Scuola e social media? Convergenze parallele

di Redazione | 02 Gennaio 2024 @ 05:23 | CULTURA
Convergenze Parallele scuola social

Convergenze parallele, un termine coniato negli anni 1960 dal giornalista Eugenio Scalfari per descrivere il governo democristiano di Fanfani, racchiude a pieno uno dei binomi più discussi all’interno del sistema scolastico: i social media.

Al di là da ciò che viene applicato al momento, facilmente intuibile dal fatto che secondo quanto riporta l’OCSE l’età media dei docenti di ruolo è 50,2 anni, i social media sono un’opportunità preziosa per poter portare l’insegnamento nel nuovo secolo. La scuola su questo è divisa, da un lato ci sono insegnanti che si inoltrano catene di Sant’Antonio su whatsapp mentre dall’altro prof come quello di Fisica che spopolano tra i ragazzi per la semplicità con cui spiegano gli argomenti. Bisogna prendere come dato di fatto che ormai l’attenzione media di un ragazzo è pari a quella di Dory in Alla ricerca di Nemo e che, di conseguenza, è il momento di chiudere la lezione frontale in un meraviglioso pacco e rispedirla nel 1900, secolo in cui appartiene di diritto.

Pensare di riuscire a mantenere per 50 minuti l’attenzione di 25 ragazzi attraverso la lezione frontale è come credere che Babbo Natale esista. Questa non vuole essere una critica verso i giovani di oggi, e nemmeno una stoccata alla società in cui viviamo, ma un dato di fatto con cui bisogna fare pace per ritenerci docenti in grado di poter lasciare qualcosa agli adulti del domani. Non si può contraddire questo dato perché a conti fatti, anche se spesso tendiamo a scordarcene, i frutti di oggi sono il risultato della nostra semina di ieri. La lamentela verso le nuove generazioni è da sempre un controsenso perché a coni fatti i giovani sono il risultato diretto delle nostre azioni. Se la criminalità picco è al suo picco bisogna in primis puntare il dito verso uno specchio perché da qualcuno i ragazzi avranno pur preso esempio.

Convergenze parallele – Quindi, che si fa?

La risposta dovrebbe essere logica, non forzare gli alunni ad apprendere nel modo in cui insegnamo ma insegnare nel modo in cui apprendono. Sono passati 100 anni da “Lettera a una professoressa” di Don Milani e ancora non riesce a passare il concetto che debba essere dovere di ogni professore andare incontro al modo in cui i suoi alunni sono soliti apprendere e non vice versa.

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