Il Medioevo che non c’era: come Mario Moretti riscrisse il volto dell’Aquila

Il caso emblematico di San Pietro a Coppito: storia di un restauro diventato falso storico.

di Nemo | 02 Marzo 2026 @ 05:47 | RACCONTANDO
Chiesa di San Pietro a Coppito

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, il soprintendente ai Monumenti e Gallerie d’Abruzzo trasformò radicalmente il patrimonio architettonico aquilano in nome di un’identità medievale in parte immaginaria. La vicenda di San Pietro a Coppito ne è l’emblema più inquietante.

Un cantiere lungo un decennio

Guardate la facciata di San Pietro a Coppito. La pietra calcarea chiara, il rosone centrale, il portale strombato arricchito da colonnine, il coronamento orizzontale che taglia il cielo con geometrica fermezza: tutto suggerisce un medioevo intatto, una continuità spezzata solo dai terremoti. Eppure quell’immagine è, in larga misura, una costruzione degli anni Sessanta del Novecento.

Tra il 1969 e il 1971 l’architetto Mario Moretti, soprintendente ai Monumenti e Gallerie d’Abruzzo, decise di abbattere il fronte della chiesa — un alto timpano neobarocchetto eretto nel 1870 — motivando l’intervento con la grave instabilità della parte superiore, che minacciava il crollo. L’operazione non era isolata: rientrava in una vasta campagna di restauri che aveva già coinvolto Collemaggio, San Silvestro, Santa Maria Paganica e numerosi altri edifici del territorio provinciale, tutti accomunati dallo stesso obiettivo. Moretti voleva riportare L’Aquila al suo presunto volto due-trecentesco, cancellando le stratificazioni barocche e ottocentesche come fossero incrostazioni indebite.

L’obiettivo di Moretti aveva una precisa matrice culturale. Già nell’Ottocento lo storico aquilano A. Leosini aveva battezzato “romando-gotico” lo stile peculiare delle chiese medievali cittadine: facciate a coronamento orizzontale, cortina in conci di pietra chiara, rosoni e portali strombati. Questo linguaggio architettonico era diventato, nel tempo, qualcosa di più di una categoria stilistica: era il sigillo visibile di un’identità urbana, il marchio di riconoscimento della “aquilanità”. Per Moretti e per la cultura del restauro che ne guidava le scelte, restituire quel marchio agli edifici più rappresentativi significava restituire alla città se stessa.

L’approccio aveva un nome preciso: “ripristino in stile”. Diffuso in Italia ancora negli anni Sessanta, esso stabiliva che un monumento potesse — anzi dovesse — essere ricondotto alla fase storica ritenuta esemplare, eliminando ogni aggiunta successiva giudicata spuria. A L’Aquila ciò si tradusse in demolizioni sistematiche, rimozione di arredi barocchi e seicenteschi, ridefinizione di facciate e coperture. Il restauro diventava, nelle mani di Moretti, un’operazione autoriale: non il riconoscimento di ciò che un edificio era stato, ma la riscrittura di ciò che avrebbe dovuto essere.

Chiesa di San Pietro a Coppito

San Pietro a Coppito: anatomia di una reinvenzione

San Pietro a Coppito è considerata una delle chiese più antiche intra moenia dell’Aquila, nata dal castello di Poppleto sul finire del XIII secolo come una delle quattro chiese capoquarto della “città nova”. La sua centralità la rendeva terreno privilegiato per sperimentare il nuovo approccio. Gli studiosi la descrivono come un vero e proprio edificio-palinsesto: una struttura che nei secoli aveva accumulato ampliamenti, trasformazioni e rifacimenti, fino alla grande ridefinizione barocca successiva al terremoto del 1703, quando la navata fu ricostruita con un’aula unica voltata a botte e decorata nello stile del tempo. Nel 1862 si aggiunse una cupola; nel 1870, la nuova facciata neobarocchetta che segnava con decisione la gerarchia monumentale della piazza.

Fu proprio quella facciata a cadere sotto i colpi dei restauratori. Durante la demolizione, però, accadde qualcosa di inaspettato: all’interno delle murature ottocentesche emersero numerosi materiali di spoglio — lisci conci di pietra bianca e frammenti dell’antico arredo scultoreo romanico-gotico, rimasti inglobati per oltre un secolo. Quei pezzi diventarono la materia prima della reinvenzione.

Moretti costruì un nuovo prospetto quadrangolare a terminazione piana, diviso orizzontalmente da una cornice marcapiano (essa stessa di restauro), in cui ricollocò il rosone e il portale maggiore. Quest’ultimo è il risultato di un meticoloso lavoro di rimontaggio: i frammenti scultorei medievali, dispersi nelle murature, furono riassemblati secondo un modello ideale di facciata aquilana. La tecnica adottata fu quella dell’anastilosi — la ricomposizione di elementi originali — ma applicata solo ad alcuni componenti; il resto della muratura è una costruzione moderna che interpreta in chiave unitaria lacerti e conci recuperati.

