Neve in Italia, sugli Appennini la crisi dell’acqua è già iniziata

di Fausto D'Addario | 23 Aprile 2026 @ 06:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – La neve italiana non sta scomparendo all’improvviso, ma sta cambiando natura. Si ritira progressivamente, si distribuisce in modo più irregolare nello spazio e nel tempo, e soprattutto modifica il suo ruolo all’interno del ciclo idrologico nazionale. È questo il quadro articolato e per molti aspetti inedito che emerge dalle analisi della Fondazione CIMA, che per la prima volta ha prodotto una rappresentazione continua su scala italiana della variazione dello Snow Water Equivalent (SWE) – cioè la quantità di acqua immagazzinata nella neve – proiettata fino al 2070.

Il lavoro, sviluppato nell’ambito del progetto IT-WATER in collaborazione con ItaliaMeteo e con il supporto computazionale di CINECA nel contesto del Centro Nazionale di Ricerca in HPC, Big Data e Quantum Computing, rappresenta un salto di scala nell’analisi della risorsa idrica italiana. Non si tratta più di studi locali o settoriali, ma di una simulazione coerente e continua che integra oltre quarant’anni di rianalisi storica (dal 1980 circa al 2023) con scenari climatici futuri (2024–2070) basati su diversi livelli di emissione, tra cui lo scenario RCP 4.5, considerato di mitigazione intermedia. Questo approccio consente di confrontare direttamente passato e futuro, offrendo una lettura sistemica delle trasformazioni in atto.

Il dato che emerge con maggiore evidenza è la riduzione generalizzata dello SWE su tutto il territorio nazionale. Le proiezioni indicano cali medi compresi tra il –40% e il –60%, particolarmente marcati alle quote inferiori ai 1500 metri. Tuttavia, ciò che colpisce non è soltanto l’entità della diminuzione, ma la sua distribuzione spaziale e le implicazioni idrologiche che ne derivano. Le Alpi, soprattutto nel settore occidentale e nelle aree più influenzate dalle masse d’aria miti e umide provenienti dal Tirreno e dall’Adriatico, mostrano segnali evidenti di perdita, ma mantengono comunque una maggiore capacità di accumulo alle alte quote. È lungo la dorsale appenninica, invece, che la riduzione assume un significato più critico.

Sugli Appennini, infatti, la neve rappresenta già oggi una componente più fragile e intermittente del ciclo idrologico rispetto al contesto alpino. La sua diminuzione percentuale, quindi, ha un peso maggiore in termini di disponibilità idrica reale. Le simulazioni mostrano una frammentazione crescente delle aree innevate e una perdita diffusa dello SWE, con hotspot particolarmente evidenti lungo l’Appennino centrale e meridionale. Questo significa che la neve non solo sarà meno abbondante, ma anche meno continua nello spazio e meno prevedibile nel tempo, con conseguenze dirette sulla ricarica delle falde, sul deflusso dei fiumi e sulla disponibilità di acqua nei mesi estivi.

In questo contesto, la stagione 2025-2026 rappresenta un esempio concreto delle dinamiche descritte dai modelli. A metà aprile, a scala nazionale, si registra un deficit di SWE pari a circa –11%, segnale di una stagione che si avvia verso la conclusione in condizioni sotto la media. Tuttavia, l’andamento non è stato lineare. Dopo una fase di fusione intensa tra febbraio e inizio marzo, la seconda metà del mese ha visto un ritorno di condizioni più fredde e nuove precipitazioni nevose, che hanno temporaneamente rallentato lo scioglimento e prodotto un recupero dello SWE visibile fino ai primi giorni di aprile. Questo episodio evidenzia come la risorsa nivale sia il risultato di un equilibrio dinamico tra temperatura e precipitazioni, in cui anche variazioni temporanee possono incidere in modo significativo sull’andamento stagionale.

È proprio sugli Appennini che questo equilibrio ha prodotto gli effetti più marcati. Le nevicate tardive di fine stagione hanno portato il manto nevoso a raggiungere, all’inizio di aprile, il picco stagionale più elevato dell’intero inverno, con un’anomalia positiva del +59% rispetto alla media. Un dato che, isolato, potrebbe essere interpretato come un segnale di abbondanza, ma che in realtà va letto alla luce dell’intera stagione. 

Come sottolineato dai ricercatori della Fondazione CIMA, la neve non è una fotografia istantanea ma la somma di processi accumulati nel tempo: una rimonta tardiva, per quanto significativa, non è in grado di compensare i deficit accumulati nei mesi precedenti. Nel bacino del Sangro, ad esempio, il ritorno a valori prossimi ai picchi storici – intorno ai 100 milioni di metri cubi di SWE – non cancella gli effetti già prodotti su ecosistemi, suoli e ricarica delle falde durante la fase di carenza.

Questa dinamica ha implicazioni profonde anche per la gestione della risorsa idrica. Non conta solo quanta neve cade, ma quando cade e come evolve nel tempo. Accumuli tardivi tendono a fondere più rapidamente, modificando i tempi di rilascio dell’acqua e riducendo la capacità del sistema di immagazzinarla e distribuirla gradualmente nei mesi successivi. Ne deriva una maggiore variabilità dei deflussi e una potenziale riduzione della disponibilità idrica durante la stagione irrigua, proprio quando la domanda aumenta.

Nel Nord Italia, il quadro appare più stabile ma non privo di criticità. Le Alpi italiane si trovano attualmente in una fase di fusione continua iniziata già alla fine di febbraio, con un deficit medio di circa –16%. Le nevicate di fine marzo hanno prodotto un temporaneo incremento, senza però modificare la tendenza generale. Nei grandi bacini fluviali emergono differenze significative: il bacino del Po presenta condizioni prossime alla media stagionale (–1%), mentre quello dell’Adige registra un deficit marcato (–41%), in linea con gli anni più critici recenti. Anche qui, tuttavia, la distribuzione altimetrica della neve rivela un elemento chiave: la normalità si mantiene solo alle quote più elevate, mentre alle quote medio-basse la carenza di neve è ormai una condizione strutturale.

Guardando alle prossime settimane, il fattore determinante sarà la temperatura. Durante la fase di fusione, è infatti questo parametro a controllare la velocità con cui la neve si trasforma in acqua. Le previsioni del ECMWF indicano una primavera più calda della media, suggerendo un’accelerazione del processo di scioglimento. Il segnale sulle precipitazioni resta invece incerto, rendendo difficile ipotizzare eventuali recuperi significativi.

La neve non è più una riserva stabile e prevedibile, ma una componente sempre più variabile e sensibile alle condizioni climatiche. Questo cambiamento è particolarmente evidente lungo gli Appennini, dove la combinazione di minori accumuli, maggiore variabilità e fusione anticipata rischia di ridurre in modo significativo la disponibilità idrica nei prossimi decenni. 

In un Paese in cui gran parte delle risorse idriche dipende dall’accumulo nivale, comprendere queste dinamiche non è solo una questione scientifica, ma una necessità strategica per orientare politiche di adattamento e gestione sostenibile dell’acqua.



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