Se anche al Carnevale fanno il funerale

A Pettorano sul Gizio (L’Aquila) ritorna l'antica tradizione del Testamento di Carnevale

di Fausto D'Addario | 02 Marzo 2025 @ 05:46 | RACCONTANDO
carnevale

Se anche al Carnevale fanno il funerale – A Pettorano sul Gizio (L’Aquila) ritorna l’antica tradizione del Testamento di Carnevale. L’evento avrà luogo domenica 2 marzo, ore 21.00, in piazza Zannelli, dove mastro Michele Ciccolella, chef del ristorante Il Torchio, interpreterà Re Carnevale. Durante la serata, verrà letto il testamento in rima, ricco di indovinelli, consigli, pettegolezzi locali e previsioni per il futuro, il tutto annaffiato da sorsate di buon vino. Una chiara parodia degli atti notarili, un momento di bonaria allegria, fatto di satira e fustigazione di vizi e difetti. La tradizione, interrotta per alcuni anni, rappresenta un momento significativo del folklore locale.

Il Carnevale abruzzese conosceva cerimonie di morte del Carnevale, di antica origine e dal profondo significato simbolico: a Lanciano si bruciava un fantoccio sulla piazza, dopo averlo trasportato in processione. Così a Sulmona e nei paesi circostanti, come ricorda Vittorio Monaco. A Teramo, Città Sant’Angelo ed altri paesi dell’Abruzzo, il Carnevale veniva letteralmente sfrattato – lu scaccione – a suon di: “Fora, fora, Carnevale!“, mentre si accendevano i fuochi nelle campagne. Giovanni Pansa raccontava il caso limite di Tagliacozzo: secondo la consuetudine paesane il re di Carnevale aveva facoltà di agire come un monarca assoluto e poteva esigere esosi contributi da e passanti. La cosa andò talmente fuori controllo che dovette intervenire la magistratura del Regno di Napoli.

A Montorio al Vomano (Teramo) il Carnevale morto è ancora molto sentito dalla popolazione. Carnevale è rappresentato da un uomo vestito a lutto, portato in corteo in una bara aperta, mentre fa il gesto scaramantico delle corna con le braccia incrociate. Tra i personaggi, i becchini che lo trasportano, i lamenti della vedova inconsolabile, il dottore, i carabinieri, il prete officiante e l’immancabile diavolo, mentre la banda alterna musiche allegre a marce funebri. Il corteo è alternato a rappresentazioni satiriche di noti fatti locali o di cronaca. Dal lamento della vedova ha origine uno dei brani più belli della tradizione abruzzese, “Mare Maje” (amara, misera me) o “Scura Maje” (triste me), cantato, interpretato e riarrangiato in tanti modi e versioni, come dal maestro teramano Enrico Melozzi nella Notte dei Serpenti a Pescara.

La tradizione del rito funebre di Pettorano e di Montorio mette in scena una cognizione che in realtà è nascosta dentro tutti noi: il carnevale è una festa inquietante, che viene vissuta nell’ombra della morte. È un tempo che muore, la Quaresima che avanza sarà vincitrice, ma soprattutto quel “chi vuol esser lieto sia” è un preannuncio della fine fatale di tutto. Canti, scherzi, maschere, mangiate, servono soltanto a mascherare l’angoscia e la paura, quella paura atavica dell’anno che muore e che non sappiamo se e come rinascerà dopo l’inverno.

Carnevale era una festa in cui si consumavano i resti dell’anno vecchio, ci si congedava definitivamente da esso e ci si preparava alle fatiche primaverili. Il Re Carnevale, scacciato o ucciso, sia che si pianga, sia che si ascolti con devoto rispetto il suo testamento, è il capro espiatorio che si immola per tutti e che, alla fine dell’anno vecchio, parte portandosi via i mali e i peccati del popolo. Per i cristiani tutto questo ha un significato speciale: la vittima derisa è il Cristo coronato di spine e rivestito di porpora. Come Capodanno, anche Carnevale è un principio e una fine, un’alfa e un omega (per i romani e non solo, l’anno cominciava a marzo e non a gennaio): il carnevale era morto e bisognava fargli capire che ormai doveva comportarsi da morto e non scherzare più tra le cose dei vivi. Al mattino del Mercoledì delle Ceneri, dinanzi all’altare, dopo le ebbrezze del martedì grasso, tutti prendevano il segno del nostro essere polvere, impresso sulla fronte.

Franco Cardini constatava una crisi costante del Carnevale. Si badi bene, non tanto dei carnevali cittadini, spesso aspri terreni di conflitto per gli assessorati coinvolti. Piuttosto, è la differenza fra atteggiamenti quotidiani e atteggiamenti festivi che va spegnendosi. Ma se il Carnevale muore, è perché la Quaresima è già morta da un pezzo. In una società industriale che marcia verso l’omologazione del tempo, è naturale che non ci sia più la percezione tra tempo alto e basso, tra festa e quotidiano, tra i cicli del tempo che ritorna avvolgendosi su se stesso. E le feste si spengono per lenta consunzione. Negli ultimi anni, però, il cuore della tradizione ha ripreso a battere con nuova forza. Giovani e anziani si stringono nel cerchio del tempo, rievocando usanze, costumi e musiche che parlano della terra, del lavoro e dell’amore per le proprie radici. Il fatto che si riprendano alcune cerimonie, come quella di Pettorano, è prova che esiste una diffusa speranza, se non una diffusa volontà, che la situazione non precipiti del tutto.

E così, come il vento che scende dalle cime per abbracciare le vallate, il folklore abruzzese continuerà il suo viaggio, radicandosi nel presente con la promessa, speriamo, di non spegnersi mai.



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