Pratola Peligna si ritrova in un libro: Ennio Bellucci pubblica “La piazze”
di Alessio Ludovici | 30 Marzo 2026 @ 17:24 | CULTURA
L’AQUILA – Oggi che vanno di moda i paesologi, Ennio Bellucci ne sarebbe forse un antesignano. I luoghi li ha raccontati nel profondo, senza indulgere alla retorica, senza cedere alla nostalgia facile. E oggi, con La piazze – la piazza – torna a farlo con una maturità ancora più consapevole, consegnando al lettore un’opera che è insieme memoria, racconto e identità.
Pratolano, giornalista professionista per lungo tempo volto della TGR Rai Abruzzo, Bellucci porta nella scrittura la stessa attenzione al reale che ha caratterizzato il suo lavoro. Oggi è in pensione, “ma avrei pagato per continuare” racconta, a testimonianza di un legame mai interrotto con il mestiere e con il racconto dei territori.
Il libro, pubblicato da Anicia nella collana Parole e Sensi, è una raccolta di poesie e storie in dialetto pratolano – dapprima ospitate sulla testata Reteabruzzo – ma ridurlo a questo significherebbe non coglierne la portata. Bellucci costruisce un vero e proprio paesaggio umano, in cui la piazza diventa il centro simbolico di una comunità: luogo di incontri, di voci, di vita vissuta.
Non c’è idealizzazione del passato nelle sue pagine. Piuttosto, c’è uno sguardo lucido e partecipe che attraversa il tempo, restituendo dignità ai ricordi senza trasformarli in rimpianto. È una scrittura che nasce dall’intimo e arriva al cuore, capace di evocare “il profumo del pane caldo” e “le voci che non vogliono essere dimenticate”.
Il dialetto, in questo contesto, non è un esercizio stilistico né una scelta folklorica. È lingua viva, concreta, necessaria. È lo strumento attraverso cui Bellucci riesce a restituire con precisione e autenticità un mondo che rischierebbe altrimenti di scolorire.
Il volume è inoltre impreziosito da un apparato visivo di grande suggestione: le fotografie di Nicola Giuseppe Smerilli, la caricatura di Franco Pasqualone e gli acquerelli di Bruno Santarelli accompagnano e amplificano il racconto, contribuendo a costruire un’esperienza immersiva in cui parola e immagine dialogano continuamente.
Il libro è infatti arricchito anche da numerosi interventi critici che ne ampliano la lettura. Goffredo Palmerini tratteggia il profilo di Bellucci come “uomo dal multiforme ingegno”, capace di coniugare giornalismo, impegno culturale e scrittura. Giovanni D’Alessandro sottolinea la forza emotiva di una poesia che “parla e arriva al cuore”, mentre Francesco Barone mette in evidenza il valore del dialetto come strumento di trasmissione della storia di una comunità. Claudio Lattanzio, infine, legge l’opera come un percorso in cui la poesia diventa memoria collettiva.
Ne emerge un libro corale, che non si limita a presentare testi, ma costruisce un dialogo tra autore, territorio e lettori. Un’opera che si inserisce pienamente in quella linea letteraria che negli ultimi anni ha riscoperto il valore dei luoghi, ma che rispetto a certa “paesologia” contemporanea si distingue per sobrietà e autenticità.
Bellucci non racconta i paesi: li abita, li vive, li attraversa, ma li sottrae alla tentazione della cartolina, evitando ogni compiacimento estetico. Una voce familiare, quella del Bellucci giornalista, che si mescola alle voci di quella piazza italiana che, nonostante tutto, continua a vivere.


