San Giacomo: tra macerie, discariche e carcasse di cani abbandonate
di Alessio Ludovici | 31 Luglio 2025 @ 05:26 | AMBIENTE
L’AQUILA – Nel dedalo di carrarecce che si snodano tra le montagne senza un vero senso, vestigia di vecchie esigenze – strade tracciate per costruire autostrade, piloni dell’elettricità o cantieri ormai spariti – imbocchiamo un sentiero che porta verso la ex discarica della Cona. Un centinaio di metri prima della Cona l’aria si fa pesante, una puzza di morte ci entra subito nelle narici. Ma la vecchia discarica non c’entra nulla. Sotto una scarpata, tra rami e foglie, giace la carcassa di un cane da pastore, gettato come un rifiuto nel cuore del bosco. Altre carcasse, o almeno ciò che ne resta, sembrano intravedersi più in profondità tra gli alberi, macabri segni di un abbandono che non conosce confini.
San Giacomo, Collebrincioni, Vascapenta, San Giuliano. Luoghi che raccontano la bellezza della natura aquilana, ma anche l’incuria dell’uomo. Camminando tra i boschi, ci imbattiamo nella qualunque: vecchie sedie, in via Capo Croce nei pressi dell’ultimo rogo in ordine di tempo dello scorso 22 luglio, pallet di legno marci, sacchi pieni di rifiuti, lamiere arrugginite, vecchi infissi, tubi e materiali edili lasciati marcire sotto cumuli di rami secchi. Quello che dovrebbe essere un patrimonio ambientale e naturalistico si trasforma, metro dopo metro, in una discarica a cielo aperto.
Non c’è da stupirsi se ogni anno, con il caldo e il vento, le montagne della zona bruciano. Le sterpaglie secche sono ovunque, mai rimosse, ammassate ai margini delle strade e tra i boschi. Basta una scintilla – accidentale o dolosa – per trasformare tutto in un inferno. Eppure, la storia dovrebbe insegnare. Nel 2017, un vasto incendio devastò questa zona, arrivando a minacciare la ex discarica della Cona. Ma a distanza di anni, nulla sembra essere cambiato. Gli stessi inneschi naturali sono lì, pronti ad alimentare nuove emergenze. Tanto c’è sempre una caccia al piromane che vale per chiudere ogni incendio.
I ruderi abbandonati lungo i sentieri sono lo specchio di un territorio lasciato solo. Significativo in tal senso lo stato di totale abbandono del Convento di Sant’Onofrio sulla omonima via una volta battuta dai Padri Eremitani. Sostituiti, quest’ultimi, dal pellegrinaggio dei No Vax, che hanno colpito non solo sul Gran Sasso, o a Collebrincioni, ma anche qui a San Giacomo, segno probabilmente che si tratti di opera di qualcuno che conosce bene la zona.
Ancora ci imbattiamo in edifici divorati dalle erbacce, vere e proprie discariche nascoste nei boschi lungo la strada che sale a Collebrincioni, vecchie strutture in legno e lamiere abbandonate, come relitti di un passato che nessuno ha più il coraggio di guardare in faccia. Già in passato avevamo raccontato delle postazioni abusive di foraggiamento per i cinghiali attrezzate alla bene meglio da qualche cacciatore, ma non è cambiato molto. Ogni angolo racconta un degrado diffuso: il fuoco arriva dopo, prima c’è l’incuria. Non sorprendono, insomma, le notizie di roghi che ogni anno, più e più volte all’anno, interessano queste montagne come nessuna altra dell’aquilano.
Il nostro sopralluogo lascia una sensazione amara. È chiaro che non basta spegnere un incendio per proteggere un territorio. Serve un piano di prevenzione, manutenzione e controllo. Chi sorveglia queste zone? Chi rimuove le discariche abusive? Non si può pensare che ogni anno siano solo i Vigili del Fuoco e i volontari a correre contro le fiamme, mentre nessuno lavora per evitare che le micce restino pronte a esplodere. Fino a qualche anno fa almeno c’erano i Forestali. Un corpo che passava anche in queste zone, le stazioni erano deputate non solo allo spegnimento, ma anche alla prevenzione e il controllo.
L’immagine di quel cane abbandonato tra gli alberi è il simbolo di questa terra dimenticata: un luogo che merita rispetto e attenzione, ma che viene trattato come un ricettacolo di scarti, una pattumiera a cielo aperto, una montagna spesso occupata anziché gestita. Se vogliamo davvero evitare nuove tragedie, dobbiamo ripartire da qui: pulire, controllare, proteggere.



















