Rigopiano, il dolore muto nel giorno del ricordo

di Cinzia Scopano | 18 Gennaio 2026 @ 05:00 | EDITORIALI
anniversario Rigopiano

A Rigopiano il tempo non passa mai davvero. Scorre, certo, come scorre ovunque, ma resta incagliato in quel pomeriggio d’inverno quando, il 18 gennaio 2017, una valanga travolse l’hotel sulle pendici del Gran Sasso, uccidendo 29 persone e lasciando un Paese intero sgomento, con tanti interrogativi ancora aperti.

Centoventimila tonnellate di neve inghiottirono il resort dopo tre forti scosse di terremoto, lasciando in vita 11 persone sulle 40 presenti.

Ogni anniversario è una ferita che si riapre, un appello silenzioso alla responsabilità. Rigopiano non è stata soltanto una tragedia naturale. È diventata, negli anni, il simbolo doloroso di ciò che accade quando la prevenzione è fragile, le allerte restano senza risposta, le decisioni si perdono nei passaggi burocratici e il tempo si trasforma nel più crudele degli avversari.

Ricordare Rigopiano significa anzitutto pronunciare i nomi di chi non c’è più, restituire loro una dignità che non può essere ridotta a numeri o titoli di cronaca. Ventinove storie interrotte, ventinove famiglie condannate a convivere con interrogativi che non conoscono pace. A loro si deve rispetto, ascolto, verità.

Ma la memoria, se vuole essere onesta, non può fermarsi alla commozione. Esige domande precise: che cosa abbiamo imparato? Quanto siamo davvero più sicuri oggi nelle aree montane, nei territori più esposti al rischio?

Rigopiano ci ha ricordato anche ciò che prima veniva sottovalutato. Abbiamo imparato parole nuove come “catena delle responsabilità”, “gestione del rischio”, “protezione civile”, “prevenzione strutturale”. Parole importanti, che rischiano però di svuotarsi se non sono accompagnate da azioni concrete, investimenti costanti, formazione e cultura della sicurezza. Perché le tragedie non nascono mai all’improvviso: maturano nel tempo e, spesso, nell’abitudine a rimandare.

Nel giorno del ricordo non si può sorvolare neppure sul fronte processuale che, inevitabilmente, ha attraversato questa vicenda, con la giustizia chiamata a entrare a Rigopiano con il compito ingrato di stabilire se, oltre alla forza della natura, vi siano state omissioni, errori, responsabilità umane.

Nel processo di primo grado sono stati condannati cinque imputati, mentre per altri 25 è arrivata l’assoluzione. Il 14 febbraio 2024 la sentenza d’appello: 22 assoluzioni e otto condanne. La Cassazione, il 3 dicembre 2024, ha confermato tre condanne e disposto un Appello bis per altri imputati. Sentenze che, in ogni caso, non hanno attenuato il dolore.

Ieri, nella giornata inaugurale dell’Aquila Capitale della Cultura, mentre sullo schermo scorrevano le immagini dei soccorsi di Rigopiano, Fabrizio Mancinelli ha diretto “When Time Begins… Again”. Il brano, da lui appositamente composto, parte da un tema malinconico, attraversa il buio e si apre alla luce, poi torna a un eco della malinconia iniziale. Per Mancinelli, aquilano a Los Angeles da anni, è musica della doppia assenza: quella del superstite che il 6 aprile 2009 guardava il terremoto dalla CNN, e quella di chi non c’era a Rigopiano.

Oggi Rigopiano continua a interrogarci. Non chiede vendette, non cerca capri espiatori. Chiede qualcosa di più difficile e più scomodo: responsabilità collettiva, memoria vigile, impegno costante. Perché ricordare, se non serve a evitare che accada di nuovo, diventa solo un rito vuoto. E Rigopiano non può permetterselo.



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