il De coloribus et mixtionibus, diffuso in oltre sessanta manoscritti europei — e i grandi trattati artistici tardo-medievali e rinascimentali, da Eraclio a Cennino Cennini. Il confronto sistematico con queste fonti ha permesso a Pasqualetti di collocare la redazione originaria del testo verso la fine del XIV secolo, precisandone la cronologia rispetto ad altri manuali coevi.

Struttura e contenuti: un manuale di bottega in ogni dettaglio

Il Libellus è organizzato in più libri suddivisi in capitoli, secondo una scansione che procede dalle ricette per i pigmenti a quelle per colle, leganti, additivi e vernici. La logica è quella di bottega: prima si apprende come ottenere le polveri colorate, poi come renderle idonee alla stesura su pergamena, fino alle finiture della superficie miniata.

L’autore distingue con chiarezza tra pigmenti naturali e artificiali, fornendo per molti di essi istruzioni precise su materie prime, tempi di lavorazione e modalità di conservazione. Per alcuni colori, il testo non fornisce la ricetta di fabbricazione ma ne descrive l’uso: un dettaglio rivelatore, che suggerisce come certe sostanze potessero essere acquistate già pronte e che il manuale si prefiggesse anche di normare la corretta applicazione.

Le ricette del Libellus trovano riscontro nelle descrizioni generali delle tecniche di miniatura medievale: pigmenti ridotti in polvere finissima, mescolati a un legante — albume d’uovo, gomma arabica, colle animali, vino bianco — e stesi a pennello sulle aree riservate dal copista. Al termine, la miniatura veniva spesso trattata con sostanze come l’allume per aumentarne brillantezza e resistenza.

Accanto alle istruzioni sui colori, il trattato aquilano contiene capitoli dedicati alla distemperatura (la preparazione della miscela pigmento/legante), alla stesura delle campiture, alle velature per le ombreggiature e alle finiture finali. Di particolare interesse sono le indicazioni sulla resa dell’incarnato, che prescrivono combinazioni mirate di toni per dare volume e naturalezza ai volti, attestando una conoscenza raffinata degli effetti ottici dei diversi pigmenti.

Oro, azzurro e iniziali filigranate

Un capitolo specifico è dedicato ai procedimenti per la doratura, pratica centrale nella miniatura di lusso: il Libellus descrive i passaggi necessari per l’applicazione della foglia d’oro su pergamena, dalla preparazione del fondo colloso alla brunitura finale, confermando la continuità con una tradizione tecnica attestata anche in altri testi coevi. A questo si aggiunge la sezione sulla chrysographia — con l’oro in polvere — che distingue la redazione aquilana da quella napoletana.

Altrettanto rilevanti sono le sezioni dedicate all’azzurro, colore di altissimo prestigio nel Medioevo, ricavato da pigmenti costosi come il lapislazzuli (ultramarino) o da alternative più economiche come l’azzurrite. Il trattato riserva particolare attenzione al rapporto tra rosso e blu nelle cosiddette litterae floritae — le iniziali filigranate che combinavano campiture di colore pieno con trame sottili di inchiostri contrastanti. Il testo dedica, infatti, speciale attenzione alla tempera dei pigmenti “ad florizandum”: questo termine tecnico si riferisce alla realizzazione delle filigrane e degli ornati a penna, specialità in cui gli artisti abruzzesi eccellevano. Tra questi, il Libellus si inserisce direttamente nella tradizione di maestri come il celebre Stefano dell’Aquila, noto per intrecci di inchiostri rossi, blu, lilla e verdi di complessità tale da renderlo famoso ben oltre i confini regionali.

Miniatori e pittori: una specializzazione codificata

Uno degli aspetti più originali messi in luce dall’analisi del Libellus riguarda la distinzione tra il lavoro del miniatore e quello del pittore su tavola o su muro. Il testo non menziona disegni preparatori, come se questi fossero di competenza di pittori specializzati, mentre il miniatore si occupava di tradurre su pergamena modelli già definiti, seguendo regole molto rigorose di preparazione e applicazione del colore.

Documenti quattrocenteschi citati nello studio di Pasqualetti confermano l’esistenza di una precisa divisione del lavoro tra illuminatori e pittori, impegnati spesso sugli stessi cantieri ma con funzioni distinte. Il Libellus diventa così una testimonianza di questa specializzazione, mostrando come la miniatura libraria fosse un’arte tecnica altamente codificata e non un semplice derivato della pittura monumentale.

L’ambiente francescano e il convento di Sant’Angelo d’Ocre

Sulla base di analisi paleografiche, linguistiche e storico-artistiche, Pasqualetti colloca la redazione originaria del Libellus nell’area aquilana, in un contesto legato all’Osservanza francescana. L’ipotesi proposta è che il trattato sia stato composto nel convento di Sant’Angelo d’Ocre, complesso sorto all’inizio del Quattrocento su uno sperone roccioso sopra la valle dell’Aterno e affidato ai frati minori osservanti dalla fine del XV secolo.

Il legame con l’Osservanza è rafforzato dalla figura del beato Bernardino da Fossa (1420/22–1503), al quale il manoscritto S 57 risulta essere appartenuto. Bernardino trascorse gli ultimi anni della sua vita a Sant’Angelo d’Ocre, dove fu sepolto; la circolazione del Libellus all’interno della congregazione francescana come manuale di riferimento per la decorazione libraria è confermata dalle ricerche catalografiche moderne.

Una chiave di lettura per la miniatura abruzzese

L’analisi del Libellus ha trovato riscontro diretto nello studio dei manoscritti miniati prodotti in Abruzzo tra XIV e XV secolo. Attraverso un’analisi puntuale di codici liturgici e corali, Pasqualetti ha mostrato come scelte cromatiche, tipi di iniziali e modalità di stesura dell’oro richiamino in modo stringente le procedure descritte nel trattato.

In questo quadro si inserisce anche il progetto espositivo e catalografico Illuminare l’Abruzzo. Codici miniati tra Medioevo e Rinascimento, che ha messo in luce la ricchezza e la varietà della miniatura abruzzese, a lungo trascurata dagli studi rispetto ai grandi centri italiani. Il Libellus fornisce a questo patrimonio un manuale interno, capace di spiegare non solo il cosa ma il come delle scelte tecniche dei miniatori locali.

Nel dialogo con gli altri testi della tradizione — dal De coloribus et mixtionibus ai trattati di Cennino Cennini — il Libellus rivela quanto fossero fitti gli scambi di saperi tecnici tra Abruzzo, Toscana e gli altri poli della produzione libraria medievale. Per la storia della miniatura aquilana, questo manoscritto non rappresenta solo una rara sopravvivenza: è una chiave di lettura privilegiata per riconoscere, nelle pagine miniate conservate oggi in archivi e biblioteche, la mano e la mente di quegli anonimi artigiani che, macinando polveri e mescolando leganti, hanno letteralmente dato colore alla storia dell’Aquila.

Fonti: Cristiana Pasqualetti, edizione critica e studio del Libellus ad faciendum colores dell’Archivio di Stato dell’Aquila (ms. S 57); catalogo della mostra Illuminare l’Abruzzo. Codici miniati tra Medioevo e Rinascimento.



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