Montagna, libertà a rischio di elicottero
di Nemo | 10 Agosto 2025 @ 05:27 | EDITORIALI
Ogni estate la montagna presenta il conto. Ma non lo fa con le solite frasi da Bacio Perugina sulla bellezza incontaminata o sulla natura che insegna. Lo fa con numeri crudi: elicotteri in volo, operatori a terra, famiglie che piangono e casse pubbliche sempre più leggere.
Eppure, ci ostiniamo a trattarla come un luna park verticale, dove l’unico biglietto richiesto è una storia Instagram.
I dati parlano chiaro: nel 2024 gli interventi del Soccorso Alpino hanno superato quota 12.000, quasi il doppio rispetto al 2016. Ma non è solo una questione di quantità. È la qualità a preoccupare: molti di questi interventi non sono per alpinisti estremi o escursionisti esperti. Sono per chi sale con le sneakers, guarda TikTok invece della cartina e si affida più al segnale del cellulare che al buon senso.
Il 15% degli interventi riguarda casi gravi, spesso con esiti fatali. E uno su quattro è dovuto a “incapacità” evidente. Tradotto: persone che non dovevano trovarsi lì, almeno non da sole.
C’è qualcosa di profondamente incoerente nel modo in cui affrontiamo questo tema. Siamo pronti a discutere per ore su libertà individuale, diritto al rischio, bellezza della montagna vissuta senza vincoli. Ma quando arriva il momento di pagare il salvataggio, tutti cercano il numero verde.
Ogni volta che qualcuno si perde o cade in un dirupo, scatta un meccanismo pubblico complesso: soccorso gratuito, uomini e mezzi mobilitati, spesso a orari e condizioni proibitive. E questo vale per tutti, esperti e sprovveduti, preparati e improvvisati.
Non si tratta di fare la morale. Si tratta di responsabilità.
Oggi, la tecnologia consente a chiunque di salire in quota, ma non di comprenderne i limiti. I social amplificano il fenomeno, trasformando sentieri tecnici in scorci instagrammabili. L’idea che “tanto se s쳭e qualcosa, qualcuno viene” ha finito per creare un clima paradossale: l’escursionismo come fast food, con elicottero incluso.
Nel frattempo, le regioni si interrogano: far pagare o no i soccorsi? Alcune realtà chiedono un contributo anticipato. Altre propongono una sorta di assicurazione obbligatoria. E in Italia? Ancora dibattiti, norme parziali, politiche disomogenee. Ma la sostanza resta: il sistema attuale non regge più.
La verità scomoda è che ci siamo abituati all’idea che la montagna sia per tutti, sempre. Ma non è così. La montagna è per chi la conosce, per chi la studia, per chi la rispetta. Non è democratica, né inclusiva. È severa.
Chi la affronta senza preparazione, non esercita una libertà: compie una leggerezza. E chi interviene per salvarlo, spesso mette a rischio la propria vita, oltre che il bilancio dello Stato.
Non serve militarizzare i sentieri o costruire muri ai piedi delle vette. Ma serve una cultura diversa, fatta di consapevolezza, di formazione, di umiltà. Serve dire, con onestà, che non tutto è per tutti.
Alla fine, il problema non sono solo gli incidenti. È l’idea che tutto debba essere gratis, sicuro, garantito. È l’illusione che basti avere un telefono carico per sentirsi al sicuro ovunque.
La montagna non è un centro commerciale a cielo aperto. È un territorio vivo, duro, a tratti selvaggio. Serve rispetto. E il rispetto, come tutto ciò che vale, si impara. Spesso, a caro prezzo.


