San Vittorino di Amiterno, compatrono dell’Aquila

Il 5 settembre si commemora San Vittorino, primo vescovo di Amiterno e martire, compatrono dell'Aquila

di Fausto D'Addario | 05 Settembre 2024 @ 06:00 | IL TEMPO DI DIO

L’AQUILA – San Vittorino, vescovo e martire, è uno dei santi patroni dell’Aquila. Possediamo poche notizie su di lui: secondo la tradizione popolare per santità e miracoli divenne primo vescovo della città di Amiternum (oggi S. Vittorino), evangelizzò la provincia Valeria e subì il martirio il 5 settembre con i santi Nereo ed Achilleo e con Flavia Domitilla sotto Nerva o Traiano.

Un’ulteriore tradizione ne assegna la memoria al 24 luglio. Il suo corpo fu preso dai cristiani ed onorevolmente sepolto nella piana di Cotilia, a venti chilometri da Rieti sulla Via Salaria, tanto che si può vedere la diroccata chiesa di San Vittorino nei pressi delle Terme di Cotilia a Cittaducale, sorta sul primitivo luogo di culto. Nell’Ottocento la falda nel terreno su cui la chiesa venne costruita allagò il pavimento e ancora oggi l’edificio continua, seppur, lentamente a sprofondare. Il corpo del santo, comunque, era stato già portato tra IV e V secolo in quella che oggi è la chiesa di San Michele Arcangelo ad Amiterno. Rieti ne conserva un braccio, mentre il suo capo fu portato a L’Aquila nel secolo XIII nella chiesa di San Biagio.

Fu proclamato patrono aeque principalis della città e dell’arcidiocesi il 9 aprile 1943 ed il 5 settembre successivo le sue reliquie furono collocate in una nuova custodia, sotto l’altare di San Carlo nel Duomo. Dopo il terremoto del 2009 la reliquia del capo è custodita nella Basilica di san Giuseppe Artigiano.

L’archeologia e lo studio dei monumenti hanno dato una conferma alle confuse ed affievolite notizie giunte fino a noi. Il luogo di sepoltura ad Amiterno diventò innanzitutto un cimitero cristiano, dove riposarono le reliquie del martire: sono le famose catacombe.

Queste comprendono un’area funeraria che si estende sotto un colle a est dell’antica città romana diAmiternum. Era un’area già ricca di cavità naturali per la composizione del sottosuolo e quindi si prestava benissimo ad essere utilizzata come spazio per le sepolture cristiane. Nella chiesa amiternina diventerà poi vescovo nel V secolo Quodvultdeus – forse di origine africana come tradisce il nome – che fu l’artefice di un imponente restauro della tomba del martire Vittorino. La prima sistemazione della tomba era avvenuta già nel IV secolo, con decorazione pittorica, a finto marmo; nel V secolo, il vescovo Quodvultdeus fece apportare delle modifiche per potervi collocare la propria sepoltura, decorata con rilievi marmorei.

Un ambiente ad Ovest del cubicolo di San Vittorino mette in comunicazione gli spazi legati al sepolcro venerato con l’ampia galleria occidentale e i cubicoli ad essa collegati. Ai lavori compiuti alla fine del XII secolo dal vescovo Dodone di Rieti si deve la realizzazione di una vera e propria articolata cripta, che collegava l’ambiente venerato con gli altri spazi ipogei.

Tra i reperti presenti nelle catacombe troviamo anche una lastra con un foro, che fungeva da parete del nuovo monumento funebre di Vittorino. Era la cosiddetta “fenestella cofessionis“, un foro circolare che permetteva ai fedeli di inserire piccoli pezzi di stoffa (palliola) che sfioravano quei santi resti con il sacro gesto dell’ex contactu e divenivano reliquie. Il complesso cambierà nel corso del tempo la titolarità dedicatoria parrocchiale in quella di San Michele Arcangelo. Doveva essere iniziato il culto dell’arcangelo Michele presso i Longobardi, che avevano intanto invaso l’Abruzzo negli ultimi decenni del VI secolo. Il culto si diffonderà dopo la battaglia di Siponto del 663 tra Bizantini e Longobardi, dalla quale questi ultimi uscirono vincitori grazie all’intercessione dell’arcangelo Michele, che sarà il santo etnico del popolo germanico.

Le prime notizie relative ad una ecclesia sancti Vittorini, è documentata nei registri dell’abbazia di Farfa per l’anno 763, verso la fine della dominazione Longobarda. La chiesa assume l’impianto attuale, come documenta l’iscrizione affissa nella parete destra della navata, con la consacrazione avvenuta il 24 luglio 1170 alla presenza di Dodone, vescovo di Rieti, e dei vescovi Anselmo di Foligno e Berardo di Forcona.

In tutto si susseguirono almeno sei fasi costruttive, che hanno dato al monumento l’aspetto attuale. Oggi il complesso è caratterizzato dalla presenza di due chiese, le cui mense hanno orientamenti opposti: la chiesa vecchia a nord, l’altra a sud, dedicata a San Michele ed è quella attualmente officiata e con funzione parrocchiale. Non c’è una vera facciata, di qui la collocazione insolita dell’ingresso a metà fiancata orientale. All’interno l’ambiente è spoglio e privo di elementi decorativi. La navata centrale è stata divisa in due parti: una tuttora usata come chiesa, l’altra che consente l’accesso alle catacombe. Ai lati dell’altare maggiore si accede, tramite due varchi, al catino dell’antica abside, in cui sono visibili gli affreschi due-trecenteschi.

San Vittorino e gli altri campioni della fede hanno dato avvio ad un culto che non si è arrestato attraverso i secoli. I visitatori e i pellegrini del nostro tempo, che ripercorrono quegli itinerari e quei sotterranei, e si fermano dinanzi a quelle tombe tanto antiche e tanto sante – luoghi così semplici eppure tanto comunicativi -, tornano alla fede della prima ora, a quella fede per cui tanti fratelli delle comunità primitive combatterono, in maniera ferma e risoluta, sino alla morte.



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