Tre sorelle. Nevica. Che senso ha? Ce lo dice Čechov al Ridotto con la riscrittura di Liv Ferracchiati
di Eleonora Iacobone | 02 Aprile 2026 @ 06:00 | CULTURA
L’AQUILA – Dopo giorni di inaspettate nevicate in quello che si potrebbe davvero definire un marzo “pazzo”, arriva al Ridotto, per la Stagione Teatrale Aquilana del TSA, uno spettacolo ad hoc per una “primavera che trafigge” al profumo di patchouli: “Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?” dal testo di Anton Čechov, con l’originale riscrittura e regia di Liv Ferracchiati.
In scena, mercoledì 1° aprile 2026, Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi e Irene Villa a dare voce alla drammaturgia di Piera Mungiguerra con le scene di Giuseppe Stellato.
Dopo oltre un secolo, Čechov torna a parlarci con una riscrittura che guarda alla contemporaneità, talvolta afflitta dalla mancanza di senso e da una precarietà che – come un veleno – lentamente uccide. È ciò che vivono le tre sorelle Ol’ga, Maša e Irina, cresciute a Mosca e ritrovatesi a vivere in una cittadina di provincia che le fa sentire intrappolate nella monotonia stagnante che occulta il senso di tutte le cose. Da qui l’originalità del titolo “Nevica. Che senso ha?”, declamato dal barone Tuzenbach.
Tutto lo spettacolo è mosso da un’ostinata ricerca di senso che porta uno spettatore già inquieto ad andare oltre i confini di routine prevedibili e non più soddisfacenti. La vita delle tre donne, personalità diverse, distinte dai costumi di Gianluca Sbicca – in netto contrasto con quelli estrosi della cognata Nataša -, è irrimediabilmente piatta. E tutto quel verde che le circonda è quasi soffocante perché cancella la possibilità di nuovi scenari e annienta qualsiasi forma di stimolo. La soluzione? Andare a Mosca, la città salvifica, evocata ossessivamente per tutto il tempo dello spettacolo.
“O sai perché vivi o è tutta un’idiozia” è quello che sembrano voler comunicare i personaggi con pensieri a raffica, confusi come le loro menti, e intrappolati in dialoghi frenetici che si sovrappongono e lottano, richiedendo allo spettatore almeno un altro paio di occhi. Le conversazioni sono corali, è tutto un “tram tan tan tan” di parole che si confondono – come afferma Ivàn Romànovič -, e chi ha davvero voglia di vivere è l’unico che resta in scena a suonare il piano su una scenografia in bilico, pronta a scivolare giù come le vite dei personaggi.
“In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile”: alle parole di Majakovskij è affidato il senso dello spettacolo. La verità è che sapere quattro lingue e aver letto Proust non aiuta, anzi; è come avere due dita in più. A che serve? Sei solo un mostro. Ma bisogna vivere e, soprattutto, bisogna sapere perché. Tutti cercano di afferrare questo mistero. Se ci riescono non è dato saperlo.
Con una regia sperimentale, animata da attori che vagano sul palco come anime in pena prima dell’inizio dello spettacolo, e che scendono in platea per comunicare direttamente con lo spettatore, Liv Ferracchiati mostra i lati più oscuri dell’insoddisfazione personale e invita il pubblico a mettersi in cammino insieme a loro per immaginare un altrove. È solo così che “tu apparirai sulla soglia indossando qualcosa di bianco senza stranezze”. È solo così che – finalmente – inizierai a vivere e, magari, scoprirai il senso di queste nevicate che si ostinano a bucare una primavera ancora troppo piena di betulle.