Il risultato è ciò che le cronache e le analisi critiche concordano nel definire “un’ipotesi colta”: la facciata di San Pietro a Coppito non restituisce l’aspetto originario dell’edificio medievale — di cui non esistono prove documentarie puntuali precedenti al 1703 — ma propone una versione di come avrebbe potuto presentarsi, filtrata attraverso il gusto e le teorie del Novecento.

Il prezzo del ripristino: da Collemaggio al cemento armato

La campagna di Moretti non si limitò a San Pietro a Coppito. I suoi interventi lasciarono tracce profonde — e talvolta irreversibili — su tutto il patrimonio aquilano.

Alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio, l’operazione più celebre e discussa, il soprintendente smantellò completamente l’apparato decorativo interno settecentesco per far riemergere la struttura medievale e gli archi ogivali. Il costo fu altissimo: andarono perduti altari settecenteschi e, soprattutto, un prezioso soffitto ligneo a cassettoni intagliato nel 1721 da Panfilo Ranalli.

Nella chiesa di San Silvestro, tra il 1967 e il 1969, la medesima logica portò alla rimozione della veste barocca e del soffitto settecentesco. L’esito, in questo caso, fu almeno parzialmente compensato da una scoperta: sotto gli strati rimossi emerse uno dei più importanti cicli di affreschi tardogotici dell’aquilano, risalente al 1413.

Più grave il destino di Santa Maria Paganica, dove Moretti intervenne tra il 1966 e il 1968 sostituendo le coperture con pesanti nervature in cemento armato. Quella scelta si rivelò fatale: durante il terremoto del 6 aprile 2009, il peso eccessivo e l’azione martellante delle travi in cemento sulle antiche murature causarono il tragico collasso e l’implosione dell’intero edificio.

Al di fuori del perimetro urbano, tra il 1968 e il 1970, Moretti condusse un restauro estremamente invasivo sull’Abbazia di Santa Lucia a Rocca di Cambio: sopraelevò la facciata per inserirvi un campaniletto a vela, rifece la ghiera esterna del portale quattrocentesco e vi incastonò un rosone che in precedenza si trovava, come materiale di riuso, nella parete dell’abside. A Celano, nella chiesa dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, avviò nel 1969 una campagna definita dagli studiosi “anacronisticamente ricostruttiva”. A Fossa, a Santa Maria ad Cryptas, i suoi restauri di fine anni Sessanta portarono alla luce la cripta e i relativi affreschi.

Il giudizio della critica: più dannoso di un terremoto?

Le polemiche non tardarono. Per molti storici dell’arte dell’epoca, come Valentino Pace, l’operazione sistematica di Moretti fu giudicata, per certi versi, più dannosa di un evento sismico. Il ragionamento era preciso: smantellando altari, stucchi e soffitti lignei per cancellare la reinterpretazione barocca, si distrusse una fase storica autentica e documentata; ma senza riuscire, al contempo, a restituire una testimonianza fedele del vero organismo medievale. Il risultato, in diversi casi, fu quello che i critici definirono “falsi storici”: immagini credibili ma prive di fondamento documentario, capaci di sedurre il visitatore e di fuorviare la comprensione.

La contraddizione era strutturale. Voler riportare un edificio alla sua “purezza” medievale presupponeva di sapere con certezza come quell’edificio si presentasse in origine. Ma per San Pietro a Coppito, come per molti altri monumenti aquilani, quella certezza documentaria non esisteva. Moretti operò su lacune, frammenti e presupposti teorici, costruendo facciate che comunicano una solidità storica che non possiedono.

2009: il terremoto che storicizzò il restauro

Il sisma del 6 aprile 2009 colpì di nuovo San Pietro a Coppito: crollò la porzione sommitale destra della facciata, gravi danni investirono la cella campanaria ottagonale e le absidi. Gli interventi successivi, sostenuti anche da donazioni come quella del Comune di Trieste, ricostruirono le parti crollate integrando le lacune con pietre locali compatibili e migliorando il comportamento sismico dell’intero complesso. La riapertura al culto, avvenuta nel 2024, ha restituito alla piazza la facciata “romando-gotica” plasmata da Moretti.

L’ironia della storia è acuta: quella facciata, nata come reinvenzione novecentesca, è ora a sua volta oggetto di tutela. Il restauro del restauro. Il falso storico che diventa, con il tempo, un documento autentico della propria epoca.

Il caso di San Pietro a Coppito — e, più in generale, la stagione dei restauri di Moretti — pone domande che la disciplina della conservazione non ha ancora esaurito. Cosa si protegge quando si restaura: la materia o il significato? L’autenticità materiale o la verità narrata dal linguaggio degli stili? E chi decide quale fase storica di un edificio-palinsesto merita di essere preservata, e quale cancellata?

Per chi oggi si occupa di patrimonio, questo edificio è un terreno di riflessione sul confine sottile — e spesso poroso — tra tutela e riscrittura. Mario Moretti non era un falsario: era un uomo convinto che riportare L’Aquila al suo volto medievale fosse un atto di giustizia storica. Fu quella certezza, più che la malafede, a produrre i “falsi storici” che oggi, paradossalmente, costituiscono essi stessi una pagina autentica — e irripetibile — della storia della città.



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