Tv del dolore: il Monaldi come Vermicino
di Nemo | 22 Febbraio 2026 @ 05:21 | EDITORIALI
C’è un momento, davanti allo schermo, in cui capisci che qualcosa si è rotto. Non nell’ospedale. Non nei tribunali. In noi.
La vicenda del Monaldi, il trapianto pediatrico, il cuore compromesso, la madre davanti alle telecamere. E poi il mini-accampamento fuori dall’ospedale, i collegamenti continui, le luci accese anche di notte. Ho avuto una sensazione già provata. Un déjà-vu collettivo.
La tv del dolore ha memoria lunga. E appetito costante.
Quando il dolore diventa palinsesto
Le ore della rassegnazione si mescolano con quelle dell’audience. Le parole della madre si alternano agli opinionisti. L’avvocato diventa presenza fissa.
La storia di un bambino gravemente malato si trasforma in un flusso continuo di collegamenti. La domanda non è più solo “che cosa è successo?”. Diventa: “chi è il colpevole?”. E ancora: “cosa emergerà stasera?”.
Il precedente che non abbiamo mai elaborato. Vermicino non è solo un ricordo storico. È un paradigma. Un Paese intero davanti allo schermo, in diretta, a consumare l’attesa. A cercare un segnale. Una svolta. Un miracolo.
Nel caso Monaldi il meccanismo è simile. Non c’è un pozzo, c’è un ospedale. Non c’è una caduta nel vuoto, c’è un corpo attaccato a una macchina. Eppure il copione è riconoscibile: telecamere, domande incalzanti, speranza rilanciata a ogni ora, colpe invocate prima delle perizie.
Il circo mediatico e la sospensione della complessità. La medicina è complessità. La giustizia è lentezza. La televisione è urgenza. Queste tre dimensioni non coincidono mai.
Quando il dolore entra nello studio televisivo, si semplifica. Si polarizza. O sei con la famiglia o sei con l’ospedale. O sei per la speranza o sei per la rassegnazione. Il “forse” non regge il prime time.
La domanda è brutale: stiamo cercando verità o stiamo cercando emozione?
Il rischio di un’illusione collettiva.
Ogni collegamento in diretta alimenta aspettative. Ogni indiscrezione crea un picco di speranza. Ogni voce amplifica l’angoscia. Nel frattempo, fuori campo, medici e magistrati lavorano con tempi che non sono televisivi. La perizia non si fa in un’ora. La responsabilità non si stabilisce con un sondaggio. La tv del dolore tende a colmare il vuoto con parole. Ma il vuoto, a volte, è necessario. È lo spazio dell’elaborazione, della cautela, del rispetto.
Riempirlo a ogni costo produce una narrazione che scavalca i fatti.
C’è un altro nodo che inquieta. La madre in diretta. Il suo dolore esposto, rilanciato, ripetuto. L’avvocato trasformato in interprete costante. È legittimo parlare. È umano cercare voce. Ma il confine tra testimonianza e spettacolo è sottile come un filo d’acciaio.
Il pubblico guarda. Commenta. Si schiera. Il dolore diventa materia di discussione social. E la complessità clinica si dissolve in frasi brevi, adatte allo scroll. Che cosa resta, quando le telecamere si spengono?
La responsabilità dei media
Non si tratta di censurare. Né di tacere. Si tratta di misura. Un ospedale non è un set. Un reparto di terapia intensiva non è uno studio televisivo. E un bambino collegato all’Ecmo non è una trama.
La libertà di informare è un pilastro. Ma l’etica dell’informazione è il suo contrappeso. Senza equilibrio, l’inchiesta si trasforma in pressione. La pressione in condanna preventiva.
Nel caso Monaldi abbiamo assistito a un crescendo. Domande legittime. Poi insinuazioni. Poi ricerca di punizioni esemplari prima ancora di conoscere gli esiti definitivi.
È questa la funzione del giornalismo? O stiamo scivolando verso una drammaturgia permanente?
Forse il Paese non ha mai davvero metabolizzato Vermicino. Da allora la tecnologia è cambiata. I canali sono moltiplicati. I social amplificano ogni parola. Il meccanismo, però, resta lo stesso: creare palpabile aspettativa. Mantenere il pubblico in sospensione. Offrire la promessa di una svolta imminente.
Nel frattempo il dolore reale continua, silenzioso, in una stanza che non dovrebbe avere telecamere. Il piccolo Domenico non è diventato una notizia. È diventato una domanda enorme che merita chiarezza. Merita indagini rigorose. Merita responsabilità accertate. Non merita di diventare un format.
Il silenzio, a volte, non è omissione. È rispetto.


