San Michele Arcangelo, il 29 settembre iniziava la transumanza in Abruzzo

di Fausto D'Addario | 29 Settembre 2024 @ 05:00 | EVENTI
San Michele

Il 29 settembre, festa di San Michele Arcangelo, in Abruzzo iniziava tradizionalmente la transumanza. Le due date che commemorano San Michele, quella del 29 settembre e dell’8 maggio, segnavano le date d’ingresso e d’uscita degli animali dai pascoli

L’AQUILA – Il culto di San Michele Arcangelo è profondamente radicato nella cultura e nella spiritualità abruzzese. La figura dell’arcangelo, protettore e guaritore, ha da sempre ispirato una devozione particolare, intrecciandosi con leggende, tradizioni e riti che affondano le loro radici in tempi remoti. Le società legate alla pastorizia, in ogni epoca, hanno eletto i propri numi e santi protettori. Questo è appunto il caso di San Michele, diventato in Abruzzo protettore dei pastori e delle greggi: il periodo della transumanza aveva inizio il 29 settembre, il giorno della sua festa e si concludeva l’8 maggio, data dell’apparizione celeste presso la grotta di Monte Sant’Angelo sul Gargano. In Italia il centro di irradiazione del suo culto è stato proprio la grotta del Gargano. Molto si dovette ai Longobardi, che avevano fatto di San Michele il loro santo nazionale, riproposto su scudi e monete, dopo la vittoria sui Bizantini l’8 maggio del 663 presso Siponto, in Puglia, attribuita all’intercessione angelica. 

Il ciclo dei santi, come spesso accade, col tempo si innestò su quello naturale. Così a maggio, l’inizio della stagione calda, le greggi transitavano dalla pianura o dalla costa, alle zone più fresche di montagna; a settembre, all’inizio della stagione fredda, si verificava il movimento inverso, il passaggio dalle zone di montagna a quelle pianeggianti e più miti.

Ecco l’origine delle due date: il 29 settembre, a Roma, venne consacrata la prima basilica dedicata all’Arcangelo Michele al VII miglio della Via Salaria, intorno all’anno 389; l’8 maggio richiama la vittoria longobarda sui Bizantini. È da questo momento che le chiese, le grotte e i patronati di San Michele si moltiplicarono, spesso abbreviati semplicemente in “Sant’Angelo”. Oggi angeli e arcangeli sono per alcuni il residuo di un’arcaica visione cosmologica, per altri materia fantastica di fiction e opere visionarie; altri invece li invocano ancora quali ministri di Dio e potenti intercessori da tra il cielo e la terra. San Michele è forse più noto per essere il protettore della Polizia di Stato dal 1949, per iniziativa papa Pio XII. La recita della preghiera del poliziotto a San Michele conclude ancora oggi le cerimonie di giuramento degli allievi e alcune commemorazioni.

Storie degli “erbal fiumi silenti”

Praticata già dai Sanniti e poi dai Romani – che chiamavano i tratturi publicae calles – ma attenuatasi nel primo Medioevo, la transumanza appenninica riprese pieno vigore con Federico II che aveva sottoposto tutto il settore della pastorizia ad una speciale amministrazione. Alfonso I d’Aragona nel 1447 costituì la Regia dogana della Mena delle pecore in Puglia, un istituto fiscale con magistratura autonoma atta a favorire organizzare la transumanza. Ma dopo quasi otto secoli di vita nel 1806 Giuseppe Bonaparte mise fine alla Dogana e aveva cercato di eliminare tutti i tratturi, fatta eccezione per i quattro più rilevanti: quello di L’Aquila, quello di Celano, quello di Pescasseroli e quello della montagna teramana. La restaurazione borbonica aveva tentato di restaurare anche il sistema dei tratturi, ma senza apprezzabili risultati ed è solo dal 1977 che esiste una legislazione per la tutela della rete tratturale e per la conservazione dei territori dove essi erano presenti. L’eredità della transumanza è tutt’oggi presente nella cultura abruzzese, palpabile nelle sagre e nelle feste paesane collegate ai prodotti della pastorizia, oltre che nei piatti della tradizione gastronomica appenninica come la pecora alla callara, gli arrosticini, l’agnello cacio e ovo. Per secoli le ali dell’Arcangelo Michele hanno vegliato sulle greggi e sugli uomini della transumanza, che fu fondamentale per la vita e l’economia di questi territori. Quelle vie sono ancora segnate nei paesaggi come linee indelebili edifficili da cancellare, come fossero cicatrici che segnano la pelle di un uomo per tutta la vita. Un vero “erbal fiume silente”, per dirla con D’Annunzio, che faceva iniziare la poesia I pastori con quell’indimenticabile incipit: “Settembre, andiamo, è tempo di migrare…”.

