Monte San Franco, si riparla del progetto per il Rifugio Panepucci
di Isabella Benedetti | 05 Giugno 2024 @ 05:00 | PUNTI DI SVISTA
Monte San Franco chiude ad occidente la catena del Gran Sasso, solitario, schivo. Se si traccia con lo sguardo il crinale del cosiddetto “Piccolo Centenario”, nel versante aquilano, questo appare variamente frastagliato, ma omogeneo, fino a Monte Ienca dove scende in declivio a valle verso un belvedere, ameno pascolo di cavalli. Poi, la montagna riprende nuovamente quota, fino a 2132 metri. Forse proprio per queste caratteristiche il Santo, da cui la montagna prende il nome, la scelse per la sua vita da eremita e per l’acqua che è vita e nasce fresca e pura a metà costa. Se percorri i suoi sentieri, preferendo questi luoghi a mete più gettonate, il silenzio ancora ti avvolge.

“San Franco” ti sorprende sempre, cambia d’abito ad ogni stagione: d’inverno è una pagina bianca dove lo scialpinista può disegnare la sua “serpentina”, in primavera è così tappezzato di fiori da non poter posare i propri passi, in estate quando il caldo è opprimente, ti rigenera lo spirito la vista dell’acqua verde azzurra del lago di Campotosto, ma in autunno indossa il suo vestito migliore e i colori del bosco sono così intensi e avvolgenti che tu che l’attraversi ti senti come in un quadro impressionista “en plein air”. Incontri il rifugio Antonella Panepucci dove il bosco lascia il passo alla natura più aspra, più severa. Sta lì a ricordare la nota alpinista aquilana, scomparsa in un tragico incidente di montagna e, contestualmente, a testimoniare lo scampato pericolo da quello che poteva essere uno dei più grandi scempi ambientali dei nostri tempi. Nello spazio adiacente il “Panepucci”, infatti, doveva nascere negli anni ’70, un enorme villaggio turistico con palazzi alti anche quattro piani, impianti di risalita, piscine e campi da tennis. Il progetto della società INSUD fu fortunatamente abortito, di quella iniziativa è rimasto il capanno degli attrezzi, che nel 1979 fu acquisito dal CAI dell’Aquila e riconvertito in rifugio. Realizzato con il lattonato grigio, tipico dei manufatti da cantieristica, il rifugio Panepucci, troppo freddo d’inverno e troppo caldo d’estate, ha accolto e dato ricovero a tantissimi escursionisti perché facilmente raggiungibile per la carrareccia che attraversa il bosco.
Nella nuova ottica di avvicinamento della città alla montagna, una conviviale del Rotary si è trasformata in una bella occasione per far conoscere la realtà del rifugio A. Panepucci. Se la città, a volte, disattende i principi dell’accoglienza, dimenticando di abbattere le innumerevoli barriere architettoniche che ancora la assediano, la montagna da sempre è il luogo dell’amicizia, dell’unione, il posto magico dove si rigenerano il corpo e la mente. “Quando all’interno del CAI si è iniziato a parlare della necessità di ristrutturare i rifugi, il Panepucci da subito è sembrato, per ubicazione e dimensioni, quello più idoneo per essere riconvertito a “misura di disabile”. L’obiettivo era quello di trasportare con joëlette, attraverso sentieri montani accessibili, i portatori di disabilità motoria e offrire ospitalità in un rifugio che fosse loro facilmente fruibile.

È un progetto pilota ambizioso e importante, che accende i riflettori sulla nostra realtà di Club alpino e sulla città”, afferma il rotariano Avv. Ugo Marinucci, Presidente della sez. CAI dell’Aquila.
“Per la prima volta il nostro Gran Sasso è salito agli onori della cronaca nazionale e il progetto del Panepucci è divenuto modello d’ispirazione anche per i rifugi del nord, da sempre all’avanguardia per attrezzature ed ospitalità. È un passo importante per la città che ambisce a diventare capitale degli Appennini”. La considerazione del CAI nazionale verso la sez. dell’Aquila è un attestato di stima, ne riconosce l’importanza per la valenza storica, per il numero cospicuo degli iscritti che cresce sempre più e per l’importanza delle iniziative intraprese. In virtù di tutto ciò, la realizzazione de nuovo Panepucci sarà possibile grazie ad una forma di finanziamento mista: contributo del CAI nazionale, fondi della Regione Abruzzo e in parte anche risorse della sez. CAI dell’Aquila. Tutti i soggetti coinvolti nel progetto di riqualificazione del rifugio Panepucci spendono le loro capacità tecniche e d’esperienza, ma in tutti traspare una qualità, un ulteriore elemento, un surplus fatto di amore per il territorio e spirito d’appartenenza. Vale per l’Ing. Igino Tironi che relaziona sullo stato d’avanzamento lavori, vale per tanti altri collaboratori che in questo progetto hanno messo abilità e cuore. L’Ing. Tironi illustra i caratteri tecnici, l’autonomia energetica e l’ecosostenibilità della struttura e ne spiega le difficoltà di realizzazione perché il trasporto dei materiali è vincolato all’utilizzo di elicotteri e di mezzi speciali. La costruzione di opere in alta quota, inoltre, trova gli ostacoli delle condizioni di maltempo, ma anche dei “fermi biologici” previsti dall’Ente Parco per il rispetto e la tutela della flora e della fauna locale. Attualmente sospesi, i lavori infatti riprenderanno nel mese di luglio.
“Ci sono opere che hanno una valenza speciale”, afferma la Dott.ssa Rosa Persia, Presidente del Rotary club dell’Aquila “sono quelle che toccano le corde della sensibilità pubblica. È importante l’informazione perché le associazioni di servizio possano conoscere queste realtà e intervenire ad adiuvandum. L’idea dei soci rotariani è quella di realizzare una vendita all’asta di tre opere di artisti aquilani e contribuire con il ricavato all’acquisto di arredi per il rifugio Panepucci. Anche questi devono avere particolari requisiti di idoneità ed essere facilmente utilizzabili. L’impegno condiviso sicuramente permette di restituire alla collettività il rifugio in tempi più brevi perché tutti tornino a viverlo nel suo nuovo splendore.
Nella vita diamo per scontate tante cose, gesti che per molti sono banali, per altri sono impossibili. “Volevamo con questo progetto che le persone con problemi motori potessero accedere alla bellezza della montagna, che i bambini con disabilità potessero vedere il mondo da sopra le nuvole” conclude l’Ing. Tironi.
La felicità spesso è nelle cose semplici, è guardare un orizzonte da una prospettiva più alta, Poter leggere la felicità negli occhi di un bambino ripaga da ogni sforzo e non ha prezzo.