Non solo greggi. I tratturi veicolavano anche cultura, tradizioni e religiosità, quell’unicum che è la civiltà pastorale abruzzese. Erano sentieri costellati di cappelle, edicole, chiese, santuari, conventi, monasteri, luoghi di ricovero e grotte, che confortavano materialmente e spiritualmente i pastori nel loro lungo cammino. Il tratturo aquilano, che nasce alle falde della collina dove sorge la città di L’Aquila, è quello più spiritualizzato, segnato dalla presenza di chiese, monasteri e abbazie e frequentato da eremiti e monaci benedettini. Il tratturo segue sempre le chiese che si trovano l’una dall’altra a 10-15 km di intervallo, come se avessero un valore di tappa e di rifiugio per i pastori transumanti e per il loro gregge. Il tratturo di Celano, che si dirige verso la conca di Sulmona e sale sull’altopiano delle Cinque Miglia (oggi destinazione turistica) era più militarizzato, punteggiato dalla presenza di torri, castelli e fortezze. Quello di Pescasseroli nasce dal paese reso celebre per aver dato i natali a Benedetto Croce ed è caratterizzato dalla presenza dei centri abitati, soprattutto nella parte molisana del percorso. Il quarto tratturo, quello della montagna teramana, portava in sé le tracce della presenza feudale di grandi famiglie come gli Acquaviva e i D’Avalos, nonché di costruzioni ecclesiastiche e monastiche.

Di angeli, di grotte e di culti ancestrali

Numerose leggende si intrecciano con il culto di San Michele in Abruzzo. Si narra, ad esempio, di apparizioni dell’arcangelo in luoghi di particolare bellezza o di pericoli scampati grazie alla sua protezione. Su questi itinerari si sono messi in cammino non solo i pastori, ma anche tanti pellegrini, la cui religione è sempre una religione in cammino, plasmata con il cammino e durante il cammino. I luoghi della transumanza non sono distanti da quell’ideale linea retta che segna trasversalmente l’Europa Occidentale, dall’Irlanda alla Grecia, passando per famosi centri del culto micaelitico, come Mont Saint Michel in Francia, San Michele della Chiusa in val di Susa, Monte Sant’Angelo sul Gargano, fino al Monte Carmelo in Terra Santa. Una linea che richiamerebbe il colpo di spada col quale l’Arcangelo avrebbe sconfitto Lucifero. Il culto cristiano di San Michele si manifesta nelle grotte, in luoghi elevati o presso fonti d’acqua; si tratta di un antico culto delle acque, dell’energia vitale delle foreste e della terra e poi della forza salvifica della fede che trionfa sempre e comunque sulla morte. Il culto cristiano si sovrappose anche in questo caso ai culti pagani, i santi si sovrapposero agli dèi e le loro leggende si confusero; così le proprietà e i compiti di San Michele finirono per assorbire quelli di Mercurio e in Abruzzo specialmente di Ercole, divinità largamente diffusa nelle società pastorali in continua lotta con animali mostruosi. Si è anche discusso molto – e forse favoleggiato un po’ troppo – sulle assonanze mitiche e culturali che avrebbero indotto i Longobardi a sostituire il dio pan-germanico Odino con Michele Arcangelo. In ogni caso ancora oggi i devoti ripercorrono a piedi il pellegrinaggio alle diverse grotte dedicate a San Michele, dove perpetuano in segno di devozione le antiche cerimonie dell’acqua e della pietra, il cui contatto concede ad ogni credente la protezione del corpo e dell’anima. 

In provincia dell’Aquila…

Nel territorio dell’Aquila la natura prevalentemente montuosa ha favorito la presenza di grotte dedicate a San Michele. A Roccacasale c’è la grotta pastorale Lu Caularoin, così chiamata perché veniva utilizzata come cava di rena (sabbia). I pastori, con un arredamento ridotto all’essenziale, sfruttavano la cavità naturale esistente sotto la roccia per ricavarne un ricovero per sé e per le capre e, come in tanti altri casi, usavano mettere una statuetta di San Michele a protezione di uomini e animali. A Bominaco il luogo rupestre dedicato a San Michele dipendeva dal vicino monastero di Santa Maria Assunta. La tradizione vuole che nella grotta visse per molti anni San Tussio, eremita nativo di Bagno (vicino L’Aquila). L’ambiente della grotta è reso molto suggestivo dagli effetti di luce sulla pietra dorata dell’altare e dalle forme della roccia, nelle quali i fedeli vogliono vedere le impronte e i segni del passaggio del santo angelo, in questo caso proprio sulla volta, sopra l’ingresso. A Pescocostanzo è possibile visitare la chiesa rupestre di San Michele, connessa alla presenza dei monaci cassinesi. Isolata nel dolce paesaggio dei pascoli, chi entra rimane subito colpito dal netto contrasto tra il conglomerato roccioso della volta, i finissimi intarsi in pietra bianca della Maiella della balaustra d’altare e le larghe lastre di pietra in perfetta connessione del pavimento. Ancora molto sentito per il culto micaelico è il pellegrinaggio a grottaSant’Angelo a Balsorano, una cavità lunga oltre 50 m. La zona cultuale si trova appena varcato l’ingresso: due gradinate conducono ai due altari principali, quello di destra è dedicato a San Michele, quello di sinistra allo Spirito Santo. Al piano inferiore l’altare è dedicato a San Giuseppe e a Sant’Antonio di Padova. L’ospizio per i pellegrini appena al di fuori è forse memore di una tradizione ancestrale, quella della incubatio, che veniva praticata nei santuari pagani. Per chiedere la guarigione da una malattia, ci si recava in un santuario per passariv la notte. La divinità avrebbe ispirato un sogno con il rimedio adatto da applicare. 

…e oltre

Moltissimi sono in Abruzzo i luoghi dedicati all’Arcangelo Michele ed elencarli sarebbe veramente troppo lungo. Ricordiamo Liscia, in provincia di Chieti, dove la grotta dedicata a San Michele è profonda quasi 10 m e larga 3 ed è tutt’ora meta di pellegrinaggio soprattutto per le ricorrenze dell’8 maggio e del 29 settembre. Anche qui si attinge l’acqua della grotta e si strofinano fazzoletti e oggetti sulle pareti. Secondo la leggenda un pastore della vicina Palmoli aveva notato che un torello ogni giorno si allontanava dal gregge, per tornare alla sera. Seguitolo, il pastore notò che il giovane animale si recava in una grotta presso un fitto bosco e qui lo vide inginocchiato di fronte all’Arcangelo. L’emozione fu tanta che il pastore svenne e non appena si riprese poté riaversi bevendo dell’acqua che gocciolava dalla parete. San Michele è patrono di Vasto, ma tutta l’area del vastese risente di questa forte devozione promossa per secoli dalla potente famiglia dei D’Avalos. Per rimanere nel chietino, sulle pendici della Maiella orientale sorge uno tra i più caratteristici eremi rupestri, Grotta Sant’Angelo a Palombaro (Chieti). Il sito è riconoscibile dalla piccola ed elegante abside con la sua coronatura ad archetti pensili, il resto più evidente della chiesetta medievale, incastonata come un gioiello nella roccia. Una Grotta Sant’Angelo si trova anche a Lama dei Peligni, su un remoto crepaccio roccioso della Maiella orientale a quota 1260m, in pieno territorio dei camosci. Qui visse il discepolo prediletto di Celestino V, il beato Roberto da Salle, prima che fondasse nel 1327, il sottostante monastero di Santa Maria della Misericordia.

Tutte queste storie, tra miti e riti, culti accettati e fantasie popolari racchiuse in umili grotte, sono il pane quotidiano dei luoghi dello spirito nell’Abruzzo delle piccole patrie.



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